SULL'OCEANO, di Edmondo De Amicis - pagina 16
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Un'amenità! Persone che nella prima settimana avevan dato segno di non potersi patire, erano stretti ora in una conversazione che pareva amichevole; altre che da principio eran come cucite l'una all'altra, ora sembrava che si scansassero con ripugnanza.
Una lunga navigazione è come una breve esistenza a parte, nella quale le amicizie nascono, maturano e cadono con la stessa rapidità con cui s'avvicendano le stagioni sul piroscafo, dove si passa in tre settimane dalla primavera all'autunno.
La certezza di separarsi all'arrivo per non rivedersi, incoraggia alle confidenze, e fa piantare senza complimenti i nuovi amici al primo screzio; e la facilità di farsi passare per diversi o da più di quello che siamo è insieme uno stimolo a cercare amicizie, e una cagione di altrettante rotture, perché facendo ognuno con noi il gioco medesimo, appena scopriamo la truffa, è finita.
Per queste ragioni le amicizie, a bordo, ballano la contraddanza.
E poi non c'è cosa che faccia commettere tante piccole viltà come la noia.
Il decimo giorno, piuttosto che annoiarsi, alcuni vanno ad attaccare umilmente la conversazione di certi tali, che hanno offesi fino alla sera innanzi con una manifestazione evidentissima di antipatia.
Vidi fra le altre coppie nuove il prete napoletano che passeggiava con un giovane argentino, il quale era stato fino allora uno dei suoi più impertinenti e patenti canzonatori, e che ora stava a sentire con visibile deferenza le sue dissertazioni sopra las emisiones fiduciarias y de numerario di non so che istituzione finanziaria di Buenos Ayres; e dall'altra parte del cassero quel pidocchio riunto del mugnaio, che s'era appiccicato non so come al vecchio chileno, con cui si lagnava a voce alta della falta de limpieza (mancanza di pulizia) dei piroscafi italiani, senza vedere sulla sua faccia severa un'espressione di nausea, che annunziava un'imminente voltata di schiena.
Ma la gran novità era dietro al timone: il marito della signora svizzera in colloquio per la prima volta col deputato argentino, a cui pareva che spiegasse il meccanismo del solcometro, ed era comicissima la profonda attenzione che questi fingeva di prestargli, volgendo però lo sguardo di tratto in tratto, con un giro lento del capo, verso l'antica violatrice del suo domicilio, la quale passeggiava fra il toscano imbronciato e il tenore radiante, tutta vezzi e sorrisi, ma con l'occhio attento agli altri due: stupita, si capiva, e contenta di quel riavvicinamento inaspettato.
Andando in su e in giù, essa passava davanti alla piccola pianista, seduta da un lato; e questa l'avvolgeva ogni volta con uno sguardo di sotto in su, lungo e profondo, in cui balenavano la curiosità e l'invidia sensuale, e ogni sorta d'appetiti compressi di piccola belva in catene; dopo di che il suo viso ripigliava la solita espressione di impassibilità monacale.
Sua madre, intanto, che stava seduta fra lei e la signora della spazzola, andava facendo a brani con gli occhi e con la lingua un nuovo vestito lillà della sposa, un po' infagottata, veramente; la quale le voltava le spalle, stretta al braccio dello sposo, e ferma in piedi con lui davanti alla "domatrice" che pareva li stuzzicasse con degli scherzi imbarazzanti, cullando sopra una poltrona a bilico la sua mal dissimulata sbornietta d'estratti d'erba.
E ogni cosa dominava col suo sguardo acuto di poliziotto l'agente di cambio, appoggiato all'albero di mezzana, con le braccia incrociate sul petto, nell'atto d'un uomo che aspetta un avvenimento.
Tutti gli altri, ritti o seduti a due a due, discorrevano alla stracca, tirando sbadigli a canto fermo; e il mar giallo e flaccido faceva degno fondo a tutte quelle facce pettegole e sonnolente.
Tra i moltissimi quadretti, cancellati gli uni dagli altri, che presentò il cassero durante il viaggio, non so perché, mi rimase vivo nella memoria, dipinto a color di mota, quello di quel giorno e di quel momento.
A un dato punto, il quadro prese vita, e la pittura si cangiò in scena di commedia.
Il toscano piantò la compagnia, quasi bruscamente, e se n'andò difilato verso prua, con un disegno sul viso, come di rappresaglia amorosa; e un minuto dopo la signora svizzera e il tenore si separarono: questi si mise a sedere in disparte e finse di leggere un libro; quella si diresse verso il marito, da cui l'argentino s'allontanò subito, facendo a lei un saluto diplomatico.
L'agente di cambio mi comparve accanto, come una larva.
- Stia a vedere - mi disse - una bell'operazione di strategia di bordo.
Lei che scrive deve osservar queste cose.
Il toscano s'è ritirato dal combattimento.
Il tenore sta in riserva.
La signora eseguisce una finta manovra in faccia al nemico.
Oh perdio! Me l'han fatta ieri; non me la faranno più oggi.
- In fatti la signora faceva mille moine al marito, gl'infilava il braccio sotto il braccio, gli parlava nell'orecchio, pareva che gli domandasse delle spiegazioni intorno al solcometro.
E la faccia del capelluto professore era maravigliosa: rivelava un intero sistema di filosofia, che doveva essere antico in lui: egli socchiudeva gli occhi, come un gatto che s'appisola, e torceva tutto il viso da una parte, mostrando la punta della lingua, con una smorfia indicibilmente lepida; la quale però lasciava trapelare una certa intenzione astuta di canzonatura, come se in cuor suo egli ridesse di lei, di sé, dell'altro, degli altri, del mondo intero.
Intanto il tenore era scomparso.
E la signora si passava una mano sugli occhi e copriva col ventaglio dei piccoli sbadigli poco spontanei, come per mostrare che aveva voglia d'andare a dormire - Attenti! - disse l'agente.
- Ora vien la mossa decisiva.
- Non lo aveva anche detto, che la signora s'era staccata dal marito, e lentamente, facendo un visetto insonnito, attraversava il cassero, per discendere.
Eh! sclamò l'agente; - il momento è ben scelto.
Non c'è un cane di sicuro dentro a quei forni di sotto...
Ma c'è la giustizia di Dio! - E scappò sotto egli pure.
Non una di queste mosse era sfuggita a quel serpente a sonagli della madre della pianista, la quale bisbigliava le sue osservazioni alla sua vicina, la signora della spazzola; e tutt'e due, mandando scintille dagli occhi, s'alzarono a un punto solo, e si mossero...
Ma era inutile.
La svizzerella tornava su, velando la stizza col suo bel sorriso, e tenendo un libro fra le mani, come se fosse scesa per pigliar quello; e due minuti dopo, dall'altra scala, ricompariva il tenore, solfeggiando e guardando il mare, con un'affettazione di indifferenza che tradiva una rabbia canina.
A pochi passi dietro di lui veniva innanzi l'agente, felice, che mi fece di lontano un cenno della mano aperta, col pollice al naso.
Il tenore s'avvicinò a me, e mi disse: Bel mare, eh?
Il mare era orribile; ma lui un originale divertentissimo.
Avevo fatto la sua conoscenza alla latitudine delle isole Canarie, e parlato con lui due o tre volte, la sera.
Era sui trentacinque, ma d'aspetto più giovane: un viso di primo lavorante sarto, con due baffetti biondi arricciati all'insù, e due occhi che dicevano continuamente: - Sono io! -: pronuncia di maniera, passo da conte d'Almaviva, vestito dei fratelli Bocconi.
Egli guardava l'orizzonte con aria trionfante come se l'oceano atlantico fosse un'immensa platea che lo chiamasse alla ribalta.
E trinciava di geografia, di letteratura, d'arte, di politica, con una certa disinvoltura volpina, andando sempre lì lì per dire uno strafalcione, ma ritenendosi sempre in tempo, dopo aver dato un'occhiata diffidente al conlocutore.
In letteratura e in politica usava d'un artifizio curioso.
Tutt'a un tratto, senza alcun appiglio con la conversazione, esclamava solennemente, con l'occhio fisso all'orizzonte: - Guglielmo Shakespeare!, - e si passava una mano sulla fronte, come se seguisse il corso d'una meditazione muta; ma niente: non era altro che un nome che gli veniva su, come una bolla d'aria.
Oppure, cadendo il discorso sopra un personaggio storico, su Napoleone I, per esempio: - Ah! - sclamava, torcendo il viso; - non mi parli di Napoleone I, per l'amor del cielo! - come se avesse intorno a quell'argomento un gran tesoro di idee proprie, immutabili, sulle quali non potesse nemmeno ammettere la discussione.
E non gli si cavava una parola di più.
Infine, per riassumere tutto il vasto sistema delle sue idee e delle sue simpatie intellettuali, soleva dire: - Io tengo sempre tre libri sul tavolino da notte: Dante, il Fausto e...
- La prima volta disse la Bibbia; ma poi se ne scordò, e un altro giorno disse invece: I misteri del popolo di Eugenio Sue.
Sul piroscafo, peraltro, io non gli vidi mai altro in mano che Gli amori dell'imperatrice Eugenia.
Un ultimo tratto.
Diceva d'essere stato volontario con Garibaldi; ma quando il discorso cadeva sui fatti, non accennava mai ad alcuna campagna particolare, parlava di quelle guerre con una certa indeterminatezza vaporosa, come di avvenimenti dell'antichità più remota, appartenenti quasi all'età delle favole.
In fondo, un umore gioviale.
Non s'inaspriva che parlando di un certo impresario di Bologna, che pareva fosse l'odio della sua vita, e ripeteva sempre la stessa frase: - Gli farò sputare il cuore.
- Lui intanto, quel giorno, aveva sputato la voglia.
Passate le due il cassero si sgombrava.
Il tenore scendeva nel salone a canterellare sul pianoforte, il professore andava sul castello centrale a dar lezioni di varia scienza al basso popolo, gli argentini a giocare alle carte, gli altri a fare il bagno, a dormire, a scrivere o a rilisciarsi.
Io seguitai quel giorno la signorina di Mestre che andava con la zia a fare la visita solita alla sua famiglia emigrante, col solito pacco di frutta e di dolci fini.
Fin dai primi passi che fece a prua, potei notare quanto fosse già andata innanzi nella simpatia di tutta quella gente.
Al suo apparire, anche i contadini più rozzi si scansavano, e tutti guardavano attentamente le vene azzurre di quel collo sottile, quelle mani gracili, quella grossa croce nera spiccante sul vestito color verdemare, che non disegnava alcuna curva, e pure aveva la sua grazia.
Neanche sulla faccia delle donne più maldicenti e più ardite, che parlavan di lei dietro le sue spalle, non si vedeva l'ombra d'un pensiero maligno.
E non era rispetto per la signora; ma per la triste sentenza che le vedeano scritta sul viso, e per la dolce rassegnazione con cui essa mostrava di portarla, senza nulla aver perduto della bontà e della gentilezza giovanile che nascon dall'amore felice della vita.
Una parola che intesi mormorare sul suo passaggio mi fece tremar per lei, se l'avesse intesa: - Ecco la tisica.
- Ma non l'intese.
Dei ragazzi le andavano incontro, ed essa dava loro delle mandorle e dell'uva secca, carezzandoli sulle guance.
A un certo punto, un emigrante avendole messo il piede sullo strascico, per inavvertenza, le si staccò il vestito sul fianco, e scoprì un palmo di sottana bianca.
Mentre si raggiustava, le si avvicinò il dottore, e tutt'e tre discesero nell'infermeria.
Discesi dietro a loro.
Andavano a visitare il vecchio contadino piemontese, malato di polmonite.
Il pover uomo era assai peggiorato.
Coricato là nella sua cuccetta scura, con la barba grigia lunga, che lo faceva parere anche più scarno, aveva l'aspetto d'un morto disteso dentro una cassa, a cui fosse stata levata un'asse da un lato.
All'apparire della signorina, che doveva aver già veduta più volte, fece quella contrazione della bocca, che annunzia il pianto nei bambini e nei malati sfiniti.
E disse, con un nodo nella gola:
A'm rincress per me' fieul!
M'accorsi che quelle parole diedero una stretta all'anima alla ragazza; la quale rispose subito, con voce alterata, ma fingendo franchezza: - Ma no, ma no.
Che cosa dite? Rivedrete il vostro figliuolo.
Oggi avete miglior cera.
Badate bene di non perdere l'indirizzo.
Dove l'avete messo?...
(L'aveva nella giacchetta, ai piedi del letto).
Sta bene.
Il dottore ci farà attenzione.
Volete che lo conservi io? che ve lo renda poi quando sarete guarito, all'arrivo? L'ho da pigliare?
Il vecchio accennò di sì.
Essa si chinò, frugò nella giacchetta, tirò fuori il piccolo pacco, trovò il foglio che conosceva, e lo piegò con grande riguardo in un bel portafoglio di bulgaro, che richiuse e rimise in tasca.
Il malato osservò con molta attenzione e con compiacenza tutti quei movimenti, e mormorò con un fil di voce:
-A l'è trop grassiosa, trop grassiosa...
- Fatevi coraggio, essa gli disse porgendogli la mano, ripasserò presto.
A rivederci.
Coraggio.
Il vecchio le prese la mano, gliela baciò due o tre volte, versando due grosse lagrime, e l'accompagnò con lo sguardo fino all'uscio: poi lasciò ricadere il capo sul cuscino con un atto di profondo abbandono, come se non dovesse rialzarlo mai più.
La ragazza risalì con la zia sopra coperta, e s'avvicinò alla sua famiglia di contadini, rincantucciata nel posto solito, fra la stia dei tacchini e la botte, come una nidiata d'uccelli.
Ma avevan già dato a quel guscio di noce una cert'aria di casa, appendendo alla botte uno specchietto rotondo, e tenendo in alto un asciugamani che li riparava dal sole.
La testa d'uno dei gemelli, seduto sul tavolato, serviva d'appoggiatoio alle mani del contadino, e la zucca dell'altro stava curva sotto un resto di pettine fitto, maneggiato dalla mamma, più rotondeggiante che mai; mentre la ragazzina lavava un fazzoletto dentro a un tegamino, posto sopra una valigia scorticata, che faceva da tavolo da lavoro.
All'avvicinarsi della signorina, il padre s'alzò, levandosi la pipa di bocca, e tutte e sei le facce sorrisero.
Intesi qualche parola, passando.
- Sempre ben?
Come Dio vol, rispose il contadino.
- Ma la ga paura che ghe suçeda prima de arivar.
E allora la donna, col viso inquieto: Crede ela, paronçina, che i ghe farà pagar anca lù el cuarto de posto?
La domanda doveva essere molto comica perché per la prima volta vidi la ragazza sorridere.
Ma fu come un lampo.
Fece cenno di no col capo, - che non credeva, - e si levò di tasca un fazzoletto da collo di lana rossa, che mise in mano alla bimba, dicendo: - Ciapa, vissare, ti te lo metterà de sto inverno...
quando mi...
Ma che diamine seguiva per aria? In pochi minuti s'era oscurato il cielo; le nuvole scendevano fin quasi a toccar le cime degli alberi, pareva che fosse calata la sera tutt'ad un tratto.
Dai due lati del piroscafo, ravvolto in una nebbia umida, non si vedeva più che un brevissimo spazio di mare grigio e gonfio, che cominciava a farci rullare fortemente, buttando spruzzi in coperta da tutte le parti.
I più credettero a una burrasca.
L'ufficiale di guardia gridò dal palco di comando: Un piovasco! Dentro tutti! - Ma appena aveva detto l'ultima parola, che uno scroscio d'acqua violentissimo ci cadde addosso, un vero rovesciamento di catinelle, che inondò la coperta in un attimo; e allora fu una fuga pazza di tutti verso i passaggi coperti e sotto il castello di prua, uno strillar di donne, un saltar disperato a traverso ai rigagnoli, agli schizzi, alle ondate, e un ruzzolare precipitoso per le scalette dei dormitorii, da parer che andasse in sconquasso il bastimento.
Ma le porte dei dormitorii essendo strette, vi si formaron davanti degli affollamenti, e ne nacquero rabbiose lotte di precedenza a gomitate e a fiancate, e uno scatenìo di sacrati e di grida, sotto la furia crescente dell'acquazzone che inzuppava cappelli, trecce e giacchette, strepitando sulle vetrate e sui ponti, schiaffeggiando e lustrando ogni cosa.
Quella confusione d'inferno mi fece pensare con spavento a che cosa sarebbe accaduto in un momento di pericolo.
Non era altro che il primo saluto che ci mandava la zona torrida, la grande innaffiatrice del mondo, nel cui regno navigavamo da due giorni.
E non durò che pochi minuti.
La vôlta cupa delle nuvole si alzò, e rompendosi in vari punti come in tanti finestroni, lasciò cadere sulle acque ancora oscure qua e là e percosse da fasci di pioggia, una varietà non mai veduta di macchie di luce e di riflessi lividi, bianchi, verdi, dorati, che diedero all'oceano l'apparenza di molti mari congiunti, di cui ciascuno fosse rischiarato da un astro diverso: l'immagine strana e triste di un mondo in cui principiasse il disordine della fine.
GLI ORIGINALI DI PRUA
Altri piovaschi ci si rovesciarono addosso il dì seguente, e in grazia all'ultimo io potei parlare per la prima volta con la signorina di Mestre, che mi trovai accanto nel passaggio coperto di destra, dove s'era rifugiata, già fradicia e tremante dal freddo.
Le sue prime parole, i primi movimenti del suo viso, veduto così da vicino, in mezzo alla folla che ci stringeva, mi rivelarono l'animo suo meglio che non l'avessero fatto fino allora tutti i suoi atti.
Da certi guizzi involontari delle sue labbra bianche e da certi tremiti intimi della voce, s'indovinava sotto a quella compostezza gentile un grande vigore di passione, ed era una pietà ardente per le miserie umane, il cui spettacolo le riusciva intollerabile e la rendeva infelice, un amore violento per tutti quelli che soffrivano, dal quale le era nata non so che idea di socialismo religioso, confusa nella sua mente, ma fiammeggiante nel suo cuore, che la consumava.
Per la prima volta in vita sua essa vedeva molta miseria e molti dolori accumulati, per così dire, e frementi sotto la sua mano; e n'era sconvolta nel più profondo dell'anima.
Non capii bene il suo pensiero, perché, o per difficoltà di esprimersi o per stanchezza, non finiva mai la sua frase, e l'ultime sue parole volavan via come rapite dal vento.
Non si fa abbastanza per chi soffre, - disse; - eppure...
non c'è altro da fare al mondo...
tutto è lì.
- Se le fossero bastate le forze del corpo, avrebbe certo consacrato la vita a qualche grande apostolato di carità, e in quello sarebbe morta: lo diceva l'espressione della sua bocca tenerissima, e quella della sua fronte risoluta, sulla quale passava ogni tanto un'ombra leggiera, come il pensiero dell'egoismo e della tristizia umana, ch'ella doveva aver piuttosto indovinato che esperimentato nella sua breve esistenza.
E nonostante le grandi dissomiglianze, mi passava per la mente, guardandola, il viso bianco e ispirato d'una di quelle fanciulle nichiliste che dipinse lo Stepniak, divorate dall'ardore della loro fede e pronte a morir per essa.
Parlava con gli occhi all'orizzonte, con una voce d'una dolcezza inesprimibile, accarezzando con una mano la sua croce nera, e quel povero alito di bambina inferma che gli usciva dalla bocca pareva anche più tenue e compassionevole davanti a quel soffio immenso di vita che le mandava in fronte l'oceano.
Aveva coscienza del suo stato? Argomentai di sì dall'indifferenza che dimostrava, come se già vivesse in un altro mondo, per le sue compagne di viaggio e per gli altri passeggieri di prima, che confondeva gli uni cogli altri, domandando: - Chi? Quale? - e facendo uno sforzo per ricordarseli.
Ed era rassegnata veramente? Cercai di scoprirlo poco dopo, mentre discorreva con la bella ragazza genovese, a cui aveva portato in regalo un piccolo astuccio di cuoio, con gli strumenti da cucire.
Cercai nei suoi occhi, nel momento che la fissava, se la vista di quella bella gioventù salda e florida, e quasi risplendente di vita, le destasse un sentimento anche sfuggevole di invidia, un rimpianto, il pensiero triste del paragone.
Nulla.
La grande rinunzia era già fatta, senza dubbio.
L'amore e il desiderio della vita, partiti prima di lei, eran già nel sepolcro.
In quel punto sentii dietro di me un fruscìo vivo di gonnelle e una risatina trillante.
Era la signora bionda, vestita di color celeste, incipriata da una parte sola e profumata come un mazzo di fiori, che veniva per la prima volta a visitar la prua, in compagnia del Secondo, un giovialone color di rosa, alto due metri, col quale pareva già in domestichezza.
Passò, sfringuellando, e guardando qua e là; ma si vedeva che non vedeva nulla di nulla, che per lei poppa, prua, macchine, emigranti, miseria, Atlantico e Mediterraneo, eran tutte cose che non la riguardavano, che non la distraevano neppure un momento dalla sua gaia coscienza di bella donnetta scervellata, libera e felice nel pieno esercizio delle sue funzioni.
E osservai allora il senso acuto che hanno gli uomini del popolo nel giudicare lì per lì anche le donne della "signoria".
Non l'avevano mai vista; ma la riconobbero al fiuto; e non si scansavano apposta, i sornioni, per farsi strisciare le ginocchia dal vestito celeste; le facevan dietro il verso di chi sorbe un'ostrica, o si baciavan la palma della mano, ridacchiando.
Si scansarono invece, ma di mala grazia, davanti alla signora della spazzola, che le veniva dietro, sola, portando un pacco in mano, vestita con eleganza stridente.
Da due giorni essa aveva preso a scimmiottare la signorina veneta, e faceva distribuzione di confetti e frutta ai ragazzi.
Ma, Dio mio! aveva l'aria d'una ispettrice, il sorriso rassegato; e mentre con la mano porgeva il dolce, con l'occhio si guardava dai contatti: tutta la sua persona rivelava la borghesuccia impastata d'invidia per chi le sta sopra e di disprezzo per chi le sta sotto, capace di commettere una vigliaccheria per entrare in relazione con una marchesa, e di dimezzare il pane ai figliuoli per strascicare del velluto sui marciapiedi.
I piccini accettavano, ma le occhiate che le tiravano i grandi esprimevano la più cordiale avversione.
Mentre la seguitavo con gli occhi in mezzo alla folla, vidi venire innanzi, con la sua ragazzina, quella tal signora "decaduta" delle terze classi, che il Commissario m'aveva indicato nei primi giorni: malandata di salute peggio d'allora, e resa più miserevole all'aspetto da un vestito di seta nera sciupato e sgualcito.
Ci sono delle piccole umiliazioni nella sventura che fanno più pietà della sventura stessa.
Tutte e due, madre e ragazza, timidamente, chi sa dopo quanta esitazione, s'accostarono a uno dei cernieri dell'acqua dolce, e vergognandosi un poco, dopo essersi guardate intorno, si chinarono a succhiare i bocchini di ferro, nell'atteggiamento delle bestie all'abbeveratoio, come facevan tutte le altre: poi, vedendo che tornava in qua la signora svizzera, si ritirarono in fretta col capo basso, e scomparvero nella calca.
Alcuni emigranti che avevan notato quella scena, ne risero a voce alta, con ironia.
La signora bionda, intanto, a un cenno del Secondo, s'era soffermata a guardare la genovese, la cui fama di "bellezza virtuosa" le doveva già essere arrivata all'orecchio.
E mi parve che la trovasse bella.
Ma nel suo sguardo ridente e benevolo vidi come balenare una espressione di pietà: la pietà con cui un ardito e fortunato industriale guarderebbe un ricco inetto che tenesse a dormire nella cassa forte un capitale prezioso.
Poi se n'andò, salutando con un cenno della mano suo marito, che stava in alto, - sul terrazzino del palco di comando, - a esaminare la struttura del fanale rosso.
Povera genovese! Il Commissario, passando là per verificare la rottura dei bocchini d'un cerniere, mi mise al fatto d'una storia deplorevole.
Intorno a quella bella e buona ragazza s'era venuto formando un cerchio d'antipatie e di rancori che non le davan più pace.
Tutti gli spasimanti non guardati o ributtati con uno sguardo o con un atto di disgusto, le eran diventati nemici, e quel suo contegno dignitoso e immutabile gli aveva inaspriti a poco a poco fino all'odio.
Dicevano che era "stupida come una scarpa", un pezzo di carne senza sangue, tutta mani e piedi, imbottita di cotone davanti, e certi denti! Al dispetto degli uomini s'era aggiunta la gelosia delle donne, rabbiose di vederle ai fianchi cento "imbecilli" in adorazione.
La bolognese e le due coriste, in ispecie, le lanciavano delle occhiate da bollarla a fuoco.
Avevano cominciato a chiamarla, per sarcasmo, la principessa; poi a dire che tutta quella modestia di monachina era un'impostura; e infine a mettere in giro a suo carico ogni specie di calunnie.
Non si può dire la sudiceria dei discorsi che le si tenevano intorno, la turpitudine delle osservazioni che si facevano sulla sua persona, ad alta voce, provocando delle risataccie insolenti, di cui non le poteva sfuggire il significato.
Era un vero fiore in mezzo a un letamaio.
L'avrebbero insultata a faccia aperta, le avrebbero messo le mani addosso, non per altro che per avvilirla, se non fosse stato il timore delle autorità di bordo.
Il cuoco medesimo era diventato furioso, e non mostrava più al finestrino che la faccia terribile d'un sultano offeso.
Per due o tre giorni le aveva ronzato intorno il toscanello di prima classe, s'era già fin anche messo in relazione col padre; e tutte quelle canaglie avevan già dato il mercato concluso e l'affare fatto; ma poi aveva smesso tutt'a un tratto, senza che si sapesse perché.
Il solo rimasto devoto, innamorato più che mai, preso fino al midollo delle ossa, poveretto, era quel tale giovane mingherlino, con una borsa di cuoio alla cintura, che pareva preso alla pania; - un modenese, scrivano di professione, - solo, - del quale s'era incapricciata pubblicamente una brutta loschetta di terza, coi capelli rossi e il viso cruscoso, ch'egli non curava.
La sua passione, cresciuta fino all'istupidimento, era diventata lo spasso di tutti: gli tiravano dei sospironi a raglio dietro le spalle, gli cantavano
sei troppo piccolo
per fare all'amor.
Ma egli era tanto innamorato che non badava a nulla, e se ne stava fermo al suo posto per dell'ore, con un gomito sul ginocchio e il mento nella mano, a guardarla, come in estasi; felice quando quegli occhi azzurri e limpidi, girando uno sguardo intorno, incontravano i suoi, per puro caso.
Ed era là anche allora, mentre il Commissario parlava di lui, immobile, con un atteggiamento del viso, con cert'occhi, da far capire che per una parola avrebbe dato la sua borsa di cuoio, la sua penna, il passaporto, l'America, l'universo.
Metteva pietà.
Certo, prima dell'arrivo, avrebbe finito di perder la testa e fatto qualche grossa corbelleria.
Quello era l'"innamorato", un personaggio che a bordo non manca mai, come diceva il Commissario, e spesso anche ce n'è vari: d'innamorati del cuore, s'intende, che gli altri non si contano.
Ma sul Galileo c'era una collezione d'altri originali assai più curiosi; ciascuno dei quali, in quei dodici giorni, aveva avuto campo di mettersi in luce, e godeva già di una certa celebrità nella repubblica di prua.
C'erano i capi ameni e i personaggi seri.
Questi stavano di preferenza sul castello di prua, ch'era una specie di Monte Aventino, dove si raccoglievano gli spiriti riottosi e i filosofi di umor tetro; e il più popolare di essi era il vecchio toscano dal gabbano verde, che aveva mostrato il pugno a Genova, la sera della partenza.
Costui aveva il diavolo in corpo; dalla mattina alla sera declamava con la voce rauca, girando per aria l'indice minaccioso, e il suo uditorio ingrossava di giorno in giorno: avrebbe voluto iniziare la rivoluzione sociale sul Galileo, predicava contro i signori di poppa, incitava i passeggieri a protestare contro l'immondizia dei dormitorii e la schifezza del vitto, e qualche volta, per dar l'esempio, buttava per aria la sua porzione, e inveiva urlando contro le cucine.
E l'uditorio approvava, ma mangiava, e allora, fuor di sé, egli trattava tutti di "venduti" e di "schiavi." Uno solo non piegava il capo davanti a lui, un sedicente contrabbandiere, piccolo e secco, con un gran ciuffo nero sopra la fronte e due occhi di girifalco, il quale s'era fatto da sé e godeva di tenersi viva intorno una riputazione tenebrosa di gran delinquente, carico d'omicidi misteriosi, e pronto a tutto: non altro che un Capitan Fracassa del delitto, forse; ma abilissimo a recitar la sua parte, tanto che era temuto da tutti, benché non avesse ancora torto un capello a nessuno, e le donne se lo segnavano a dito, dicendo che portava un lungo pugnale sotto la giacchetta, e che prima della fin del viaggio avrebbe certamente fatto una strage.
Egli passeggiava tra la folla, a braccia incrociate e a capo alto, e non voleva esser fissato in viso da alcuno.
Se qualcuno lo fissava, si fermava subito, piantando gli occhi in faccia al temerario, come per domandargli se era stanco di vivere; ma tra per paura e per prudenza, tutti voltavan il capo dall'altra parte.
Da questa pretesa in fuori, pago della sua gloria sanguinaria, non dava noia ad anima viva, ed ostentava per il vecchio toscano il disprezzo dell'uomo d'armi per l'uomo di toga.
Con questi due faceva la triade sul castello di prua quella strana figura del saltimbanco, dai capelli lunghi e dalle braccia tatuate, del quale nessuno aveva mai sentito la voce, tanto che si diceva che fosse muto: ed era capace di stare cinque ore immobile all'estrema punta del piroscafo, con quegli occhi verdi per aria, come se fissasse una stella visibile a lui solo, assorto in immaginazioni sovrumane.
I belli umori, invece, si raccoglievan quasi tutti sul castello centrale, che offriva maggior spazio a far buffonate, ed era come una piazza di villaggio, un luogo di passo, comodo ai crocchi e al pettegolezzo.
Qui, nell'angolo a sinistra, vicino al palco di comando, c'era conversazione e chiasso dal levar del sole fino a notte.
Il buffone della brigata era un contadino del Monferrato, quello stesso che aveva fatto la supposizione scandalosa sul borsone della bolognese: una faccia di brighella, a cui mancava il naso.
Tutta la terza classe sapeva come l'avesse perso: gliel'aveva portato via con una sciabolata un carabiniere briaco, che egli, stracotto pure, aveva provocato una notte, in un vicolo del suo villaggio; ma il comico stava in questo, che la mattina dopo, sperando di trar partito di quello snasamento, egli aveva ricorso, per farsi risarcire dei danni, alle Autorità, a cui il carabiniere s'era ben guardato di far rapporto; e frutto del ricorso eran stati varii giorni di carcere, dopo molte corse al tribunale del circondario, e cento lire di multa.
Costui aveva sbagliato mestiere: era pagliaccio nato: contraeva e allungava il muso come una bestia, ballava dei balli grotteschi di sua invenzione, contraffaceva la gente in maniera maravigliosa, e quando passava un'autorità di bordo, salutava con un atto di finto rispetto, che faceva crepar dalle risa.
Dopo di lui, il più famigerato era un ometto dalla testa pelata, con un grosso orzaiolo a un occhio, un ex portinaio, il quale si teneva sempre accanto una gabbia con due merli, che curava molto, contando di venderli a Buenos Ayres a ottanta lire l'uno: affare tentato da molti altri.
E doveva la sua popolarità a un tesoro pornografico che aveva ereditato da un parente: un grosso quaderno tutto pieno di caricature oscene, di sciarade sporche o di aneddoti, i quali, letti a pagina piegata, eran brani di vite di santi, e a pagina aperta, troiate dell'altro mondo.
Costui aveva sempre intorno un gruppo di dilettanti di grasso, che rileggevano cento volte al giorno le stesse lordure, buttandosi a traverso alle panche dal ridere, con gli occhi lacrimanti di gioia.
E allora egli alzava la fronte come un attore applaudito, felice.
Un terzo, un cuoco d'osteria, era un tipo frequentissimo a bordo: il sapientone che, per essere già stato una volta in America, s'arroga una superiorità professionale sui suoi compagni di viaggio, spiega a modo suo tutti i fenomeni marini e celesti, sdottora di meccanica navale, parla del nuovo mondo come di casa sua, e a tutti spaccia consigli, e da di villano ignorante a chi non gli crede: il Commissario l'aveva sorpreso una volta che spiegava il movimento rotatorio della terra, con una mela in mano, schiantando spropositi da far fermare il bastimento.
A tempo perso, sonava anche l'ocarina.
C'era infine un barbiere veneto che brillava per la sua abilità d'imitare la voce del can da pagliaio che abbaia alla luna: un ululato lamentevole che straziava i nervi, ma che avrebbe ingannato tutti i cani d'Italia.
Ma già tutti gli "specialisti" eran stati scovati e costretti a dar saggio di sé: un vecchio giardiniere, fra gli altri, s'accoccolava dietro una stia e imitava l'anelito rabbioso d'uno per cui volere non è potere, con una perfezione insuperabile: un vero artista, dicevano, ed era tenuto in gran conto.
Lì poi giocavano a tarocchi, a pila e croce e alla tombola, e cantavano per ore intere; giocavano perfino a mosca cieca, dei lanternoni coi capelli grigi, e a guancialin d'oro, come rimbambiti.
Il grande spettacolo, poi, era quando ci veniva da prua, preso da un estro di mattoide, il saltimbanco tatuato, e camminava con le gambe per aria, faceva il serpente o la ruota, in mezzo a un subisso di applausi, sempre torvo nel viso, come se facesse quello per castigo; dopo di che se n'andava senza far parola, com'era venuto.
Ma quell'allegria pareva spesso più voluta che spontanea, e quasi una specie di ubriachezza a digiuno che si procurassero per scacciare i ricordi tristi e i presentimenti cattivi; poiché era veramente un furore come coglievano a volo ogni minimo pretesto per stordirsi col baccano.
Si gittavano alle volte in cento contro il parapetto o s'affollavano in cerchio precipitatamente, levando un rumor di grida, di fischi, di miagolii, di chicchiricchì, che si spandeva per tutto il piroscafo e faceva voltare il viso inquieto agli ufficiali: ed era per un cappello caduto in mare, o perché un di loro s'era tinto il naso di nero, cadendo sopra la boccaporta d'una carboniera.
E quando passava in mezzo a loro una ragazza o una donna che non appartenesse a nessuno, era un coro di schiocchi di lingua, di trilli d'uccelli, di voci onomatopeiche d'ogni intonazione e significato, che obbligava la disgraziata a darsela a gambe.
La serva negra dei brasiliani, sopra tutto, quando passava di là per andar a mangiare o a dormire nelle terze, mostrando il bianco degli occhi e dei denti come per mordere, suscitava una tal musica di versi d'amore animaleschi, che pareva di sentire l'urlìo d'un serraglio in calore.
E avevamo il fatto nostro noi pure.
E di fatti, tolta la vernice, a chi l'aveva, della buona educazione e della cultura, c'era poi una gran differenza tra il castello centrale e il cassero di poppa? Come si sarebbero trovati facilmente i tipi gemelli e le analogie delle conversazioni! È incredibile come ci conoscevano, e con quanto fondamento di vero spettegolavano alle nostre spalle, scoprendo il lato ridicolo di tutti noi.
Per via indiretta lo venivamo tutti a risapere.
Conoscevano qualche cosa dell'indole e delle abitudini di ciascuno, per mezzo dei camerieri di bordo e dei servitori privati dei passeggieri, ed erano al corrente della nostra piccola cronaca quotidiana, come segue nelle botteghe e nelle soffitte riguardo ai casigliani dei piani signorili, e quel che non sapevano indovinavano, e commentavano ogni cosa.
Ad alcuni avevano messo dei soprannomi, di altri contraffacevano l'andatura e la voce.
Voltandoci indietro all'improvviso quando si passava di là, sorprendevamo sempre tre o quattro che si ammiccavano, o ricomponevano in fretta il viso da una smorfia di canzonatura.
Quelle eran le nostre Forche caudine.
Quella sera appunto tutto il piroscafo fu rallegrato da una celia superlativa fatta a uno di quella brigata: un passeggiero di terza che, avendo pagato il supplemento, desinava in seconda, ma passava la giornata fra i crocchianti del castello centrale.
Era un ometto tra le due età, con la faccia rugosa come una mela cotta, un buon diavolo, vestito come un sagrestano e che si dava aria di borghese agiato; ma semplice e credenzone come un fanciullo, e accarezzato da tutti perché possessore d'una cassetta di bottiglie di vino, che portava a un fratello in America, e che difendeva gelosamente da ogni insidia come un deposito sacro.
La mattina, salendo in coperta, aveva fissato l'attenzione sul quadrante telegrafico del palco di comando, che trasmette i segnali alla macchina, e come sul palco c'era il quarto ufficiale, che desinava nelle seconde con lui, gli domandò che cosa fosse quel meccanismo.
Quegli rispose che era il telegrafo.
Il buon uomo rimase stupito.
- Il telegrafo! - esclamò.
- Per telegrafare?
L'ufficiale capì a volo: era un piccolo genovese, fino come la triaca, gran maestro di corbellature, e sempre serio.
- Per telegrafare, - rispose; - s'intende.
O a che cosa deve servire? Per mezzo d'un filo mobile noi ci teniamo in continua comunicazione col cavo sottomarino, e mandiamo notizie all'armatore di quattro in quattr'ore.
L'ometto espresse la sua ammirazione; poi disse timidamente, avendo già il suo pensiero: - Già...
non servirà che per uso del piroscafo.
- In via di favore, - rispose l'uffiziale, - serve anche per i passeggieri.
- Ma allora, - esclamò l'altro con espansione, - io manderei un telegramma a mia moglie!
Un momento fu trattenuto dal pensiero della spesa; ma inteso che, per esser quella un'eccezione, si sarebbero attenuti alla tariffa ordinaria, fu tutto contento, e scrisse il dispaccio.
- Sto bene.
Mar buono.
Metà strada.
Ti abbraccio, ecc.
E domandò se sua moglie avrebbe potuto rispondere.
Sì, certo poteva rispondere.
- Perché la conosco, - disse; - è donna da levarsi il pan di bocca per mandarmi una buona parola.
- E voleva pagare; ma l'ufficiale non volle: doveva fare il calcolo dei centesimi addizionali: avrebbe pagato la sera, verso le quattro, ritornando a vedere se ci fosse risposta.
Felice, il buon diavolo se ne va, lasciando il foglio.
Ritorna alle tre: niente.
Alle tre e mezzo: niente.
Alle quattro trova dieci benedette parole: - Grazie.
Bene.
Dio ti accompagni.
Prego per te.
Torna presto.
Fuor di sé, legge due volte, bacia il foglio, vuol pagare.
- Ma che! - dice l'ufficiale.
- È una miseria da non parlarne.
E poi, farò passare il dispaccio come di servizio.
Piuttosto, poiché ha delle buone bottiglie in cassetta, ne stapperà una a tavola, e saremo pari.
- E come no? Ne stapperò una, ne stapperò due! Si dovrà star allegri.
Ah! la scienza dell'uomo a che cosa è arrivata! - Per farla breve, alle quattro, a tavola, le due bottiglie furono stappate e bevute, e il povero uomo s'esilarò tanto, che ne fece stappare una terza, una quarta, e tutta la cassetta, così ostinatamente difesa fin allora, fu asciugata.
La notizia, frattanto, s'era già sparsa, e quando egli uscì di tavola, eccitato, rosso, trionfante, e salì sul castello centrale per fare il chilo, fu ricevuto con una chiassata di carnevale.
Non capì subito perché lo beffassero; ma quando capì, mentre tutti s'aspettavano di vederlo restar fulminato, si mise a ridere di compassione, e se ne tornò verso le seconde, esclamando: - Ignorantoni!...
Bestioni!...
Asinoni!...
- beato, imperturbabile in mezzo al concerto di latrati, di gnauli e di canti di gallo che l'accompagnava.
E quella scenata seguiva davanti a uno degli aspetti più stupendi che offrano l'oceano e il cielo nella regione dei tropici.
Essendosi squarciato poco innanzi al tramonto il velo fitto di vapori che ci avvolgeva da tre giorni, il sole calava nel mare come un rubino enorme, gettando sulle acque tranquille una lunghissima striscia purpurea abbagliante come un torrente di lava accesa che corresse a incenerire il Galileo.
E quando il sole toccò l'orizzonte, le nuvole, infocate dei più pomposi colori, cominciarono a svolgersi lentamente, presentando mille forme maravigliose, che ci facevano stare a bocca aperta, e sclamare man mano che si cangiavano: - Che peccato! - come allo svanire d'un sogno incantevole.
Erano monti d'oro, da cui precipitavano fiumi di sangue, fontane immense di metalli in fusione, padiglioni sublimi, sfolgoranti di sotto d'una così gloriosa luce, che, a fissarvi lo sguardo, la mente vacillava un momento, e s'aspettava con un senso quasi di trepidazione l'ultima visione di Dante, i tre giri di tre colori e d'una contenenza, dipinti dell'effigie umana, davanti a cui mancò possa all'alta fantasia.
IL DORMITORIO DELLE DONNE
E mare, mare, mare.
A momenti c'era da immaginare che fossero scomparse le terre dalla superficie del globo, e che noi navigassimo sull'oceano universale, senz'approdare mai più.
Non eran più le acque gialle dei giorni innanzi; ma il cielo bianco, il sole bianco, un mare che pareva un'immensa lastra di piombo, e sul piroscafo tutto quello che si toccava, scottava.
E il caldo cocente non era il peggio: era un puzzo d'aria fracida e ammorbata, che dalla boccaporta spalancata dei dormitori maschili ci saliva su a zaffate fin sul cassero, un lezzume da metter pietà a considerare che veniva da creature umane, e da far spavento a pensare che cosa sarebbe seguito se fosse scoppiata a bordo una malattia contagiosa.
Eppure, ci dicevano, non v'eran più passeggieri di quanti la legge consente che s'imbarchino in relazione con lo spazio.
Eh! che m'importa, se non si respira! Ha torto la legge.
Essa permette che si occupi sui piroscafi italiani uno spazio maggiore quasi d'un terzo di quello che è concesso sui piroscafi inglesi e americani; e non è là a vedere se il tutto bene trovato dalla polizia alla partenza, sia mantenuto poi durante il viaggio; a impedire, per esempio, che s'imbarchino in altri porti più passeggieri di quello che rimanga di posti, e che si caccino viaggiatori sani nello spazio riservato agl'infermi, e che s'improvvisino dei dormitori alla bella diana.
Quanto rimane da fare ancora dentro a questi bei piroscafi che il giorno della partenza si vedono luccicare come palazzi di principi! Sulla maggior parte, i marinai e i fuochisti ci stanno come cani, l'infermeria è un bugigattolo, i luoghi che dovrebbero essere più puliti, fanno orrore, e per mille e cinquecento viaggiatori di terza classe, non c'è un bagno! E dican quello che vogliono gli igienisti che han fissato il numero necessario dei metri cubi d'aria: la carne umana è troppo ammassata, e che una volta si facesse peggio, non scusa: oggi ancora è una cosa che fa compassione e muove a sdegno.
Intanto, man mano che s'alzava la colonna termometrica, crescevano per il Commissario le occupazioni e i fastidi; principalissimo dei quali era il dormitorio delle donne, in cui doveva scendere molto sovente, di giorno e di notte, per ristabilire il buon ordine o vegliare alla pulizia.
Anche a non tener conto del da fare, sarebbe bastato quello spettacolo obbligatorio a disamorare dell'ufficio qualunque galantuomo.
S'immaginino due piani sotto coperta, come due vastissimi mezzanini, rischiarati da una luce di cantina, e in ciascuno di essi tre ordini di cuccette posti l'un sull'altro, tutto intorno alle pareti e nel mezzo, e lì circa a quattrocento tra donne e bambini poppanti e spoppati, e trentadue gradi di calore.
Qui, nella cuccetta più bassa, dormiva una donna incinta con un bimbo di due anni, sopra di lei una vecchia settantenne, sopra di questa una giovinetta sul primo fiore; là s'allungava una cafona calabrese accanto a una signora caduta nell'indigenza; più oltre un'avventuriera di città, che si dava il belletto al buio, a fianco d'una contadinella timorata di Dio, che dormiva con la corona del rosario tra le mani.
A scender là di notte, si vedevano spenzolare dalle cuccette capigliature grigie, trecce bionde, fasce di lattanti, orribili stinchi senili e belle gambe di ragazze, e un cenciume di scialli, di vestiti e di sottane di tutti i colori naturali e acquisiti immaginabili e possibili, come bandiere dell'esercito infinito della miseria; e sul tavolato dei mucchi confusi di stivaletti, di zoccoli, di ciabatte, di legacci, di scarpettine, di calze, da metter sgomento a pensare ch'eran mucchi di quistioni e di battibecchi preparati per il domani, all'ora della levata.
Molte non dormivano.
Il Commissario s'avanzava in mezzo a un cicaleccio fitto di conversazioni, rotto da risa represse, da vagiti, da sospiri di ragazze, da gemiti di donne oppresse dal caldo, da mormorii di vecchie, che non potendo chiuder occhio, masticavano paternostri e avemmarie.
Tratto tratto era chiamato da una mano o da una voce sommessa, e doveva chinarsi o levarsi in punta di piedi per ascoltare un lamento o una protesta.
- Signor Commissario, le diceva una nell'orecchio, ci metta rimedio lei: c'è quella ragazza del numero 25 che è uno scandalo; ci ho qua sotto due ragazzetti; le dica di stare a dovere: o in che luogo siamo? Un'altra voleva che avvertisse le due vicine di sopra di non mettere i piedi fuori e di parlare più pulito.
Le vecchie, in particolar modo, lo tormentavano per la buona morale, e denunziavano le colpevoli, in gran segretezza, rabbiose.
- Ci ponga un po' mente lei, signor Commissario.
Loro non vedono niente, mi scusi.
C'è il numero 77, quella bionda, che ogni notte al tocco sale in coperta e non torna più che alle quattro.
È una porcheria che deve finire.
Altre volevano cambiare di posto, a cagione d'una vicina asmatica, o perché la ragazza che avevano a lato, un poco di che, senza dubbio, spandeva un puzzo di muschio da mandar la testa per aria.
E il Commissario doveva quietarle: - Vedremo, provvederemo, dormite intanto, riposate, datevi pace.
- E andando innanzi così al chiarore fioco delle lanterne, intravvedeva delle madri addormentate che si stringevano i bimbi al petto, respirando affannosamente, col viso contratto da un sogno doloroso o spaventevole; dei seni giovanili non scoperti per caso; delle bocche senza denti spalancate nel sonno come se urlassero; degli occhi che luccicavano nell'ombra, fissandolo, con un sorriso che faceva un'offerta.
E qualche volta, per le corsie, s'abbatteva in un viso sospetto, che doveva sottoporre a un interrogatorio.
- Dove andate a quest'ora? - Su (naturalmente) per un'occorrenza.
- Con quegli occhi in solluchero? Vi do tempo cinque minuti, e poi vi tasterò il polso.
- Un po' più in là, s'arrestava a fare un'ammonizione: - Ve lo dico per l'ultima volta, se non vi trovo domani con la camicia cambiata, ve la taglio! Non avete vergogna? E la rimproverata rispondeva qualche volta il vero, pur troppo: - Non ne ho altra, signorino! - E avanti, di corsia in corsia; da una parte rimetteva sul cuscino il capo d'una bimba nuda che sporgeva troppo in fuori; dall'altra faceva tacere due comari bracone che si scanagliavano a bassa voce per una quistione nata la mattina alla ripartizione della galletta; e quattro passi più giù faceva coraggio a una povera donna sola che, presa dalla malinconia, piangeva sul capezzale, dicendo che aveva il presentimento di non trovar più suo marito in America.
E a furia di passare e di ripassare conosceva il modo di dormire di tutti.
La bolognese, che stava coricata di fianco, toccava quasi con l'anca enorme la cuccetta di sopra; la bella contadina di Capracotta si rivoltolava come uno scoiattolo; quelle due ciuffone di coriste dormivan con le gambe e le braccia buttate di qua e di là come le aste d'un X; e la signora "decaduta" si teneva disteso addosso quel povero vestito di seta nera, come il drappo funebre della sua antica fortuna.
La più bella e tranquilla era anche nel sonno la ragazza genovese, che riposava supina, lunga, tutta coperta, come una statua di regina, distesa sulla sue tomba di marmo.
Ma la vista di tutte quelle canizie misere, di tutte quelle madri senza casa e senza pane, dormenti sopra l'oceano, a migliaia di miglia dalla patria abbandonata e dalla terra promessa, gli teneva lontano dalla mente ogni pensiero sensuale, anche davanti alle molte nudità ostentate o inconsapevoli che gli occorreva di vedere.
Egli passava là sotto come un medico in un ospedale, non meno inaccessibile a ogni tentazione di quello che lo fosse quel povero vecchio annaspo di marinaio, che l'accompagnava con una lanterna alla mano.
Infelice gobbetto! Per lui, non protetto dalla dignità della carica, il mestiere era ben più duro; tanto più quando, uscito il commissario, egli rimaneva solo nel dormitorio, col secchiolino dell'acqua e il ramaiolo a disposizione di tutte le assetate.
- Vien qua, vecio - A mi, omm di persi - Dessédet, pivel! - Acqua! - Ægua! - Eva! - De bev! Da baver! In presenza sua, leticavano forte, infischiandosi del regolamento, e ridevan di lui; e quando le redarguiva, lo rimpolpettavano in tutte le regole; qualcuna anche, per disprezzo, le mostrava la faccia a cui si danno gli schiaffi coi piedi; di levata, soprattutto, quando si trattava di pescar la roba in quel guazzabuglio, gli facevan perder la testa, e allora scappava come da un vespaio, e si rifugiava in coperta, tutto sudato e ansimante.
E quella mattina appunto, all'ora critica, lo trovai davanti alla porta del dormitorio, con l'anima per traverso.
- Ebbene, - gli dissi, - vi fanno fare il sangue verde, non è vero? - Ah! - rispose, buttando via con dispetto la cicca.
- No ne posso ciù! - Ed è così in ogni viaggio? - domandai.
- Eh no, grazie a Dio! - rispose.
- Va a viaggi.
Alle volte, per combinazione, capita un carego di brave donne.
Altre volte...
questa volta, per esempio, a l'è na raffega de donne maleducæ, [3] un vero carego d'açidenti! - Poi, ripigliando la sua compostezza filosofica e alzando l'indice, mi disse confidenzialmente nell'orecchio: - Scià sente (stia a sentire).
Scià no piggie moggê! (non prenda moglie).
E voltatomi lo scrigno, tirò via.
La mattina stessa era seguito nel dormitorio un grosso scandalo, ch'io non seppi che più tardi, stando col Commissario sul palco del comando a vedere il gran ballo dei denti di mezzogiorno; il quale somigliava allo spettacolo che si vede a certe feste di santuari campestri, dove cento famiglie merendano all'aria aperta, in un prato: un bulicame d'accampamento, delle centinaia di gruppi d'uomini, di donne, di ragazzi, seduti, inginocchiati, accucciati in mille atteggiamenti, in alto, in basso, su tutte le sporgenze e in tutti i buchi, coi piatti in mano, tra le gambe e in mezzo ai piedi, coi capi coperti di fazzoletti, di grembiali, di cappelli di carta, di gonnelle arrovesciate, perfin di cestini, per ripararsi dal sole che bruciava, e in mezzo ai gruppi, fra l'osteria e le cucine, un andare e venire frettoloso di innumerevoli capi-rancio, coi pani sotto il braccio, coi bidoni e le gamelle alla mano, accompagnati da mille occhi, chiamati da mille mani, apostrofati da mille bocche.
Accanto al Commissario c'era il garibaldino, che girava sulla folla uno sguardo lento e senza benevolenza, e a destra la signorina di Mestre e la zia, appoggiate alla ringhiera, tutte intente a guardar la ragazza genovese, che stava disotto.
Questa tagliava la carne al fratello, dava da bere a suo padre, e porgeva ad altre due donne e a un ragazzo, che appartenevano al suo rancio, ora un oggetto ora un altro, con la grazia solita; ma non con la solita serenità.
Non mangiava, e le tremavan le mani.
La signorina osservò che aveva gli occhi rossi, e pensando che avesse pianto, domandò al Commissario se ne sapesse il perché.
Lo sapeva, e raccontò.
Da quel viperaio di odî che da vari giorni le fischiava attorno, s'era finalmente rizzata una testa che l'aveva morsa nel cuore.
Riscendendo quella mattina nel dormitorio, dopo aver accompagnato in coperta il fratello, aveva trovato una folla di donne davanti alla sua cuccetta, dov'era attaccata con mollica di pane una striscia di carta, strappata da un giornale sporco, sulla quale erano scarabocchiate a matita, in grossi caratteri, una decina di parole.
Appena letto, s'era messe le mani sul viso, e aveva dato in uno scroscio di pianto.
Erano una decina di aggettivi nudi e crudi, che si possono immaginare, ma non scrivere.
Allora le donne, che pure non avevan pensato a strappare il foglio, s'eran date a consolarla, a modo loro; e una di esse, d'incarico d'una terza, le aveva soffiato all'orecchio il nome della colpevole, una cialtrona, una fetente, che aveva attaccato quella sudiceria di scappata, in un momento che nel dormitorio non c'era quasi nessuno, non tanto alla svelta, però, da non esser veduta da un ragazzo, il quale parea che dormisse, e vegliava, per rifischiar la cosa a sua madre.
- Portate il foglio al comandante - le avevan detto.
- Fatela chiamare dal Commissario.
- La metteranno ai ferri.
- La manderanno alla berlina sul ponte.
- La condanneranno al tribunale d'America.
- Allora essa aveva staccata la carta, singhiozzando, e aveva aspettato che la calunniatrice comparisse.
Questa era discesa poco dopo, ed era la loschetta cruscosa dal pelo rosso, incapricciata dello scrivanello, e gelosa come una bestia.
Al primo: Eccola là, - la genovese le era corsa incontro, seguita dalle comari, affamate d'una scenaccia.
Quella s'era fatta bianca, alzando il capo, nondimeno, in atto di sfida.
Ma la buona ragazza non aveva fatto altro che porgerle il foglio dicendo con voce tremante: - E ben, cose v'ho faeto? (Ebbene, cosa v'ho fatto?) La prontezza con cui l'altra aveva afferrato e stracciato il corpo del delitto, era una confessione involontaria, che rendeva doppiamente inutili le sue denegazioni.
Ma la genovese, senza aggiunger parola, era risalita, sconvolta e piangente, sopra coperta, e non s'era lagnata con nessuno.
Il Commissario, risaputa la cosa e chiamata in ufficio la rea, che giurava colle mani e coi piedi d'essere innocente, s'era dovuto contentare di minacciarle i ferri, e che un'altra volta l'avrebbe cacciata in fondo alla stiva, a farsi rosicchiare dai topi.
La signorina, che aveva ascoltato il racconto senza staccar lo sguardo della ragazza, ripetè lentamente, come tra sé, col suo accento veneto: - E ben, cosa v'ho faeto? E gli occhi le luccicarono di lagrime.
Il Commissario aveva raccolto qualche notizia intorno a quella ragazza e alla sua famiglia.
Era di Levanto.
Suo padre, che teneva una botteguccia di non so che cosa, avendo fatto cattivi affari, s'era deciso a andare in America, dove lo chiamava un cugino avviato bene; ma trovandosi senza un soldo, era stato costretto a rimandar la partenza di un anno; e il danaro per il viaggio gliel'aveva messo insieme la figliuola, centesimo per centesimo, vendendo tutte le sue bricciche assistendo di notte una signora tedesca malata, e stirando di giorno per lo stabilimento dei bagni.
Un gran segno nero che aveva sopra una mano, e che si vedeva dal ponte, doveva esser la traccia d'una scottatura.
Fosse per sospetto o per caso, in quel momento essa alzò il viso, e comprendendo che si parlava di lei, si fece tutta di porpora; ma rassicurata dallo sguardo dolce della signorina, la fissò coi suoi grandi occhi azzurri e ancora umidi, e sorrise.
Poi ripiegò il capo per badare al fratello, e non vedemmo più che il mucchio d'oro delle sue trecce, e il bel collo, su cui s'era sparso il rossore.
La signorina toccò col ventaglio il braccio del garibaldino, e accennandogli la ragazza, gli disse con la sua voce dolce e triste: - Ecco la virtù, signore.
Quello fu come un lampo per me sulla natura e il fine dei discorsi ch'essa gli doveva tenere usualmente, e curioso di vedere a che punto fosse dell'opera sua, mi girai a guardare in viso il suo compagno; ma egli s'era già voltato verso il mare, dove tutti i passeggieri di terza, alzatisi in piedi come a un comando, fissavano gli occhi, facendo un gran mormorìo.
C'era una vela all'orizzonte, sulla nostra destra.
Il piccolo uffiziale del dispaccio, ch'era di guardia, l'aveva già segnalata da un pezzo.
Non si vedeva che una macchietta bianca della forma d'un trapezio, colorito da un raggio pallido di sole, in mezzo all'immensità grigia; e un piovasco lontano, facendole dietro un fondo nero nel cielo e sulle acque, le dava una bianchezza vivissima, e la faceva parere ad un tempo una ancor più misera cosa, con quell'immagine d'un corruccio dell'oceano, che pareva minacciasse lei sola.
Eppure non si può dire che vita, che gaiezza improvvisa spandesse sulla solitudine sconfinata quella umile insegna dell'umanità: pareva che il mondo abitato ci si fosse avvicinato in un tratto.
L'ufficiale si fece portare le bandierine dell'alfabeto nautico, e appuntò il canocchiale.
Quando fummo più vicini, il legno a vela salutò per il primo con la bandiera.
Il Galileo rese il saluto.
Allora cominciò tra il piroscafo e il veliere un dialogo affrettato, che l'ufficiale traduceva a voce per noi, e che gli emigranti seguitavano con gli occhi, in silenzio, come se capissero.
Era un bastimento italiano, tenuto là immobile dalle calme equatoriali.
Per prima cosa, disse il nome dell'armatore: Antonio Paganetti.
Poi: - proveniente da Valparaiso, diretto a Genova.
- Da quanti giorni in viaggio?
- Da due mesi.
- Da quanti giorni fermo?
- Da diciotto.
- Quello pittin! (Quel poco!) - esclamò l'ufficiale.
E l'altro: - Prego di annunziare la nostra presenza al rappresentante del nostro armatore a Montevideo.
Nessuna avaria io.
Tutti bene.
- Bisogno di nulla?
- Grazie.
Buon viaggio.
- Buon viaggio.
Quanto ci parve grande, veloce, allegro il Galileo in confronto a quel piccolo legno immobile, con forse dieci o dodici uomini d'equipaggio, condannato a galleggiare come una cosa morta, chi sa per quanto altro tempo, sotto il raggio terribile del sole dell'equatore! Con un sentimento di pietà lo vedemmo a poco a poco rimpiccolire, diventare un punto bianco, e nascondersi dietro l'orizzonte; ma di pietà da egoisti, simile a quella dei viaggiatori che dai vagoni ampi e comodi d'un treno di strada ferrata lanciato a tutta forza, vedon di sfuggita la carrozza barcollante sotto la pioggia, tirata da un cavallo sfinito, per una via fangosa della campagna.
E non da altra cosa che da quel confronto nacque una corrente di buon umore che si diffuse da prua a poppa, e durò fino a sera.
Ma quello era il giorno delle novità.
A desinare, prima di sedersi, il comandante disse a voce alta: - Scignori, abbiamo a bordo un passeggiere di più.
Molti non capirono.
- Un bel maschiotto, - soggiunse, - che ha appena un'ora e tre quarti.
Tutti si rallegrarono ridendo e commentando.
Da un leggiero rossore che passò sul viso della signorina di Mestre, capii che doveva aver partorito la contadina del suo paese.
- È nato nell'emisfero boreale, - concluse il comandante; - ma lo battezzeranno nell'altro.
Domani si passa l'equatore.
IL PASSAGGIO DELL'EQUATORE
Il giorno dopo, fin dalla mattina presto, non si parlava d'altro a prua che della novità del bambino e del passaggio dell'equatore: dell'aquatore, dell'iquatore, del quatore, di lu quatuore, poiché storpiavano la parola in cento modi.
Della nascita parlavano principalmente le donne, smaniose di sapere se e come il bambino sarebbe stato battezzato, e chi sarebbe stato il padrino e chi la madrina, che dovevan essere due signori, secondo l'uso.
L'avrebbe battezzato il prete lungo di prima, o uno dei due di seconda, o il frate? E dove, non essendoci né cappella né altare? E i regali? Tutte cose che in quella vita ristretta di bordo, pigliavano importanza di affari di stato.
E dal Commissario seppi che la contadina di Mestre era segno d'immensa invidia a tutte le donne incinte di terza, e più alle più avanzate, perché è tradizione di gentilezza marinaresca che le puerpere, a bordo, sian trattate con grandi riguardi; e quell'altre, vedendo passare tazze di brodo, cosce di pollo e bicchierini di Marsala, pensavano con rammarico che a loro, a terra, non sarebbe toccata eguale fortuna.
- Si chiama esser fortunate! - dicevano.
E se fosse bastato uno sforzo per anticipare di qualche giorno la cosa, l'avrebbero fatto con tutti i sentimenti.
Qualcuna era indispettita sul serio.
Quanto all'equatore ne discorrevano tutti.
Ma qui bisogna rifarsi un poco indietro per spiegare bene quale senso facesse il mare in tutta quella gente.
Prima di tutto, le era antipatico.
L'ignoranza non ammira il mare, perché ha poco o nulla da scrivere col pensiero su quella immensa pagina pulita, e l'immensità semplice non è bella che per chi pensa.
Non ricordo d'aver mai inteso fra quegli emigranti un'esclamazione ammirativa per l'oceano.
Dinanzi all'acqua essi rimangono sempre alla prima idea che essa desta in ogni creatura umana, che è quella dell'elemento dell'asfissia.
Poi ebbi modo di accertarmi, fin dall'uscita dello stretto, che per la maggior parte quel grande oceano era stato una delusione, perché non v'avevan visto una maggior distesa d'acque che nel Mediterraneo, mentre immaginavano tutti, entrandovi, di veder l'orizzonte allargarsi smisuratamente, come segue all'occhio di chi salga da un poggio sopra una montagna.
Ma non solo per questa ragione.
Nella mente del popolo all'idea dei grandi mari va ancora unito un resto delle immaginazioni favolose dell'antichità e dei tempi di mezzo: se non più mostri alati, i kraken di un miglio di circuito e i pesci cantanti, molti s'aspettano di vedere almeno balene, polipi enormi, o lotte di capodogli e di pesci spada, e onde come montagne; e vedendo poi quel mare sempre quieto, e nemmeno il muso d'un pesce cane in due settimane di navigazione, scrollan le spalle dicendo: - È un mare come un altro.
- Quanto a provar curiosità e a pigliar piacere d'altre cose, non possono, o perché le ignorano, o perché non ci credono o le frantendono.
Io feci questa osservazione, che quasi tutti i discorsi che tenevamo a poppa intorno al mare, alla navigazione, alle terre, i quali cambiavano man mano d'argomento col cambiare della nostra situazione geografica, e c'erano imposti, per dir così, dal grado della latitudine, quasi tutti, dico, trasmettendosi di bocca in bocca e di classe in classe, avevano un eco uno o due giorni dopo, come segue degli avvenimenti dalle città ai villaggi, nei crocchi di prua; di dove ci ritornavano all'orecchio per via degli ufficiali che ne raccoglievan dei frammenti passando.
Ebbene, è incredibile la stranezza delle trasformazioni che le notizie e le osservazioni scientifiche subivano in quel passaggio.
Dell'antica Atlantide, della quale s'era parlato alla latitudine del Sargasso, in terza classe si discorreva come d'un mondo, che si dicesse scomparso da non molti anni, e che qualcuno di noi si fosse vantato d'aver visto.
Alla latitudine della Senegambia, essendosi parlato di negri, dicevano gli emigranti che il Galileo filava a tutta velocità per sfuggire alla costa, dov'era un popolo di selvaggi terribili, che davan la caccia ai bastimenti per mangiare i passeggieri e ci riuscivano molte volte.
Riguardo allo stesso equatore, alcuni andavano predicendo da giorni un calore di fornace che avrebbe liquefatto le candele e la ceralacca delle lettere, e un sole ardente al punto, che a più d'uno avrebbe dato volta il cervello, e si sarebbero contati i colpi d'accidente a decine.
Ma il più singolare era che quel viaggio da un emisfero all'altro, il quale avrebbe dovuto persuader tutti della rotondità della terra, forniva invece a molti un argomento in contrario, che li riconfermava nell'incredulità antica, perché ora vedevano finalmente coi propri occhi che tutto era piano; e c'era poco da rallegrarsi di quelli che parevano persuasi del vero, poiché parecchi di questi s'immaginavano che, passato l'equatore, il piroscafo avrebbe cominciato a discendere, e si sarebbe visto girare intorno al globo come una formica intorno a una palla.
E molti anche non credevano a nulla di quanto udivano dire.
La mattina, mentre il marito della svizzera (dotato della più incurabile delle stupidità, che è quella, come disse un grand'uomo, che s'è contratta sui libri) andava spiegando l'equatore a un crocchio d'emigranti con una fraseologia scioccamente scientifica che non potevan capire: - ...
il focolare elettrico del globo...
il regolatore delle evaporazioni dei due mondi...
il luogo dove il mare scambia i suoi due sangui...
-quelli guardavano con curiosità intorno ed in alto, e non vedendo nulla d'insolito, tornavano a guardar lui di mal occhio, con l'aria di dirgli che smettesse di pigliarli a godere.
Ma ciò che li preoccupava soprattutto da un po' di giorni era l'aver inteso dire che di là dall'equatore si sarebbero viste delle stelle nuove, e che una di queste, l'alfa del Centauro, era di tutte le stelle la più vicina alla terra.
Pensavano forse che apparisse grande come la luna.
Fin dalla mattina di quel giorno tanto aspettato, in piena luce di sole, uomini e donne giravano gli occhi pel cielo, con l'idea di veder dei miracoli.
Una donna domandò al Commissario se in quell'altra parte del mondo, dove si stava per entrare, la luna e il sole sarebbero stati gli stessi che si vedevan da noi.
Che cos'era questa linea, questa riga che divideva il mondo in due parti? Era da credersi quello che dicevano, che nessuno avesse più l'ora giusta? Era vero che nell'anno che si va in America si perde una stagione? E che cosa accadeva di questa stagione? Il Commissario s'ingegnava di spiegare; ma alcuni non badavano affatto alle spiegazioni che avevan chieste, come se fosse tempo perso; altri, per capire, tendevano a tutta forza l'arco dell'intelligenza, e poi ci rinunziavano, facendo un atto di rassegnazione.
L'ultimo sentimento dei più era un vago sospetto che tutte quelle maraviglie fossero un monte di pastocchie spacciate dai signori per fare i saccenti, o che se non altro le spiegazioni che ne davano fossero puri sforzi di fantasia, e che tutto rimanesse un gran mistero per tutti.
Una gran parte avrebbero creduto piuttosto ai tre monaci leggendari dell'Asia che da quindici secoli camminavano dritto davanti a sé cercando il luogo dove nasce il sole.
E sconfortava il pensare che un migliaio forse di quei mille e seicento cittadini d'uno dei paesi più civili d'Europa non avevano intorno alla terra e al cielo cognizioni più larghe né più esatte di quelle che si sarebbero ritrovate cinque secoli or sono in altre mille persone della stessa classe, e che v'è forse al mondo una certa quantità irriducibile d'ignoranza, che si può comprimere, come una massa d'acqua, e piegare a mille forme diverse, ma non scemar di volume.
Non importa: il passaggio dell'equatore era una festa per tutti, specialmente per la distribuzione straordinaria ch'era stata annunziata, di tre litri di vino per rancio; ed anche perché, avendo il comandante dato l'ordine di aprire la stiva e di lasciar pigliare i bagagli, era per molti una vera gioia di poter rifornirsi di roba e rimestare un poco i propri cenci, conciati in modo miserando dall'umidità della zona tropicale.
Oltre di che l'annunzio dei fuochi d'artifizio per la sera metteva tutta la ragazzaglia in ribollimento.
La grande operazione della lavatura mattutina fu fatta con insolito vigore, e all'ora della colazione si videro molte ragazze con fazzoletti e nastrini nuovi sul petto e sul capo, mamme pettinate con più cura che gli altri giorni, uomini con cravatte straordinarie, barbe ben fatte, camicie di bucato, colli da cui eran cadute le scaglie.
La folla s'era come indomenicata; le donne, in omaggio al nuovo santo, non lavoravano, e la maggior parte degli uomini, riuniti in gruppi numerosi e vivaci, mostravano chiara in faccia la premeditazione d'una ubriacatura serale.
Molti intanto facevano ressa intorno alla cambusa per assicurarsi in tempo qualche avanzo del desinare di gala di prima classe, e nelle cucine di terza pure c'era un'agitazione, un andirivieni disusato, da cui si poteva argomentare che quel giorno il cuoco e i suoi aiutanti avrebbero fatto un grande traffico di piatti di contrabbando.
Due forti riversi d'acqua, caduti a un'ora l'un dall'altro, ma brevissimi, non fecero che stuzzicare il buon umore della moltitudine: poi il cielo si schiarì, e il mare, a momenti azzurro, a momenti violaceo, mosso in lunghe e lente ondulazioni, pareva che promettesse di non turbar la giornata.
E fu festa anche per noi.
Per me cominciò dopo colazione nel camerino del Secondo, col quale passai un'ora piacevolissima, insieme con altri due ufficiali e col marsigliese, a bere del buon Champagne, dovuto a una discussione su Guglielmo Watt.
Parlando della sfortuna degli inventori il marsigliese s'era lasciato scappare che il Watt era morto nella miseria.
Il secondo aveva negato: era morto nell'agiatezza, carico d'onori e circondato d'amici illustri - Dans la misère, monsieur! Dans l'indigence la plus affreuse! Nella ricchezza, le dico.
- Sans le sou, sans le sou! Di qui la scommessa, e aveva dato sentenza inappellabile una Histoire de la machine a vapeur, che si trovava a bordo, scritta appunto da un marsigliese; il quale smentiva senza un riguardo al mondo il suo concittadino.
Amabili originali quei tre ufficiali del Galileo, non escluso quel brunetto astuto del dispaccio! Tutti più giovani d'animo di quello che la loro età desse a credere, e d'una certa semplicità di solitari, rarissima a trovarsi nel mondo, anche fra i solitari.
Ciascuno aveva uno studio o un'arte per le mani, con cui ingannava il tempo in quei viaggi continui: il Secondo studiava il tedesco, il terzo dipingeva marine, il quarto aveva principiato di fresco a suonare il flauto.
E ciascuno aveva una collezione sterminata di aneddoti di viaggio che raccontava in modo particolare, lentamente, dicendo nel modo più naturale del mondo le cose più strane, da gente assuefatta a far vita comune con la parte più avventurosa e più bizzarra del genere umano, e anche mentre questa si trova in una condizione di vita e d'animo eccezionale.
Ne avevan fatte delle traversate piene di peripezie, durante le quali il registro delle nascite e delle morti era stato in movimento continuo; delle quarantene da uccidersi dalla noia, delle ore di guardia in notti di tempesta da uscirne coi capelli grigi! E ne avevan visto passare a bordo delle miserie, degli amori, delle paure, delle facce eteroclite, delle famiglie zingaresche! Curiosa pure era la confusione, o meglio la slegatura d'idee che avevan nel capo riguardo alla politica dei due paesi fra cui viaggiavano, essi che, ritornando a Genova, si trovavano addietro di due mesi nella lettura dei giornali d'Italia, e ripartivano prima d'essersi potuti raccapezzare, per arrivare un'altra volta nell'Argentina, digiuni dei fatti di là da cinquanta giorni.
E più curiosa era la loro condizione rispetto alle proprie famiglie.
Il Secondo ci divertì molto, spiegandoci col bicchiere alla mano, come avendo moglie da un anno e mezzo, gli pareva ancora d'essere sposo dal mese avanti.
Partito da Genova dopo otto giorni di matrimonio, non aveva più visto sua moglie che a intervalli di due mesi, e per così brevi tratti di tempo, che fra loro non era potuta nascere familiarità; di modo che, ad ogni arrivo, egli era ancora ricevuto con un poco della commozione della prima volta, e trattato con una certa gentilezza rispettosa e imbarazzata, quasi come un estraneo: ciò che manteneva immobile all'orizzonte la luna di miele.
Ed egli stesso ci mostrò il ritratto di sua moglie con l'aria di chi fa vedere in confidenza la fotografia d'una signorina con la quale ha avviato delle trattative.
- Type genois! gli disse il marsigliese, guardandola.
- È di Palermo, - quegli gli rispose.
- Pas possible! - Ah! che risata! Una tal risata che questa volta egli dovette fingere d'aver ribattuto per celia.
Tutti erano allegri, quantunque il comandante avesse fatto sentire che non voleva la farsa d'uso, di battezzare con le caraffe chi passava la linea per la prima volta; un'angosciata, che finiva sempre male.
D'altra parte, non ci sarebbero stati i personaggi adatti.
Perfino il genovese monocolo si carezzava la barba di crino di spazzola con un'aria meno annoiata del solito.
Fermava qua e là ora l'uno ora l'altro, e gli diceva serio, fissandolo: - Petti di pollo al madera.
- Aveva strappato al cuoco una manata di segreti, e diceva che ci sarebbe stato un pranzo splendido, e dei discorsi.
L'agente di cambio, con cui feci un giro di passeggiata, m'annunziò un brindisi del marsigliese: lo aveva inteso far le prove nel camerino.
Mi riferì nello stesso tempo che la sera innanzi era seguita una scenata, per causa di quella lingua serpentina della madre della pianista; la quale avendo insinuato al presunto "ladro" ch'egli avrebbe dovuto smentire le voci calunniose che correvano sul suo conto a bordo, questi era andato dal comandante a domandare a voce alta quali fossero quelle voci e chi le avesse messe in corso, minacciando colpi di spada e di pistola; ma pareva che, pregato, avesse promesso di star quieto fin all'altro emisfero.
Saliti sul cassero, trovammo quella scellerata sputapepe, che parea che godesse in cuore d'essere finalmente riuscita a sollevare uno scandalo e notammo tutti e due un'animazione non mai veduta sul viso sciapito della sua figliuola, come il riverbero d'una compiacenza segreta; della quale l'agente cercò invano la causa con un lungo sguardo girante, sospettoso che ci fosse per aria un altro colpo di forbici.
Passando davanti alla dispensa, vedemmo gli sposi ritti davanti al banco, che bevevano rosolio annacquato.
L'agente li salutò.
Lo sposo disse timidamente: - Festeggiamo l'equatore.
- Eh! - rispose l'altro, in tuono di dispetto, guardandoli fisso tutti e due; - mi pare che festeggino tutti i paralleli! E quelli nascosero in fretta il viso nel bicchiere.
Poi s'andò a bere un bicchierino di Chartreuse sull'uscio del camerino della domatrice, che riceveva gli amici con gli occhi natanti nella dolcezza, e diceva che avrebbe voluto che il viaggio durasse un anno, tanto trovava la compagnia ben combinata, educata, cortese, piacevole; e un'altra filza d'aggettivi zuccherini, che parevano usciti dai molti bicchierini variopinti che doveva aver già centellinati nella giornata.
Di là risalendo sul cassero, trovammo delle novità: la signora argentina, vera imperatrice del piroscafo, con un corteo d'ammiratori intorno, vestita d'una veste color vaniglia, che dava un risalto maraviglioso alla sua calda e florida carnagione di creola, e tutta raggiante in viso, come se fosse contenta d'entrare nella metà del mondo ch'era sua; e la signora svizzera che passeggiava per la prima volta col suo antico deputato, senza che alcuno avesse osservato in che giorno e in che modo fosse avvenuta la riconciliazione.
Mezz'ora della sua conversazione scucita, sbalzellante, vuota, tutta piccole sciocchezze color di rosa e risatine spostate di sartina brilla, ci persuase che essa era felice d'aver rimesso la sua zampetta bianca nel Parlamento di Buenos Ayres.
E pareva anche felice il marito delle sue escursioni professorali fra gli emigranti, poiché stava raccogliendo nuove nozioni geografiche dal Secondo, con una carta marina spiegata sotto gli occhiali.
In tutti gli occhi pareva che balenasse una speranza confusa, quale si suol vedere in faccia alla gente l'ultimo giorno dell'anno, come se confidassero tutti di essere aspettati nell'emisfero di sotto da una miglior fortuna di quella che avevano avuta nell'altro.
E l'allegria crebbe ancora a pranzo, dove, eccettuati il garibaldino e la signora della spazzola, che rimase muta e digiuna con lo scopo visibilissimo di fare un dispetto visibile a suo marito, tutti chiacchierarono calorosamente, come una gran tavolata di buoni amici.
E si ebbe la grande sorpresa, quella sera, di sentir la voce dei coniugi brasiliani, i quali, messi sul discorso dagli argentini, ed eccitati a poco a poco dall'amor di patria, descrissero con una eloquenza ammirabile, che ci fece rimaner tutti, le bellezze del loro paese, dalla grande baia di Rio Janeiro, coronata di monti a pan di zucchero, e tempestata d'isolette coperte di palme e di felci gigantesche, alle vaste foreste oscure, somiglianti a fitti colonnati di cattedrali senza termine, popolate di scimmie e di pantere, corse da sciami di pappagalli verdi e rosati, sorvolate da nuvoli di gemme e di fiori con l'ali, e di coleotteri accesi.
E la conversazione essendosi allargata su quell'argomento, tutti i passeggieri che avevan visitato il Brasile si misero a raccontare e a descrivere insieme, e allora tutta la flora e la fauna brasiliana furono messe sossopra, e passarono sopra la tavola i tapiri e i coccodrilli dei fiumi immensi, i rospi enormi che latrano, i pipistrelli mostruosi che dissanguano i cavalli, le serpi orribili che succhiano il seno alle donne, e le rane che cantano sulle cime degli alberi, e le tartarughe lunghe due metri, e le enormi formiche di San Paolo che gl'indigeni mangiano fritte; e alla descrizione aggiungendosi l'armonia imitativa, fu un frastuono di muggiti, di gracchi e di sibili che pareva d'essere davvero in mezzo a una foresta dei tropici, e in qualche momento si provava un senso di ribrezzo.
I soli che non sentissero nulla erano gli sposi, che approfittando della distrazione dei parlatori, si passavano con riguardo il braccio intorno alla vita, bruciati con gli occhi dalla pianista; e la signora bionda, la quale distribuiva occhiate luccicanti all'argentino, al peruviano, al toscano, al tenore, con una prodigalità veramente un po' troppo vistosa; tanto che il comandante, alla fine, si lasciò scappare di bocca la sua frase d'ammonizione: - Quella scignôa a me comença a angosciâ! [4] Ma fu rasserenato dal brindisi del marsigliese; il quale si levò in piedi, e sporgendo innanzi il busto patagonico, e alzando sopra il capo la tazza dello Champagne, disse con accento grave: - Je bois à la santé de notre brave Commandant...
à la Société de navigation...
à l'Italie, messieurs! - E tutti applaudirono, fuorché il mugnaio.
Ed io gli perdonai in quel momento lo strazio che faceva della mia lingua, e quello che s'immaginava di aver fatto delle mie concittadine.
Levatici da tavola, salimmo sul terrazzino del palco di comando, preceduti dal quarto ufficiale che portava una bracciata di razzi, di girandole e di candele romane.
A stento vi si stava tutti, ed io fui spinto a sinistra, davanti al Commissario, e in mezzo all'"impiccato" e al "direttore della società di spurgo inodoro".
La prua era già tutta affollata, ma il cielo essendo coperto di nuvole dense, e non mandando che una luce velata i tre fanali bianco, rosso e verde, che ardevano, come tre occhi, alle due estremità del terrazzino e alla testa d'albero, tutta quella folla rimaneva quasi all'oscuro; e da quell'oscurità venivan su cento suoni confusi di canti di briachi, di risa di donne e di grida di bimbi, che parevan d'una moltitudine dieci volte maggiore.
Mi sembrava di essere sul terrazzo d'una casa municipale, la sera d'una dimostrazione carnevalesca contro il sindaco.
Quando si accese il primo fuoco di bengala, s'udì uno scoppio di evviva, e si videro mille e seicento visi illuminati, una vasta calca di gente ritta sulle boccaporte e sui parapetti, accucciata sul tetto dell'osteria e sulle gabbie, afferrata ai paterazzi, arrampicata sulle sartie, in piedi sulle seggiole, sulle bitte, sulle botti, sui lavatoi; e siccome non restava scoperto neanche un palmo di tavolato, ed anche i contorni del bastimento eran nascosti dalle persone, così tutta quella folla pareva sospesa per aria, e che volasse lenta sopra il mare, come uno sciame di spettri.
Nel grande silenzio ammirativo s'alzavano voci solitarie di burloni: - Ooooh Baciccia! - Dagh on taj - Cadìa, monsú Tasca! - Poi tutti zitti, e si risentiva distinto il fischio dei fuochi, e il rumor cadenzato della macchina.
Delle piogge di fuoco cadevano sul mar quieto e oleoso, non increspato da una bava di vento, e i razzi scoppiavano e svanivano nell'immenso cielo silenzioso, quasi senza far rumore, come nel vuoto.
Ad ogni sprazzo di luce m'appariva nella folla qualche viso conosciuto: ora la faccia superba della Bolognese, che s'alzava dalla cintola in su sopra le sue vicine; ora il viso estatico dello scrivanello; ora la negra dei brasiliani, stretta in un cerchio di visi accesi; lì sotto la faccetta rotonda della contadina di Capracotta, vicino al macello la faccia impassibile del frate, in fondo al castello di prua la maschera misteriosa del saltimbanco.
E si vedevano qua e là delle coppie strettissime, che l'irradiazione improvvisa d'una girandola costringeva a correggere in fretta l'atteggiamento, e le risa soffocate, le voci di rimprovero e gli strilli che scoppiavano ogni tanto, tradivano un gran lavorìo di pizzicotti e di palpatine audaci e ostinate.
- Questa sera, disse il Commissario, il povero gobbo avrà da sudar sangue.
- Intanto la luce di bengala tingeva successivamente tutte quelle facce di porpora, di bianco, di verde, e ad ogni nuovo scoppio di razzo, sonavano più alte le grida: - Viva l'America! - Viva il Galileo! e più rade: - Viva l'Italia! - E al disopra delle teste si vedevano muovere cappelli, fazzoletti, bicchieri, e bimbi sorretti dalle madri, che agitavano le braccia nude: vere immagini viventi della spensieratezza infantile di quella gioia di popolo, la quale soffocava per un momento tanti dolori.
Finalmente i fuochi finirono, e il piroscafo, ridiventato nero, ma senza che cessasse la festa, si sprofondò gridando e cantando nelle tenebre dell'altro emisfero.
Ma la gioia senza causa di quella folla, su quel confine d'un nuovo mondo, in quella solitudine, di notte, mi fece più pietà che non me n'avesse mai fatta la sua tristezza, mi parve come una luce sinistra che gettasse essa medesima sulle sue miserie, e mi opprimesse l'anima.
O miseria errante del mio paese, povero sangue spillato dalle arterie della mia patria, miei fratelli laceri, mie sorelle senza pane, figli e padri di soldati che han combattuto e che combatteranno per la terra in cui non poterono o non potranno vivere, io non v'ho mai amati, non ho mai sentito come quella sera che dei vostri patimenti, della diffidenza bieca con cui ci guardate qualche volta, siamo colpevoli noi, che dei difetti e delle colpe che vi rinfacciano nel mondo, siamo macchiati noi pure, perché non v'amiamo abbastanza, perché non lavoriamo quanto dovremmo pel vostro bene.
E non ho provato mai tanta amarezza come in quell'ora di non poter dare per voi altro che parole.
All'ultimo sogno di Fausto pensai: aprire una terra nuova a mille e a mille, e vederla fiorire di messi e di villaggi sui passi d'un popolo operoso, libero e contento.
Per questo solo importerebbe di vivere, perché la patria e il mondo siete voi, e finché voi piangerete sopra la terra, ogni felicità degli altri sarà egoismo, e ogni nostro vanto, menzogna.
IL PICCOLO GALILEO
Dopo quel giorno di baldoria, come accade sempre, ricadde la noia sul piroscafo più plumbea di prima, accompagnata da un caldo fortissimo, e accresciuta dallo spettacolo d'un mare di colore ributtante; il quale dava l'immagine di quello che si dice che il mare sarebbe se non avesse impedimento il moltiplicarsi prodigioso di certi pesci: uno spaventevole e pestilenziale carnaio di merluzzi e di aringhe in putrefazione.
Oppressi da quel tedio, e ancora rintontiti dai disordini del dì prima, la maggior parte dei passeggieri di terza non si levavan nemmeno quando i marinai, facendo la solita lavatura con le pompe, incrociavano da tutte le parti rigagnoli e getti d'acqua violenti: si lasciavano innaffiare con gli occhi chiusi, come cani decrepiti.
Tutto il piroscafo parve per molte ore immerso in un letargo profondo, e m'è ancora rincrescevole il ricordo di quel giorno, dopo tanto tempo, come quello della faccia d'un morto.
Rivedo nell'afa del mezzodì il genovese disfatto dalla noia, che s'affaccia al mio camerino, e mi domanda: - Andiamo a veder ammazzare? Come? Chi ammazzano? Un bove: egli lo sapeva sempre il giorno prima, e andava a vedere, per sbattere l'uggia.
Oh ore eterne, passate col naso al finestrino, a guardare con gli occhi stupidi quel mare dell'accidia e del sonno! Dicono che il tempo è moneta, ed io avrei dato un secolo di quelle ore per cinque centesimi.
E mare, e mare, e mare.
Quel Mediterraneo lassù mi si presentava alla fantasia piccolissimo, come un laghetto azzurro soffocato tra i monti, e lontano al di là d'ogni idea; e quel non vedere mai altro che acqua ed acqua mi faceva balenare l'orribile sospetto che si fosse sbagliato rotta, e che si filasse diritto verso il polo antartico, per andar a cozzare nei ghiacci eterni.
Fortunatamente mi venne a scuotere Ruy Blas; il quale, guardandomi con un occhio pesto che voleva far indovinare una notte di dissolutezza aristocratica, mi diede una buona notizia.
Il battesimo era fissato per le quattro.
Tutto era già stabilito.
Battesimo e registrazione civile sarebbero stati fatti nella camera nautica, posta accanto alla timoneria, sotto il palco di comando.
Il prete napoletano avrebbe amministrato il così detto battesimo di necessità; al quale doveva aver la mano, poiché aveva viaggiato nei suoi primi anni per quelle campagne solitarie degli Stati lontani dell'Argentina, dove, non essendovi chiese, e conservando appena gli abitanti disseminati una grossolana tradizione della religione cattolica, accadeva che al passaggio d'un prete accorressero a chiedere il battesimo perfin dei giovinetti a cavallo.
Egli s'era offerto cortesemente, senza domandar patacones, e già un cameriere gli aveva visto tirar fuori la mattina una stola e una cotta, che portavano non dubbi segni d'un lungo e avventuroso servizio.
Al bimbo, secondo l'uso, si sarebbe messo il nome del piroscafo, Galileo; il quale aveva già una dozzina di figliuoli omonimi, sparsi pel mondo.
Madrina (sántola) sarebbe stata la signorina di Mestre.
Per padrino s'era offerto il comandante; ma il deputato argentino l'aveva indotto a cedergli l'ufficio, per la ragione che il bambino essendo destinato alla cittadinanza del suo paese, toccava a lui a dargli il benvenuto nel nuovo mondo, come rappresentante della Repubblica.
Quest'atto gentile, come poi seppi, gli riconciliò gli animi dei passeggieri, i quali fino allora avevano accusato lui e gli altri argentini di stare in contegni con gli europei, e come raggruppati in disparte.
Io però li conoscevo da un po' di giorni, e li avevo osservati fin da principio con curiosità vivissima, poiché erano per me i primi esemplari del loro popolo, il quale è senza dubbio di tutta l'America quello che più importa, o più dovrebbe importar di conoscere a un italiano.
Il deputato era il maggiore d'età, e credo anche la testa quadra della brigata: alto, una faccia forte e fina di uomo rotto alle lotte della vita politica e della vita mondana, che lanciava a traverso all'occhialetto uno sguardo audacemente conquistatore di voti elettorali e di sì femminili.
Il marito della signora era un avvocatino biondo, segretario di non so che ministro plenipotenziario del suo paese, con due occhi grigi mobilissimi, acuti come punteruoli, che quando vi squadravano, pareva che vi vedessero sotto al cranio, dentro al petto e fin nel taccuino degli appunti.
C'erano due giovanotti bruni, molto eleganti e poco significanti, i quali non parevano preoccupati d'altro che della biancheria finissima e candidissima di cui facevano sfoggio, e delle loro folte capigliature artisticamente architettate, nere, ma di quel fortissimo nero andaluso-argentino, che è un vero oltraggio alle teste brizzolate.
Il più originale di tutti era il quinto, un pezzo d'uomo sulla trentina, di viso audace e di voce aspra, un tipo di domatore di cavalli selvatici, proprietario d'una vasta estancia della provincia di Buenos Ayres, in cui passava due anni su tre, in mezzo a trentamila vacche e a ventimila pecore, menando la vita del gaucho; della quale s'andava poi a rifare a Parigi, dove divorava volta per volta un armento di mille teste.
Un tratto comune a tutti e cinque era la finezza della bocca e la piccolezza del capo, che tutti portavano alto, sempre; ma l'abitudine ereditaria, che altri osserva negli argentini, di appoggiarsi camminando più sulle articolazioni delle dita che sul tallone del piede, dico la verità, non l'osservai.
Studiosi dell'eleganza, e in particolar modo della lindura della persona, tutti e cinque, vistosamente.
E cortesi; ma d'una cortesia più ridente, per dir così, di quella degli spagnuoli, meno cerimoniosa di quella dei francesi, congiunta ad una scioltezza viva di modi e di discorso, propria di uomini che entran nella vita indipendente appena usciti dalla fanciullezza, e che crescono senza noie e senza freni, pieni di fiducia in sé e nella fortuna, in mezzo a una società agitata, disordinata, giovanile.
Questa loro condizione d'animo si palesava in un'espressione del viso a cui non saprei trovar miglior paragone che quella particolare aria balda dell'uomo a cavallo, che vede davanti a sé un vasto orizzonte libero.
Con questo una meravigliosa facilità a profferir giudizi su popolo, istituzioni ed usi d'Europa, che avevan visto di volo: giudizi che rivelavano una percezione più acuta che profonda, e una grande varietà piuttosto di letture che di studi, ricordate con prontezza e citate con arte.
E non tanto nei giudizi, quanto nella preferenza manifesta data all'argomento di discorso, mostravano una simpatia viva per la natura e per la vita francese, derivante da una analogia incontrastabile di qualità dell'intelligenza e dell'animo: tutti avevan Parigi sulla punta delle dita e le valigie piene di giornali dei boulevards, e di fotografie d'artiste dell'Opéra e della Comédie.
D'altri paesi conoscevano assai bene le case di gioco e gli stabilimenti di bagni, e sopra tutto i teatri di musica, dei quali parlavan con passione d'adolescenti, ma facendomi capire che non avevan nulla da invidiarci a questo riguardo, poiché essi facevano andar l'Europa a cantare e a ballare a casa loro.
Quanto all'Italia, non riuscii a scoprire, sotto la necessaria cortesia della frase, il loro sentimento vero.
Si compiacevano della nostra immigrazione, come d'un concorso di ottimi lavoratori, e accennando gli emigranti, dicevano: - Tutto questo è tant'oro per noi.
- Portateci pure tutta l'Italia, pur che lasciate a casa la Monarchia.
- E si capiva che a loro, come ai rivoluzionari francesi del secolo scorso, una povera creatura umana soggetta alla Monarchia pareva meritevole della più sincera commiserazione; e che ci dovevano considerare, noi europei, come una specie d'uomini nati vecchi, strascicantisi in mezzo agli avanzi tristi d'un mondo morto, e anche un po' affamati per professione.
Di sotto a questi sentimenti, lampeggiava un orgoglio nazionale vivissimo; l'orgoglio d'un piccolo popolo, che ha vinto la grande Spagna, umiliata l'Inghilterra, e allargato i confini del mondo civile, spazzando la barbarie da un paese immenso, per darvi ospizio e vita a gente d'ogni lingua e d'ogni razza.
Infatti, due volte la settimana almeno essi festeggiavano fra di loro qualche data gloriosa della rivoluzione argentina, con una profusione di vini di Champagne, che era una bella prova dei buoni frutti delle loro vittorie.
Ma fra il loro orgoglio nazionale e quello degli europei mi parve corresse una differenza notevole, che mentre noi lo fondiamo sul passato, e sempre su questo ripicchiamo vantandoci, essi del passato non discorrevan quasi mai, e in ogni frase accennavano all'avvenire, col ritornello dell'infanzia: - Quando saremo grandi.
E in tutti loro appariva profonda, salda, lucidissima non la speranza, ma la certezza di riuscire col tempo un popolo enorme, gli Stati Uniti dell'America latina, brulicanti dalla vallata delle Amazzoni agli estremi confini della Patagonia.
E la loro coscienza d'esser chiamati a questo primato, si poteva anche riconoscere nello studio che ponevano in ogni occasione a dimostrare l'originalità del loro popolo, non solo rispetto ai vecchi padri spagnuoli, dei quali parlavano con una leggera intonazione di canzonatura, come di gente da cui per fortuna avessero sotto ogni aspetto dirazzato, non risentendo più da loro alcun influsso di nessuna specie; ma anche rispetto agli altri popoli latini dell'America, Chileno, Peruviano, Boliviano, Brasiliano; di ciascuno dei quali rilevavano le deficienze intellettuali e morali, e i lati ridicoli, con una ironia faceta, che tradiva un sentimento di rivalità d'alto in basso, non addolcito da quello della fratellanza.
E tutti questi discorsi facevano con un linguaggio fluente e caldo, rotto da risa cordiali e da scatti quasi involontari di sincerità, che rivelavano una natura capace di passioni generose e violente, ed anche una mobilità grande di affetti, nata da un ardente bisogno di divorare la vita in tutti i modi, seguendo con tutte le forze l'impeto di tutti i desideri.
Una sola cosa avrei desiderato in alcuni di essi, ed era un'espressione più aperta di pietà nella voce e negli occhi, nel raccontare che facevano certi episodi inumani della loro storia; un non so che più mite e triste, che non facesse sospettare una mala impronta lasciata nella loro natura dalla lunga tradizione delle guerre del deserto e delle guerre civili, orribili tutte.
Ma, nel complesso, la impressione prima era gradevolissima, e tale da render viva doppiamente la curiosità di scrutarli più addentro.
Per la prima volta io mi trovavo dinanzi a gente veramente nuova per me: ciò che non m'era mai accaduto in Europa.
In mezzo alla grande comunanza di cognizioni e idee che era fra noi, io riconoscevo vagamente in loro le tracce d'una educazione affatto diversa della mente e dell'animo, i sentimenti peculiari d'una gente accampata sugli ultimi termini della civiltà, all'estremità d'un continente quasi spopolato, in una specie di solitudine d'esercito invasore, e le impressioni d'una natura diversamente bella dalla nostra, più vasta, più primitiva e più formidabile.
E mi stupiva anche quella loro lingua spagnuola come snodata e alleggerita della scorza letteraria, accentuata in modo nuovo per me e fiorita di parole sconosciute e bizzarre, e cantata con quel lontano ricordo di melopea indiana, che mi faceva passar per la fantasia delle facce color di rame ornate di penne.
Ma più che la lingua, la facilità incredibile di parola, e la facoltà imitativa dell'intonazione e del gesto, specie quando s'infervoravano nelle descrizioni delle loro grandi montagne e delle loro sterminate pianure.
Quell'avvocatino biondo, più che gli altri, descriveva la caccia al cavallo selvatico come un attore che recitasse uno squarcio classico, senz'ombra d'affettazione o d'artifizio apparente, con una vigoria di mosse e con una musica di parola maravigliosa.
E in tutti notai questa dote d'un bel metallo di voce, e un'arte o una facoltà naturale, squisita di modularla; nella signora particolarmente, la quale aveva una certa voce bianca, e delle note di testa graziosissime, che a sentirle a occhi chiusi sarebbero parse d'una bimba.
Veduto lo strano effetto acustico che m'aveva fatto una sera il nome dello Stato di Jujuí, pronunciato in quella maniera, essa andava cercando per gioco altri nomi indiani di monti e di fiumi del suo paese, che mi ripeteva man mano, ridendo della mia maraviglia.
Ringuiririca, Paranapicabá, Ibirapità-miní.
Parevan trilli d'usignuolo.
Per loro il viaggio dall'America all'Europa era come per noi una gita da Genova a Livorno: l'avevan già fatto più volte: poiché, sia qual si voglia il sentimento che hanno di sé e il concetto che hanno di noi, l'Europa è sempre per loro l'antica madre, la grande patria del loro intelletto, e li attira.
Il deputato, poi, contava già otto viaggi transatlantici, di modo che la rete dei suoi amori doveva stendersi oramai sovra una selva di bastimenti.
E ancor giovane, aveva il passato d'una lunga vita, anche come uomo pubblico, poiché prima dei trent'anni (doveva toccare i quaranta) era già stato redattore capo di un grande giornale, alto impiegato d'un Ministero, direttore d'una Banca, e inviato dal governo a Parigi con un incarico finanziario.
E non era una eccezione fra la gioventù del suo paese.
Egli diceva con ragione che il suo paese era nelle mani dei giovani, poiché la repubblica voleva che corresse nelle vene di tutti i suoi servitori il succhio primaverile che ferveva nelle sue.
- Voi altri, - diceva, - affollati in un campo ristretto, e sopraccarichi di storia, di leggi e di tradizioni, dovete camminare adagio, e condotti dai vecchi: ma noi giovani di trecent'anni, che abbiamo per patria una terza parte del Sud-America, e che dobbiamo riguadagnare in fretta il tempo perduto nella lotta coi selvaggi e nella guerra di trasformazione sociale da cui siamo appena usciti, bisogna che andiamo innanzi di carriera, e guidati dall'età dell'impazienza e dell'audacia.
- E scherzava sull'"abuso" della vecchiaia che si fa in Europa.
- Pare che la canizie, tra voi, sia il titolo necessario per certe cariche.
Avete delle malattie che danno il diritto a certi onori.
Che so io? La podagra fa tutto.
La vostra gioventù si stanca in un'aspettazione interminabile, e vi ritrovate negli uffici che richiedono più vigore di mente e di nervi appunto nell'età in cui il vigore vien meno.
Sciupate tutte le vostre forze a salire, e quando siete sulla cima suona l'ora della morte.
Comparve in quel punto la cameriera ad annunciar l'ora del battesimo.
Il deputato scappò in camerino a cambiare il berrettino di seta con una copertura di capo più sacramentale.
Io m'incamminai verso la camera nautica.
A prua c'era già movimento, in specie fra le donne, che volevano salir tutte sul castello centrale, per vedere; tanto che i marinai si dovettero piantar di guardia alle scalette per impedire che si ammucchiasse troppa gente di sopra.
Era un vocìo, una curiosità da tutte le parti come per il battesimo d'un principino ereditario, e nessuno badava alla minaccia d'un piovasco solenne, che cominciava a far l'aria buia.
Entrai con due o tre altri nella camera nautica, che era già affollata, e trovai a stento un po' di posto.
Davanti a un tavolo stavano in piedi il comandante, che doveva far da ufficiale dello Stato Civile, e il Secondo e il Commissario, che facevan da testimoni; tutt'intorno, con le spalle alle pareti, la signora bionda, l'argentina, la sposa, la madre e la figliuola pianista, la brasiliana con la serva negra, e una diecina d'uomini, fra i quali il garibaldino, col suo solito viso chiuso e triste.
La finestra in fondo, che dava sul castello, era addirittura riempita di facce di donne della terza classe, che formavano scala, e brillavano dalla contentezza d'aver conquistato i primi posti; e dietro di loro si sentiva il mormorio della folla.
C'erano sul tavolo il ruolo d'equipaggio e il giornale di bordo, aperti; un vassoio con un bicchiere d'acqua e una saliera; e dei moduli stampati d'atti di nascita.
Tutti stavano con una certa compostezza pensierosa.
Quella camera singolare, tappezzata di carte marine, luccicante qua e là di strumenti nautici, con quelle ventiquattro lettere maiuscole iscritte come un epitaffio enimmatico sopra le bandierine dei segnali, - quel gruppo di persone così diverse e strane, che barcollavano ogni tanto per effetto d'un leggero rullìo, - quegli ufficiali immobili e gravi, - quel brulichìo d'una moltitudine che non si vedeva, - e quell'orizzonte oscuro dell'oceano, che tagliava il vano dell'uscio, - destavano insieme un sentimento di stupore e di rispetto che s'esprimeva in un bisbiglio sommesso.
Dopo alcuni momenti arrivò il lungo prete, con una stola e una cotta che pareva avessero servito a battezzare i primi navigatori dell'Atlantico, e l'attenzione di tutti si fissò su di lui.
Entrò, curvandosi, senza guardar nessuno, e avvicinatosi al tavolo e fatto il segno della croce, cominciò a mormorare a occhi chiusi, in mezzo a un silenzio profondo, gli esorcismi d'uso per l'acqua e pel sale.
Poi mise una cucchiaiata di sale nel bicchiere, l'agitò, e intintovi il dito, benedisse i presenti.
Le donne fecero il segno della croce.
Il bisbiglio ricominciò.
Tardando a venire il bambino, il comandante mandò il Commissario a vedere.
Siccome s'era aggravato il vecchio malato di polmonite, la puerpera era stata trasferita dall'infermeria in un camerino vuoto delle seconde classi.
Il tragitto da farsi non era che di pochi passi.
Il Commissario ritornò subito, dicendo: - Vegnan.
Venivano in fatti su per la scaletta il padre, tutto trionfante, con la barba fatta, con una camicia fresca, e col marmocchio in mano, la signorina di Mestre, col suo solito vestito verde-mare, sorretta per una mano dall'argentino, e dietro di loro, con mia gran maraviglia e di tutti, la puerpera pallida, ma sorridente, tenuta su per la vita dal marinaio gobbo.
Non c'era stato verso, brontolava il marinaio, aveva voluto venire, nonostante le minacce del medico, cocciuta a fare là come a casa sua, dove dopo do zorni la se gaveva sempre messo a far le so façende.
Ultimo veniva uno dei due gemelli, con candela in mano.
Un mormorio carezzevole di pietà e di simpatia accolse il piccolo Galileo, che dormiva placidamente, col visetto rosso, ravvolto in una coperta azzurra, con una cuffietta bianca a piegoline, e una medaglia al collo.
Appena entrata, la signorina prese il bimbo dalle braccia del padre, e lo mostrò al comandante, con quel suo sorriso mesto e dolcissimo, e non a un solo credo che sfuggisse il contrasto pietoso di quel piccolo essere che incominciava la vita con quella povera e buona creatura per la quale tutto stava per finire.
Tutti guardarono per un momento lei sola, che contemplava il bimbo col capo chino, mostrando negli occhi tutti i tesori di maternità che avrebbe portato nella tomba.
Il comandante, col suo schietto accento del quartiere di Prè, e con un cipiglio come se leggesse un atto d'accusa, diede lettura dell'atto di nascita scritto sul ruolo d'equipaggio.
- L'anno mille e ottocento etc., giorno ed ora etc., a bordo del piroscafo denominato il Galileo, iscritto al compartimento marittimo di Genova, etc., il signor medico tal dei tali ha presentato a noi, Capitano in comando del detto piroscafo, in presenza dei signori tali e tali, un bambino di sesso maschile di cui s'è sgravata la signora...
Spuntò un sorriso sulle labbra di tutti quando s'intese leggere che il luogo nativo di quel povero bambino era: latitudine nord 4, longitudine ovest, meridiano di Parigi, 28,48.
- ...
In fede di che noi, - continuò il comandante, - abbiamo steso il presente atto che è stato iscritto a piè del ruolo d'equipaggio, ed è stato sottoscritto...
Il comandante e i due ufficiali firmarono l'atto sul ruolo e sui tre moduli stampati da rimettersi al Consolato italiano di Montevideo, alla Capitaneria del porto di Genova, e al padre; poi porsero la penna a questo, che, stentatamente, con la fronte in sudore, scarabocchiò tre volte il suo nome.
In quel punto il piroscafo fece un moto brusco da un lato, e la madrina vacillò: l'argentino la ritenne per un braccio: ed io gli lessi negli occhi l'impressione di stupore penoso ch'egli provò al sentire quel braccio senza carne.
Il cielo s'era fatto più oscuro e il mare livido; qualche goccia cadeva sopra coperta.
Il prete si fece avanti.
Inteso i nomi imposti, si segnò, e messa la sua enorme mano pelosa sotto la testa del bimbo dormente, mentre l'argentino gli metteva la destra sul petto, gli fece col bicchierino le tre versate d'acqua, dicendo:
- Galilee, Petre, Johannes, ego te baptizo in nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti.
Poi: - Galilee, Petre, Johannes, vade in pacem et Dominus sit tecum.
Tutte le donne dalla finestra risposero: - Amen.
Allora disse l'Agimus.
Io osservavo intanto la madre, la quale girava gli occhi larghi sul bimbo, sugli ufficiali, sugli strumenti nautici, su quella strana cappella, e porgeva l'orecchio allo scricchiolìo della ruota della timoniera e al fischio lontano delle sartie investite dal vento, dando ogni tanto un'occhiata furtiva al mare oscuro; e pareva agitata da una viva inquietudine, come se ci fosse qualche cosa di profano e quasi di malauguroso in quella funzione fatta a quel modo, così alla spiccia, e in quel luogo, e con quel tempo.
- Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum, - terminò il prete.
- Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis...
- risposero le donne.
Nel momento stesso un lampo vivissimo illuminò la camera e s'intese il muggito lungo d'un bove; il piroscafo balzò; la puerpera si mise a piangere.
- Amen, - disse il prete.
- Amen, - risposero di fuori.
Tutti si rivolsero alla donna, chiedendole che cos'avesse, facendole animo.
Essa s'asciugò gli occhi col dorso della mano, e domandò: Parché no'l ghe ga messo el sal sula boca? [5]
Dovettero ragionarla, spiegarle: era un battesimo di necessità, non si poteva farlo completo perché non s'era in chiesa, si sarebbe completato in America; stesse tranquilla: il sacramento era valido lo stesso.
Allora baciò con espansione il bambino, si rasserenò, ringraziò, e tutti uscirono.
Pioveva già forte.
Eppure il piccolo corteo, seguito dal garibaldino, stentò a aprirsi il passo tra la calca per arrivare fino al camerino di seconda; il gobbetto dovette più volte far largo coi gomiti, e al gemello fu portato via il mozzicone di candela: tutti volevan vedere, non il bimbo, ma chi fossero il padrino e la madrina, per farsi un'idea della importanza dei regali che sarebbero toccati alla puerpera fortunata.
Al vedere la signorina, qualcheduno batteva le mani.
All'improvviso s'udì una voce alta e rauca:
- Strusciate, strusciate i signori!...
Oggi lo tengono a battesimo e quando sarà grande lo faranno crepare di fame...
Cretini!
Era il vecchio tribuno dal gabbano verde, ritto sulla boccaporta del dormitorio delle donne.
Molti si staccarono subito dalla folla dei curiosi.
Altri gli inveirono contro, altri gli fecero eco.
Ma il gridìo festoso della ragazzaglia coperse le loro voci.
Messo appena il piede nel camerino, la puerpera si lasciò cadere sopra un baule, spossata; il padre mise il bambino in una cuccetta, e il padrino e la madrina tiraron fuori i regali.
E allora cominciarono le esclamazioni di maraviglia e di gratitudine, a due voci: - Ma cassa fali? Lori se desturba tropo! I ne fa deventar rossi! Oh ma che brave creature! Xelo par mi sto qua? e anca st'altro? Oh santo Dio benedeto! - E il padre, in uno slancio di riconoscenza per il neonato, curvandosi sulla cuccetta, esclamò: Vorò strussiarme, vorò suar sangue per ti, vissare mie! ma con un accento del cuore, che prometteva sinceramente una vita di lavoro e di sacrifizio per quella piccola creatura nata fra il mare e il cielo, a mezza strada fra la patria perduta e una terra ignota, senz'altro bene al mondo che le braccia e il coraggio del padre suo.
E poi: - Tazi, vecia mata! - gridò brutalmente alla moglie che piangeva, e le gettò le braccia al collo.
La signorina allora si voltò verso il garibaldino che stava affacciato all'uscio, e indicandogli quell'abbraccio, gli fece con l'indice un cenno di rimprovero, e poi disse affettuosamente, sorridendo: - Ecco la famiglia.
Egli non rispose.
IL MARE DI FUOCO
Ma il battesimo, come la festa dell'equatore, non fu che una breve tregua all'irritazione che serpeggiava a prua per effetto del caldo crescente, in particolar modo fra le donne, le quali erano ogni dì più uggite e stufe di quella maniera di vita tanto lontana da ogni loro consuetudine.
Da vari giorni era scoppiata la malattia contagiosa del piccolo ladroneccio, e con questa, la febbre generale del sospetto: gli asciugamani, le scarpette, i cenci sparivano come per incanto, le derubate credevano di riconoscer la roba loro nelle mani dell'una o dell'altra, e ogni momento si vedevan venire dal Commissario due scarmiglione frementi, coi ragazzi per mano, col corpo del delitto sotto il braccio, seguite dai mariti e dai testimoni, a chieder giustizia.
E allora avevan luogo processi e dibattimenti in tutte le regole.
Si trattava d'un fazzoletto a cui la ladra aveva levato la marca, d'uno stivaletto a cui era stata strappata la fettuccia col nome del calzolaio.
L'accusata negava, invocando Gesù e la Madonna; la derubata s'incocciava, tirando giù il resto del calendario: bisognava chiamar due perite che esaminassero la marca sfatta, o un ciabattino per lo stivaletto.
Ma la piemontese rifiutava le perite napoletane, la napoletana non le voleva dell'alta Italia, i mariti pigliavan le parti delle mogli, i testimoni e i curiosi tenevan ciascuno dalla sua provincia.
Erano contestazioni interminabili tra montanare testarde che ripetevano cento volte la stessa ragione con la medesima frase, e pianigiane linguacciute che vomitavano torrenti di parole.
Spesso anche non si capivan tra loro e bisognava nominare un interprete.
Altre volte si doveva ordinare una perquisizione delle robe.
Le accusate si mettevano a piangere, i bambini a frignare, i mariti a minacciarsi.
- Ci rivedremo a terra, canaglia! - Ti caccerò nelle caldaie della macchina io, pendaglio da forca! - Darò le tue budella ai pesci, nato d'un cane! - Una donna accusava l'altra di bazzicare coi marinai la notte, l'altra accusava lei d'andar a dormire coi signori di prima.
- Voi tutto il bastimento vi conosce! - E voi non vi lava neanche tutta l'acqua del mare! - Il povero Commissario si stillava il cervello per comprendere e per dare delle sentenze giuste; ma comunque giudicasse, gridavano sempre all'ingiustizia.
Se condannava una napoletana o una siciliana, queste dicevano: - Già, l'altra è dei paesi vostri.
- Se condannava una dei "paesi suoi" tutte le settentrionali strillavano.
- Si sa, quelle ci han sempre modo, e che modo! di farsi dar ragione.
- Ed era inutile che cercasse di persuaderle: - Ma sentite, ricordatevi: ieri ho pur dato ragione, perché l'aveva, a una delle vostre parti! - Niente: gliel'aveva data solo perché era una bella ragazza, o una donna sola, o perché perché: un secondo fine ci doveva essere.
E da una parte e dall'altra s'alzava un coro di mormoni: - Già, noi non siamo italiani.
- Non parliamo il genovese, noi.
- Si sa, ora sono quelli di laggiù che comandano.
- Era una cosa che faceva doppia pena, così lontano dalla patria, veder dar fuori in ogni litigio le antipatie di famiglia, sentire con che parole diabolicamente ingegnose si mordevano l'un con l'altro nell'amor proprio municipale, dissotterrando recriminazioni e rancori morti da tanto tempo fra noi, e soffiandovi dentro, pur troppo, per portarli redivivi in America.
E dopo ogni lite le due parti si separavano nemiche e gonfie di dispetti, che trasfondevano poi a prua nei loro compaesani dei due sessi; i quali a poco a poco s'andavano dividendo in due schiere, e si guardavano in cagnesco, e s'insultavano, scansandosi a vicenda, come per paura di essere impidocchiati, o affettando di abbottonarsi la giacchetta e di toccarsi in tasca quando si passavano accanto, come per salvare il portamonete o il fazzoletto.
Oh miseria! Il Commissario, per quanto fosse sollecito, non aveva tempo d'ascoltar le querele di tutti, e per quanto fosse paziente, doveva qualche volta piantarsi i denti nella seconda falange dell'indice.
La grossa bolognese, la cui alterigia montava con la temperatura, voleva far perquisire tutto il piroscafo perché le avevan portato via un pettine di tartaruga, e minacciava di far screditare la Società di navigazione da suo fratello giornalista, appena sbarcata in America.
La povera signora dal vestito di seta era disperata perché le avevan rubato una piccola spilla d'argento, un ricordo di sua sorella, diceva; ma non osava di ricorrere al Commissario per timore di qualche vendetta.
E c'eran delle donne che, non tanto per timore quanto per mostrare una diffidenza ingiuriosa alle vicine, dormivano con tutte le loro robe ammontate fra le braccia e fra le gambe, anche a rischio di provocare la calunnia coi falsi contorni dell'adulterio.
Una vera pazzia, insomma.
E ancora le quistioni che nascevan da furti veri o mentiti eran le meno difficili.
Il peggio era che l'irritazione aveva svegliato in tutti una delicatezza d'amor proprio straordinaria, che s'adombrava d'una mezza parola o d'un mezzo sorriso, tanto che ogni momento si presentava qualcuno al Commissario a lamentarsi d'una mancanza di rispetto, e il Commissariato si dovea convertire in una specie di tribunale per la casistica della dignità e della buona creanza.
Il marinaio gobbo diceva che non si potea più campare.
- Dixan che gh'è de ladre! (dicono che ci son delle ladre) - esclamava, poiché non parlava mai altro che delle donne; ma se non s'imbarcassero le ladre, non si farebbero nemmeno più le spese del carbone, che dio le sprofondi! - A come si mettevan le cose c'era da aspettarsi da un'ora all'altra qualche baruffa seria.
Già la sera innanzi, dopo il battesimo, due passeggiere s'eran fatte una cappelliera, alla muta, da signore ben educate, in un angolo oscuro del dormitorio.
E la sera del giorno dopo toccò di peggio al povero scrivanello.
Essendosi lasciato sfuggire una parola d'indignazione contro due emigranti che facevan degli atti osceni dietro alle spalle della genovese, provocando le risatacce di tutti, quelli gli misero le mani addosso, e stavano per conciarlo male, quando passò di là per caso il garibaldino, e lo liberò, che aveva già la cravatta in brindelli.
Tutti effetti del "focolare elettrico del globo".
E il Commissario seguitava a dirmi: - Ne vedrà di peggio.
Liberato lo scrivanello, il garibaldino salì sul castello centrale, di dove l'avevo visto, e mi passò accanto.
Avrei voluto chiedergli dei particolari; ma la sua faccia fredda e dura mi tenne in là, come sempre.
Mentre i primi giorni scambiava con me qualche parola, ora faceva appena un cenno di saluto, e qualche volta neppure un cenno.
Pareva che l'uggia crescente che metteva in ciascuno quella piccola società forzata del piroscafo, gli inasprisse l'avversione per i propri simili che già portava nel cuore.
Quanto più andava innanzi nella familiarità, sempre taciturna e rispettosa, colla signorina dalla croce nera, tanto più diventava solitario e chiuso, come se quella compagnia gentile rabbuiasse, invece di rasserenare, la sua filosofia.
Ora non parlava più con nessuno.
Passava delle ore a poppa, appoggiato al parapetto, a guardare la scia del Galileo, come un foglio scritto interminabile, che si svolgesse sotto i suoi occhi, narrando la storia del mondo.
E la sua selvatichezza sdegnosa aveva prodotto negli altri l'effetto solito: antipatia dapprima e ostentazione di altrettanto disprezzo; poi, quando la costanza della sua condotta mostrò ch'essa derivava da natura e non da proposito, un sentimento di rispetto e di timidezza, il quale si rivelava nella prontezza istantanea con cui lo sguardo dei passeggieri saliva su per gli alberi o fuggiva pel mare, quando egli, discorrendo con la signorina, girava gli occhi su di loro, per vedere se lo guardassero, e con che viso.
Sembrava anzi che fosse nata in tutti una certa simpatia per quell'orso orgoglioso, il quale non solo non faceva nulla per guadagnarsela, ma aveva l'aria di far tutto per suscitare il sentimento contrario.
Era perché la tristezza, quand'è congiunta alla bellezza e alla forza, seduce, come indizio d'un nobile disprezzo per le facili soddisfazioni che possono dar l'una e l'altra; oltre di che da tutta la persona di lui, e da quel lume profondo degli occhi, che vien diritto dall'anima, traspariva la virtù che è più ammirata e più temuta nel mondo, il coraggio.
Per me, quanto più mi scansava, e tanto più desideravo di conoscerlo.
Provavo per lui quel sentimento di benevolenza, nato dalla stima e dalla soggezione, che rende intollerabile la noncuranza di chi n'è l'oggetto, e che vi farebbe discendere ad un atto d'umiltà per superarla.
E questo sentimento si fa vivissimo a bordo, dove è ridestato ad ogni tratto dalla presenza continua della persona, e dove la indifferenza che essa ci dimostra può esser facilmente notata dagli altri, e svilirci nel concetto loro.
Lui assente, cercavo di persuadermi che l'animo suo e la sua vita non dovessero corrispondere al suo aspetto e alla mia immaginazione, e che, se l'avessi conosciuto addentro, egli non avrebbe fatto che aggiungere una delusione a quell'altre mille di cui è tessuta la storia delle nostre amicizie.
Ma quando lo vedevo, era inutile, avrei giurato che quell'uomo non aveva mai commesso un'azione ignobile, che disprezzava sinceramente ogni vanità umana e che anche allora avrebbe dato la vita, subito e senza un pensiero d'ambizione, per un'idea generosa.
Subivo la sua superiorità come una forza magnetica, e mentre ne sentivo un certo scontento e quasi un'umiliazione, mi pareva che avrei provato un sollievo a lasciarglielo intendere, e anche a confessarglielo chiaramente.
Ma il suo viso era una porta murata per tutti.
E pareva indifferente pure ai grandi spettacoli della natura.
Io non gli vidi passare nemmeno un lampo sul viso, quella sera, davanti al tramonto più splendido e più strano che si fosse visto dopo che eravamo entrati nella zona torrida.
Il cielo s'era rasserenato a oriente e a occidente, e il sole che stava per tuffarsi nel mare di bragia, enorme, come se si fosse ravvicinato alla terra di milioni di leghe, era attraversato nel mezzo da una striscia di nuvola sottilissima e nera, terminante di qua e di là al contorno del disco, in modo che il globo pareva spaccato in due emisferi paralleli, ma così nettamente e durevolmente, da dar l'illusione d'un prodigio.
E nello stesso tempo si stendevano per aria, a un'altezza smisurata, otto maravigliosi raggi d'una luce come velata, ma di colori vaghissimi, che passarono lentamente per varie sfumature, dal bianco al rosa, al verde-chiaro, e perdurarono dopo che il disco era sparito, coprendo un terzo quasi della vôlta del cielo, come un'immensa mano luminosa che volesse afferrare la terra.
Ma ci maravigliammo assai di più quando, a un cenno del comandante, voltandoci, vedemmo altri otto raggi sterminati dalla parte opposta, riflesso dei primi, meno luminosi, ma sfumati delle stesse tinte, che parevano l'albore d'un sole sconosciuto che sorgesse dalle acque, appena l'altro s'era nascosto.
E il mare luccicava di tutti i colori del cielo, che pareva vi galleggiassero miliardi di perle.
Quell'animale d'un avvocato, - egli solo, - non guardava nulla; anzi voltava le spalle al tramonto, e non alzava il viso verso il riflesso, come per far dispetto alla natura: per lui il sole che discendeva nel mare era un sole odioso, per riverbero della cattiva compagnia che frequentava.
In mezzo al silenzio ammirativo di tutti, egli si lamentava stizzosamente col Secondo della trascuranza cri-mi-no-sa delle società di navigazione, io che non si tenevano al corrente dei progressi dell'arte del salvataggio.
Ottanta su cento dei naufraghi, diceva, s'annegano, crepano, per colpa di chi li imbarca.
Perché le società non mettevano sui piroscafi il numero prescritto di salvavite? Perché non ci avevano che dieci lance, che bastavano appena a salvare un quarto dei passeggieri? Perché non esercitavano i marinai a costrurre in pochi minuti delle zattere di salvamento? Perché non avevano delle pompe Gwyn? Perché non adottavano il doppio ponte del capitano Hurst? Perché non si provvedevano di life-boats del Peake e di sgabelli nautici del Thompson? Eran loro, le società di navigazione, che affogavano migliaia di galantuomini, e che facevano crepar di fame gli inventori, accogliendo con una scrollata di spalle, deridendo, per avarizia, tutte le proposte di nuovi mezzi per salvare la pre-zio-sa vita dell'uomo!
Quel piccolo barbone spaurito avea una erudiziene sbarlorditoia nella materia, era un vero scienziato della spaghite.
L'agente di cambio, che sapeva tutto, mi manifestò un suo sospetto: che il pover uomo avesse nel camerino un apparecchio di salvataggio straordinario e voluminoso, parecchi forse, tenuti nascosti con gran cura in un cassone segreto, che nessun cameriere aveva mai visto aperto.
E diceva anzi che, essendo stato respinto bruscamente una mattina ch'era andato per fargli visita, sospettava che egli stesse provando in quel momento qualche spettacoloso vestiario di guttaperca.
- Sono gli armatori, - continuava intanto l'avvocato accalorandosi, - che ci mandano in pasto ai pesci-cani.
Il codice marittimo è una canzonatura.
Ci dovrebbe essere una legge applicata sul serio, che li mandasse a marcire in galera.
Il Secondo ribatteva, ed egli rincalzava con maggior calore, tanto che a poco a poco gli si aggrupparono intorno parecchi, per prendersi spasso di quella battisóffiola morbosa, che la notte calante aggravava.
Ma la conversazione fu troncata improvvisamente dal grido d'un passeggiero di terza, sul castello centrale: - Il mare in fuoco!
Tutti si voltarono verso il mare.
Il piroscafo correva in fatti in un mare acceso, facendo schizzare lungo i suoi fianchi zampilli di topazi e di diamanti e lasciando dietro di sé una striscia di fosforo liquido, una strada coperta d'oro bollente, che pareva uscisse dalla sua poppa, come da una miniera in combustione.
In alcuni punti era oro, in altri argento; lo spazio luminoso si stendeva a una grande distanza, digradando in una mite chiarezza bianca, che faceva pensare a quello che gli Olandesi chiamano mare di latte o di neve, veduto già da molti navigatori nel Pacifico, nel golfo di Bengala e nell'arcipelago delle Molucche.
Ma vicino a noi l'acqua ardeva e viveva, era una bellezza, un inseguirsi e un incrociarsi di fuochi fatui, un tremolìo infinito di stelle e di piccoli soli, che si avvicinavano al piroscafo e balzavano lontano, e s'alzavano e s'abbassavano, senza nascondersi, dando alle onde una trasparenza splendida, come d'un mare illuminato di sotto in su dagli astri favolosi di Plutone e di Proserpina, raggianti nell'interno del globo.
Si capiva bene allora come i naviganti antichi che vedevano per la prima volta quel mare risplendente ne avessero turbata la ragione.
Non se ne poteva staccare lo sguardo: abbagliava, attirava come se portasse a galla tutte le ricchezze dell'universo, metteva voglia di tuffarvi la mano per pigliare una pugnata di gemme, di cacciarvisi dentro per uscirne sfolgoranti come monarchi orientali.
Provavamo tutti il bisogno di trovare paragoni fantastici e di dire bizzarrie, sguazzando con l'immaginazione in quell'immensità di tesori ondeggianti, che ci scintillavano intorno come una tentazione e uno scherno.
E l'ammirazione crebbe ancora quando, dopo un'ora di quella vista, comparve un branco di delfini, che si misero a guizzare e a saltare in quel fuoco, accompagnando il piroscafo, come per unire la propria alla nostra allegrezza.
Allora fu un turbinìo di faville, una festa di spume e di spruzzi infiammati, una danza di costellazioni, una follia di splendori che fece prorompere i passeggieri di terza classe in grida acute, in strilli di gioia come una folla di ragazzi.
Il solo malcontento fu il marito della svizzera, che vedemmo comparire sul cassero brontolando, con la faccia rossa e indispettita.
Ma, dio buono, se l'era cercata.
Era andato sul castello centrale, in mezzo a un crocchio di contadini, a spiegare che quella fosforescenza delle acque era prodotta da una quantità di animaletti microscopici, chiamati con non so che nome dell'altro mondo, o in altri termini, che tutte quelle scintille erano bestie.
Questa volta, per verità, l'aveva sballata troppo grossa, ed era stata accolta con una clamorosa risata.
Ma già un nuovo spettacolo attirava l'attenzione di tutti.
Essendosi schiarito il cielo da ogni parte, si vedevano per la prima volta all'orizzonte le quattro bellissime stelle della croce del Sud, sconosciute
al settentrïonal vedovo sito,
scintillanti nella solitudine oscura dei così detti sacchi di carbone: i deserti del cielo australe.
Da un lato splendevano limpidamente l'alfa e la beta del Centauro, e dall'altro la costellazione del Naviglio, con lo stupendo sole Canópo.
Tutto il firmamento brillava terso e queto.
La stella polare era scomparsa.
L'OCEANO AZZURRO
Qui, al diciassettesimo giorno, trovo notato sulla carta del Berghaus che si doveva passare la famosa linea tirata da Alessandro VI per dividere il mondo tra il Portogallo e la Spagna; e accanto queste parole: - Bel tempo fuori e in casa.
- E difatti l'umore di quella moltitudine d'emigranti seguiva con fedeltà mirabile le variazioni del mare.
Come parlando con un personaggio potente, al quale domandiamo un favore, e che ci può nuocere, il nostro viso riflette inavvertitamente tutte le espressioni del suo, così i pensieri e i discorsi di tutta quella gente si facevan neri, gialli, grigi, azzurri, lucenti secondo che era il colore delle acque.
Esattissimo è il dire "la faccia del mare" poiché lo spianarsi e il corrugarsi della sua superficie, e le ombre che vi guizzano, e le tinte pallide o tetre che la coprono all'improvviso, rassomigliano in modo maraviglioso ai moti di una faccia umana, la quale rispecchi l'agitazione d'un animo mobilissimo e malfido.
Quanti mutamenti si succedevano in poche ore, sempre rimanendo buon tempo! L'oceano, che appariva vecchio e stanco, ringiovaniva in pochi minuti, corso da un fremito di vita che lo mutava tutto, e poi si racquetava, pensieroso, e s'annoiava, e s'addormiva, e poi su, si svegliava come per una scossa, inquieto, accigliato, come offeso da quel guscio di noce pien di formiche che gli passava sul corpo, e pareva che meditassero un brutto tiro: poi ricadeva in una indifferenza sprezzante, o perdonava e diceva: - Passate, passate, - sorridendo.
E mutava rapidamente con esso l'aspetto del piroscafo, come se quelle mille e seicento persone avessero avuto un solo sistema nervoso.
Alle dieci tutti sdraiati, silenziosi, con facce di gente che non avesse più nulla a sperare a questo mondo, davano al Galileo l'apparenza d'un lazzaretto natante: un'ora dopo, per effetto d'un soffio che spazzava l'orizzonte o d'un raggio che dorava la prua, tutti in piedi, tutti in moto, e un mormorio, un'allegrezza di festa, di cui essi medesimi erano stupiti.
E così cambiava man mano la loro disposizione d'animo verso di noi, e la maniera di accoglienza che ci facevano in casa loro.
La mattina occhiatacce, voltate di spalle e anche male parole fischiate rasente le orecchie: un'antipatia spiegata per i "signori".
La sera dello stesso giorno, invece, sguardi benigni, avvertimenti ai ragazzi che ci lasciassero passare, e anche parole amichevoli buttate così per aria, per attaccare discorso.
E anche in questo noi facevamo come loro.
Pensavamo spesso, guardandoli, con un bel sereno: - Povera e buona gente! Son nostri, infine.
Che cosa non si darebbe per vederli contenti! Come sarebbe bello essere amati da loro! - E in altri momenti, nell'afa del cielo chiuso: - Che razza di cani! Pensare che ci farebbero morir tutti perpendicolarmente, se potessero! E noi li andiamo a accarezzare, imbecilli.
Ma quel giorno il mare era azzurro, e a traverso al buon umore della popolazione di terza, come per una trasparenza morale, si potevano fare molte osservazioni psicologiche nuove.
Poiché bisogna notare: sotto la trama dei dispetti e degli odi se n'era ordita, in quei sedici giorni di viaggio, un'altra di simpatie, d'amori e di ripeschi, molto intricata, e assai più variopinta dell'altra.
Il Commissario sapeva tutto o quasi, per veduta propria e per quello che gli andavano a riportare, richieste o no, quindici o venti comari informate d'ogni braca, le quali esercitavano a prua lo stesso ufficio che la madre della pianista e l'agente di cambio facevano a poppa.
Ed era un divertimento impagabile il sentirgli sfilar la corona delle passioni, sul palco di comando, con gli occhi sulla folla, indicando via via i personaggi, con quella sua parlata lenta di giudice di pace, comicissimo dentro e grave fuori.
La prua tutta nera di gente ci si stendeva di sotto come un vasto palcoscenico scoperto, accarezzato in quel momento da una brezza morbida, che faceva sventolare i panni distesi a asciugare e svolazzar le cocche dei fazzoletti e i capelli sulle terapie alle donne.
Ed egli raccontava.
Gli amori eran molti, ed essendo costretti a rimanere la più parte, o sempre o quasi sempre, nei confini d'una castità rigorosa, s'erano venuti rinfiammando e inasprendo, si può dire, a veduta d'occhio, come non accade mai nelle città o nelle campagne.
Non c'era donna giovane, maritata o ragazza, che non avesse il suo o i suoi vagheggiatori, impudenti o prudenti, cotti più o meno, e sì e no corrisposti, alla coperta o alla palese.
La continenza, e quell'aver sempre l'oggetto lì sotto gli occhi, quasi a contatto, nel disordine del vestito della mattina, o nell'abbandono del sonno lungo il giorno, e nella nudità libera della maternità, aveva fatto nascere capricci e passioncelle vive anche per matrone rustiche semisecolari, che sul continente non sarebbero state degnate d'un pizzicotto.
Le giovani poi, se non eran facce da far paura, avevano addirittura dei cerchi di sospiranti; alcuni dei quali, dopo qualche tempo, si stancavano, e si voltavano a ciondolare intorno a un'altra bellezza, lasciando ad altri il posto vuoto; e così i gruppi si venivano mutando.
C'erano concupiscenze passeggiere e contemplazioni platoniche, che miravano, più che altro, a ingannare il tempo, e anche corteggiamenti burleschi, fatti per spassare i camerati.
Ma c'erano pure innamoramenti seri di maschi presi fino all'anima, d'un'audacia e d'una brutalità che sfidava la luce del sole e il regolamento di disciplina, ostinati e gelosi come arabi, che non volevano concorrenti d'attorno e minacciavano coltellate a destra e a sinistra.
Questi avevano tutti i loro posti fissi, di dove durante il giorno, quando non si poteva nulla tentare, covavano l'oggetto dei loro spasimi con occhi di sparvieri che fissan la preda, e ingiuriavano perfino coloro che, passando, intercettassero i loro sguardi.
Avevano preso fuoco perfin certe teste grigie, certi bifolchi cinquantenni dalla pelle di rinoceronte, nei quali si sarebbe detto che la scintillaccia non si dovesse accendere nemmeno per confricazione.
Uno di questi, un monferrino con un muso di cinghiale, era diventato addirittura canuto spettacolo per la contadina di Capracotta, il cui visetto tondo di madonna mal lavata, colorito dal riflesso del suo fazzoletto a rose vermiglie, faceva girar la cùccuma anche a vari altri, non ostante la presenza d'un lungo marito barbuto.
Le due coriste che andavano in giro dalla mattina alla sera, ridendo con tutti, strofinandosi a tutti, tastate da tutte le parti, pareva che si divertissero particolarmente a fuorviare i buoni mariti: le mogli le odiavano come la peste, e le apostrofavano senza complimenti, dietro le spalle e davanti, minacciando di ricorrere al Commissario, perché ripulisse la prua, ch'era una cosa che metteva schifo.
Ma non eran le sole: c'eran delle altre facce rotte di città che seducevano i padri di famiglia con un po' di farina sul muso e un po' di porcheria nel fazzoletto, e passavan davanti alle mogli costumate con un certo ghigno da schiaffi, dandosi l'aria di signore: un'infamia; che cosa ci stava a fare a Genova la questura? Ma l'avevano amara soprattutto con quello scimmione di negra dei brasiliani, che non veniva che all'ora dei pasti, e la sera, ma che aveva acceso un vero vulcano di passionacce: pareva impossibile, dicevano, con quella nappa rincagnata e quel fetore di caprone; e tutti dietro e intorno, come cani in fregola, a fiutare quel sudiciume, e lei ci sguazzava.
Già per essa due mariti erano andati a un pelo dal pigliarsi a pugni, e all'uno la moglie aveva fatto una scenata che s'era intesa fin dalla macchina, all'altro la sua aveva ammollato un sonoro manrovescio, ch'egli aveva puntualmente restituito, riserbandosi a pagare gl'interessi in America.
La grossa bolognese, almeno, serbava un certo decoro, voleva portare intatto nell'altro mondo, diceva il Commissario, il suo nome di ragaza unesta: si buccinava bensì che avesse il cuore ferito da un emigrante svizzero, e la sua condotta notturna era dubbiosa; ma di giorno, tra la gente, serbava una dignità d'arciduchessa, tanto più dignitosa, anzi, e più sprezzante, quanto più cresceva intorno a lei l'insolenza delle supposizioni facete intorno al mistero della sua inseparabile borsa.
C'erano poi molte altre che, anche nell'amore, davano buon esempio: ragazze morigerate, o almeno timide, che amoreggiavano decentemente con dei giovani per bene, i quali s'atteggiavano ad amici del cuore o ad amanti di seri propositi, e stavano tutto il giorno imbastiti alle loro gonnelle, in atteggiamento languido, ma rispettoso, sotto gli occhi dei parenti.
Ma, in generale, la galanteria aveva dei portamenti e parlava un linguaggio che doveva accelerare e raffinare in modo speciale l'educazione dei fanciulli, e delle molte ragazzine tra i dieci e i quattordici anni, ch'erano a bordo, e che in quel serra serra vedevano e sentivano tutto.
I più bassi istinti, domati nella vita ordinaria dalle fatiche, o dormenti nella quiete solitaria dei campi, s'erano risvegliati a poco a poco, come biscie, nel petto di tutta quella gente affollata e scioperata, ai calori tropicali, e quando l'oscurità della sera imbaldanziva i circospetti e toglieva ogni freno agli impronti, se ne intravvedevano e se ne sentivano di quelle da far arrossire dei corazzieri a cavallo.
Per la forma, s'intende, essendo pornografia a grossi bocconi; che, quanto alla sostanza, era la stessa che in molti salotti come si deve si distribuisce e si inghiotte a pillole d'oro, senza che nessuno si scandalizzi.
E poi...
che succedeva poi? Interrogato su questo punto, il Commissario s'arricciava il baffo destro, tentennando il capo.
Senza dubbio, il regolamento parlava chiaro, il comandante non transigeva, e il piccolo gobbo era incorruttibile; ma la prua era vasta, rischiarata poco, piena d'angoli bui e di ripari opportuni; e tra gli emigranti, più dell'invidia e della gelosia che li avrebbe spinti a disturbare, poteva il sentimento della solidarietà, fondato sul'hodie mihi cras tibi, che gl'induceva a proteggere.
Oltre di che, durante la notte, il gobbo non era sempre lì sulla scala del dormitorio a fare la guardia, e spesso s'addormentava; e allora era una baldoria di contrabbandi, una tarantella di peccati mortali, che, se la vedevan le stelle della Croce, spettatrici degli amori all'aria aperta degl'Indiani, dovevan proprio dire che tutti gli uomini son fratelli.
Nelle notti senza luna e senza stelle, in special modo, e quando il caldo era forte, non sarebbe bastato un battaglione di gobbi.
Giusto, il mio buon scrignuto passò mentre parlavamo di lui, con una boccetta d'olio in una mano, e seguendo forse un suo corso di pensieri, mi disse: - Scià sente: l'è pezo una bionda che sette brunne.
- (È peggio una bionda che sette brune).
Poi, raccoltosi un momento, e alzando l'indice, soggiunse: - Se e' porcate pesassan saiescimo zà a fondo da sezze giorni.
(Se le porcherie pesassero, saremmo già a fondo da sedici giorni).
E aoà cöse gh'è? (E ora cosa c'è?)
Erano i ragazzi di prua che battevan le mani a una manovra con cui s'alzavano le vele di gabbia, di parochetto e di contromezzana, in modo che il piroscafo si ritrovava con tutte le sue grandi ali spiegate, e filava sul mare azzurro nella piena maestà della sua bellezza.
Nello stesso momento, come per fargli festa, uno stormo d'uccelli acquatici del Brasile venne a far tre giri intorno agli alberetti della gabbie, e poi sparve.
Non m'era mai parso così bello il Galileo.
Largo e poderoso; ma le curve agili dei suoi fianchi e la grande lunghezza gli davan la grazia d'una gondola smisurata.
I suoi alberi altissimi, congiunti come da una trama di cordami, parevano fusti di gigantesche palme diramate, legate da liane senza foglie, e le ampie bocche purpuree delle trombe a vento rendevan l'immagine di colossali calici di fiori, attirati dall'America invece che dal sole.
I fianchi neri di catrame e severi, la coperta irta di ordigni di ferro e sorvolata da nuvoli di fumo oscuro; ma questo aspetto rude di vasta officina, rallegrato dalle lance azzurrine librate sui parapetti, dalle alte maniche a vento candide e gonfie, dai ponti mobili spiccanti nel cielo, da cento luccichii di metalli, di legni, di vetri, da mille oggetti e forme diverse e bizzarre, che rappresentavano ciascuna una comodità, un'eleganza, una difesa, un'industria, una forza.
E il rumorìo della macchina, i colpi profondi del propulsore, le piattonate dell'elice, il cigolìo delle catene del timone, il sibilo del solcometro, il fremito delle griselle, il tintinnìo dei cristalli sospesi, formano una musica diffusa e strana, che accarezza l'orecchio ed entra nell'anima come un linguaggio misterioso di gente sparpagliata e invisibile, che a bassa voce s'inciti a vicenda al lavoro e alla lotta.
La poppa sussulta sotto i nostri piedi come la carcassa d'un corpo vivo; il colosso ha guizzi improvvisi, dei quali non si comprende la causa, e che paion tremiti di febbre, scatti bruschi e senza grazia, che paiono atti di dispetto, e mosse replicate di prua, che sembran gli scotimenti d'una enorme testa che pensi; e fila altre volte per lunghi tratti così fermo e pari sul mare agitato, che una palla d'avorio non si moverebbe sulle sue tavole, e pare che non lambisca le onde.
E va senza posa, nella nebbia, nelle tenebre, contro il vento, contro l'onda, con un popolo sul dorso, con cinquemila tonnellate nel ventre, dall'uno all'altro mondo, guidato infallibilmente da una piccola spranghetta d'acciaio che può servire a tagliare i fogli d'un libro, e da un uomo che fa girare una ruota di legno con un leggero sforzo delle mani.
Noi ricorriamo col pensiero la storia della navigazione, e risalendo dal tronco d'albero alla zattera, dalla piroga alla barca a remi, e su su per tutte le forme della nave ingrandite e fortificate dai secoli, ci fermiamo dinanzi a quella forma ultima per raffrontarla alla prima, e il cuore ci si gonfia d'ammirazione, e ci domandiamo quale altra opera meccanica più maravigliosa abbia compiuto la razza umana.
Più maravigliosa dell'oceano che essa rompe e divora, e alla cui minaccia continua risponde collo strepito infaticato dei suoi congegni: - Tu sei immenso, ma sei un bruto; io son piccolo, ma sono un genio; tu separi i mondi, ma io li lego, tu mi circondi, ma io passo, tu sei strapotente, ma io so.
Ah! povero orgoglio umano! Mentre ero su quei pensieri, corse un brivido da poppa a prua, e cento voci inquiete, mille visi paurosi s'interrogarono a vicenda.
Il piroscafo stava per fermarsi.
Molti s'affollarono ai parapetti, a guardar giù, senza saper che cosa; altri corsero dal comandante; qualche signora si preparava a svenire.
Il piroscafo si fermò.
È impossibile esprimere l'impressione sinistra che produsse quella quiete improvvisa, e che triste figura di povero balocco spezzato fece tutt'a un tratto quell'enorme bastimento immobile e silenzioso in mezzo all'oceano! Come svanì subito la fiducia nelle sue forze e nella potenza dell'uomo! E nello stesso punto si rivelò la malvagità umana che gode del terrore e delle angosce altrui: dei passeggieri spargevan la voce che stesse per scoppiare una caldaia, che si fosse rotta la chiglia e che entrasse l'acqua nella stiva.
S'udirono grida di donne.
I fuochisti che, terminato il loro turno, risalivano in coperta col torso nudo e nero, furono circondati, incalzati di domande affannose.
Gli ufficiali andavano di qua e di là dicendo parole che il mormorìo della folla non lasciava intendere.
Finalmente si diffuse a prua e a poppa una notizia rassicurante: - non era nulla: il riscaldamento d'un cuscinetto dell'asse del motore; si stava riparando; fra un'ora si sarebbe ripartiti.
- Tutti respirarono; alcuni, che pure s'eran fatti pallidi, scrollaron le spalle, dicendo che avevano indovinato alla prima; ma la maggior parte rimasero sopra pensiero, come accade quando s'è sentito una puntura o un battito irregolare del cuore.
Quella macchina, di cui nessuno parlava prima, diventò allora il soggetto di cento discorsi, tutti pieni di una sollecitudine e di un rispetto fanciullesco, che faceva sorridere.
Perché, insomma, essa era il cuore del piroscafo, è vero? Il Comando è il cervello, e se il cervello si guasta, si può vivere ancora; ma se il cuore s'arresta, tutto è finito.
E come si chiamava il macchinista? Aveva l'aria d'un uomo di intelligenza e d'esperienza.
Non parlava mai.
Doveva aver molto studiato.
Avrebbe saputo cavarci d'impaccio.
Tutti ne facevan le lodi, senza conoscerlo.
Solamente il mugnaio scrollava il capo, con un sorriso di pietà, portando a spasso pel cassero la sua pancia vanitosa.
Macchinisti italiani! Egli si aspettava di peggio.
Americani o inglesi avevano ad essere.
Ma la pitoccheria nazionale non ne voleva sapere.
- Faltan patacones! - gli rispondeva il prete.
(Mancan gli scudi.) Ma a capo a mezz'ora le conversazioni languivano, quell'ora benedetta non passava mai, le inquietudini rinascevano.
- Ma che ci voglia tanto, perdio, a far raffreddare un cuscinetto! - esclamava più d'uno che non sapeva neppure che cosa fosse.
- È una vergogna! Ma che cosa stillano là sotto? Chi ha mai visto dei buoni a nulla...
Ah! finalmente! La macchina da segno di vita, l'elice si scuote, il mare gorgoglia: sia ringraziato il cielo! Si va.
Eppure ciò che mi fece più senso in quell'avvenimento nuovo per me fu lo sguardo che si scambiarono due persone: tanto è vero che lo spettacolo più attraente per l'uomo è sempre quello dell'anima umana.
Proprio nel momento che, non conoscendosi ancora la causa della fermata improvvisa, si poteva temere un pericolo grave, e tutti lo temettero, trovandomi io sulla piazzetta, vidi il mio vicino di dormitorio voltarsi a guardar sua moglie, che stava su, appoggiata al parapetto del cassero, e questa, come se avesse preveduto quell'atto, fissar lui.
Fu uno di quegli sguardi che rivelano l'anima come un raggio esaminato allo spettroscopio dimostra la natura chimica della fiamma che lo vibra.
Non era né d'ansietà né di paura, e neppure di curiosità dubitosa; ma uno sguardo freddo e tranquillo, il quale esprimeva la profonda certezza che avevan tutti e due dell'indifferenza assoluta dell'un per l'altro, anche davanti a quel pericolo sconosciuto da cui poteva uscire la morte.
S'erano detti a vicenda con gli occhi: - Io so che non t'importerebbe nulla di perdermi, tu sai che perderei te con lo stesso cuore.
- Dopo di che la signora si staccò dal parapetto, e il marito guardò altrove.
Questo sarebbe stato il loro addio, se una disgrazia li avesse divisi per sempre.
Ma che cosa era accaduto tra loro perché nello stesso tempo s'odiassero a quel segno e rimanessero uniti? Sempre mi ritornava alla mente, a mio malgrado, questa domanda.
E pensai che ci dovessero essere dei figliuoli di mezzo, che li costringessero a stare insieme; o un figlio unico, che in casi simili è un legame più forte che parecchi.
Nessuno a bordo li conosceva.
Quel continuo sorriso forzato, e quasi tremante, di lei, ispirava a tutti una certa ripugnanza, benché essa, indovinando quel sentimento, si sforzasse di vincerlo, cercando di dare al suo viso e alla sua voce un'espressione di bontà e di tristezza, come se fosse addolorata, ma rassegnata ai falsi giudizi.
Egli parlava con pochissimi.
Pareva impacciato con la gente, come tutti quelli che sanno che la loro infelicità è manifesta, e si vergognano o si sentono offesi della pietà che essa ispira.
S'indovinava peraltro da certe espressioni rapide dei suoi occhi e della sua bocca, ch'egli doveva essere stato altre volte d'animo aperto e incline all'amicizie gaie, e buono fors'anche; ma che tutte le molle della sua natura s'erano spezzate o allentate l'una dopo l'altra in una lunga lotta contro un avversario più forte e più tenace di lui.
Era facile accorgersi, in fatti, che egli temeva sua moglie, ma che questa non temeva lui.
Si capiva dallo sguardo di sospetto che egli volgeva intorno quando scambiava qualche parola con la signora argentina o con la brasiliana; davanti alle quali stava in quell'atteggiamento di rispetto amorevole e triste che suol tenere con le mogli degli altri chi è infelice con la propria, e vede in ognuna di quelle l'immagine d'una felicità, o almeno d'una vita tollerabile, che a lui non è concessa.
E faceva tanto più pena quella timidità di fanciullo martoriato in quell'uomo alto e complesso, a cui rimaneva ancora nei lineamenti una certa bellezza virile.
A guardarlo da vicino, gli si vedeva quel tremito frequente dei muscoli delle labbra, che distingue gli uomini abituati a comprimere la collera, e quel modo di fissar gli occhi nel vuoto, senza sguardo e per lungo tempo, che è proprio delle tristezze che vagheggiano il suicidio.
E non mostrava mai la noia e l'impazienza degli altri passeggieri: egli pareva indifferente al tempo come i prigionieri condannati a vita.
Io non mi sarei maravigliato affatto se avessi inteso dire da un momento all'altro ch'egli s'era gittato tra le ruote della macchina.
Forse, a casa sua, avrà avuto la distrazione del lavoro o del movimento, qualche amico, o un vizio con cui cercava di stordirsi: per qualche ora, almeno, non avrà veduto sua moglie.
Ma là, su quei quattro palmi di tavolato, esser costretto a vederla e a toccarla di continuo, a odiarla e a esser odiato sotto gli occhi di tutti, e a respirare l'alito suo in una segreta senza luce e senz'aria, era insieme il supplizio della reclusione, della berlina e della galera.
E non un'anima umana con cui sollevarsi! Perché a nessuno egli aveva fatto ancora la minima confidenza, che si sarebbe risaputo, essendo smaniosi tutti di penetrare il loro segreto.
E neppur essa parlava.
Erano due tombe chiuse, in ciascuna delle quali si dibatteva un mostro sepolto vivo, senza chiedere aiuto né pietà.
Quella notte, però, io credetti d'essere sul punto di scoprire il mistero.
La brezza era quasi cessata, e il mare dormiva, in modo che la sera tardi quando scendemmo per coricarci, scorrendo il piroscafo senza scosse e senza scricchiolio, si sentivano tutti i più leggieri rumori da un camerino all'altro, come in quei pericolosi alberghi a tramezzi di legno di certe piccole città del Reno, nei quali le Guide raccomandano di "essere discreti".
Quando entrai nel mio camerino, sentii la voce soffocata della signora che parlava rapidamente, con un tuono aspro e monotono, come se facesse una lunga recriminazione, riandando il passato, ricordando fatti e persone; e la voce del marito rispondeva basso, a intervalli, con rassegnazione: - Non è vero, non è vero, non è vero.
Ma incalzando sempre più e inasprendosi l'accusa, le denegazioni di lui pure s'andavano inasprendo e precipitando.
L'infelice, impotente a lottare, e neppur più curante oramai di serbare nelle dispute la dignità d'uomo, era ridotto alla misera difesa della femminetta che ripete per un'ora la stessa parola, per paura che il silenzio assoluto non le tiri addosso di peggio.
Ma tutt'a un tratto si riscosse, e mise fuori un'onda di parole incomprensibili, furibonde, oltraggianti, disperate, troncate da un gemito di cane arrabbiato, che mi fece fremere...
S'era addentato le mani.
Essa rise.
Stetti un momento in ascolto, aspettando il rumore d'una ceffata o il rantolo di lei afferrata alla gola.
E intesi invece daccapo la voce di lui, ma umile e supplichevole, che pronunciò più volte un nome, "Attilio", la voce di un uomo che si confessa vinto, che domanda grazia, che consente a tutto; purché una cosa sola gli sia concessa.
Attilio doveva essere un figliuolo, e suo padre uno di quegli uomini, spesso anche fortissimi di tempra, che l'affetto paterno rende pusillanimi, e tien curvi, con le braccia incatenate, sotto al flagello della donna che li può ferire a morte in quell'unico affetto.
Non mi parea possibile che a quella supplicazione miseranda non rispondesse la voce della moglie impietosita, e tesi l'orecchio...
Non udii risposta.
Scricchiolarono le assicelle d'una cuccetta: la signora si era coricata, senza rispondere.
Allora sentii come il rumore d'una mano che frugasse violentemente dentro a una valigia, e mi passò pel capo che egli cercasse una rivoltella.
Ma lei continuava a tacere.
Quel disgraziato non aveva neppure più il conforto d'essere creduto capace d'un atto di disperazione.
Mentre stavo ansioso, aspettando il colpo, s'affacciò un uomo al mio camerino, e al chiarore incerto del lume a bilico riconobbi l'agente.
Non intesi bene le sue prime parole perché badavo al mio vicino: ma nessuno scoppio s'udì: gli era mancato forse il coraggio, come altre volte: intesi invece il rumor d'un corpo che si lascia cadere, come spossato, e il colpo d'una mano sopra la fronte.
L'agente non s'avvide di nulla.
Aveva ben altro pel capo.
Veniva a sfogare la sua stizza con me.
Il suo camerino era diventato inabitabile...
da un uomo.
Egli aveva infilato un pastrano, e da mezz'ora girava in pantofole per i corridoi, aspettando che i suoi due vicini s'addormentassero.
- La grammatica spagnuola, - dissi.
Per l'appunto, la grammatica spagnuola; non era altro; ma battevano troppo spesso sul paragrafo delle interiezioni.
Gl'importava assai che quello stucchino di Lucca della signora terminasse con dire l'Ave Maria.
Il peggio era che mentre i primi giorni i suoi colpi di tosse e le sue gomitate contro al tramezzo gli intimidivano, ora ci avevano fatto l'orecchio, e se ne infischiavano.
Facevano delle vere orgette da "gabinetto particolare", rosicchiavan dei dolci portati via da tavola, sorbivan del rosolio: gli pareva perfino che facessero dei giochi di ginnastica da camera, con salti e rotoloni; un monte di monellerie che non si sarebbero immaginate mai a vederli di sopra, con quella timidezza bugiarda di santerelli.
Il giorno dopo si sarebbe vendicato; li voleva perseguitare da poppa a prua come un aguzzino, senza lasciarli rifiatare un minuto, e farli diventar pavonazzi a ogni boccone, alla mensa.
Che facce! Nulla di più insopportabile del settimo sacramento a bordo, quand'era fresco.
Intanto gli toccava di galoppare.
Ma non aveva perso il suo tempo.
Uscendo dal camerino aveva visto sparire in fondo al corridoio traversale un fantasma bianco, e riconosciuto la signora svizzera; ma non gli era riuscito di scoprire dove si fosse rimbucata, non essendo possibile dall'argentino dell'occhialetto, perché gli argentini s'eran tutti raccolti nel camerino del gaucho, di dove usciva un tintinnìo di calici, né dal toscano, che da due sere andava a prua, dove pareva che avesse un rigiro.
Sospettava del discendente degli Incas; ma aveva bisogno d'accertarsi.
Quanto al professore, credeva che fosse sul cassero, ad aspettare una pioggia di stelle cadenti: quando la signora voleva sbrigarsene si lagnava del caldo, diceva che in due nel camerino si soffocava, e allora lui andava su a studiare le costellazioni.
Certo che quel tegamaccio della cameriera genovese, che la notte stava sempre di guardia al crocicchio dei corridoi, non ci doveva star soltanto per sorvegliare il suo Ruy Blas, ma anche per proteggere le scappate di lei, che altrimenti non sarebbe stato credibile che le passasse sui piedi con tanta disinvoltura.
Gli era anche parso di veder trasvolare nell'ombra la negra, e s'era fissato in testa che il marsigliese avesse iniziato un corso di studi sulla razza etiopica.
E anche la cameriera veneta gli era parso che quella sera girasse per i corridoi con un becco concupiscevole, che gli destava dei sospetti.
Insomma, era una notte agitata, nessuno dormiva, ci sarebbe stato molto materiale per la piccola cronaca del giorno seguente.
Già aveva veduto mettere il viso all'uscio due o tre volte la madre della pianista, spiando intorno con una curiosità fiammeggiante.
E a proposito: egli seguitava a tener d'occhio la figliuola, a cui brillava il viso di tanto in tanto, quando qualcuno passava; ma chi fosse questo qualcuno non aveva ancora potuto scoprire, perché sempre, quando aveva visto una di quelle illuminazioni istantanee, eran passati parecchi, e la giovane volpe era così pronta a raccogliere lo sguardo, che non gli era riuscito mai di coglierne la direzione.
Oh! una passioncella senza conseguenze, un foco occulto: era tenuta a catena: tutto sarebbe finito in una lettera e in un colpo di forbici...
Ma qualche cosa c'era, e avrebbe indagato ancora.
E non avevo inteso la novità? Avevano mandato in fretta a chiamare il prete napoletano, che era uscito a passi di dromedario, infilzandosi il tonacene: qualcheduno doveva star male a prua.
- Basta, - concluse, - vado su in riposteria a bere un bicchiere di birra, e poi rivengo giù a vedere se si son quetati: accidenti! Buona notte.
Fu una pessima notte.
Eran vicine le dodici, e la maggior parte vegliavano ancora.
L'afa opprimeva tutti.
E per giunta pareva che quella notte il dormitorio si fosse mutato in una enorme cassa armonica, in cui ogni sospiro diventava sonoro, e si sentiva da un capo all'altro dei corridoi.
Nel camerino dietro al mio russava il mugnaio, che ogni tanto cambiava di posizione, mettendo un gemito, e sclamando: - Ah! povra Italia! - che doveva essere il suo intercalare.
Di quando in quando mi giungevano all'orecchio affievoliti i colpi di tosse della signorina di Mestre, che dormiva dall'altro lato del piroscafo.
Il bimbo più piccolo della brasiliana, malaticcio, piangeva, e sentivo la cantilena sommessa e triste della negra, una specie di singulto d'upupa, che mi faceva passare per la fantasia i canti lamentevoli degli schiavi d'Africa sepolti nelle stive dei velieri immobili, sotto il sole dell'equatore.
Di fronte a me, chiacchieravano senza un riguardo al mondo l'avvocato e il tenore, e intesi che parlavan della Grecia.
Udii esclamare: - Giorgio Byron! - Poi l'avvocato che diceva: - Dunque lei non tien conto delle forze del panslavismo? - Ah! - rispose il tenore, - non mi parli del panslavismo.
Per sua regola, non venga mai a par-la-re-a-me del panslavismo! - Sentii dei frammenti di conversazione del prete napoletano col chileno, che dovevan esser ritti in mutande, ciascuno sull'uscio del suo camerino: - Cuando se produce un movimiento de baja en el precio del oro sellado...
- Finalmente tutti tacquero.
Ma quando non s'è preso sonno subito, in quelle notti afose, dentro a quelle stie di camerini, non c'è più da sperare altro che uno stato di dormiveglia affannoso, nel quale il senso della vista e dell'udito rimangon come velati, ma non sopiti, e il sogno, se si può chiamar sogno ancora, piglia un andamento ad altalena vertiginoso, trasportandoci senza posa dal mare a casa nostra, e di qui sul mare, e poi daccapo a casa, con una lucidità di visione e una brutalità di disinganni che è un supplizio.
E quante volte poi, a casa, anche anni dopo, si rifanno quei sogni medesimi, come se fossero rimasti stampati indelebilmente nel cervello, al pari di cose reali, distintissimi dagli altri innumerevoli della vita, quasi che fossero impressioni d'un'altra vita! E ricordo il rumor dell'acqua che batteva contro il fianco del bastimento, a pochi centimetri dal mio capo, e che in quel silenzio dello scafo si sentiva più netto che mai: un bisbiglio continuo ed eguale per lunghi tratti, il quale rompeva in parole più alte, in risa rattenute, in sibili sottili, e si smorzava in fruscii leggerissimi, e poi, páffete! uno schiaffo rabbioso, e poi un'altra volta un mormorìo di preghiera, come se il mostro chiedesse di entrare, promettendo che non farebbe male a nessuno, giurando che era mite e innocente.
Ah! l'ipocrita! E senza tregua, egli striscia, raspa, lecca, picchia, cerca una fessura, si stizzisce di trovar chiuso e saldo, e si lamenta, si maraviglia che si diffidi di lui, e riperduta la pazienza ad un tratto, torna a schernire, a minacciare, a pestar la porta come un padrone sdegnato.
E a quella parlantina infaticabile s'uniscon dentro ogni sorta di rumori sospetti: l'anello dell'uscio, la bottiglia dell'acqua, il lume sospeso: a momenti giurereste che c'è un altro che dorme accanto a voi, che una persona gira nel vostro camerino e fruga nelle vostre valigie.
E vi riscotete all'improvviso: una persona è entrata veramente e si avvicina.
È il cameriere, che viene a vedere se è chiuso il finestrino, e che, dato uno sguardo, scompare.
E allora sentite altri rumori sopra coperta, passi precipitosi come di gente che accorra a un pericolo, strepiti incomprensibili, che nella quiete della notte paiono enormi, e fan sospettare un disastro: udite dei passeggieri che escon dal camerino, salgono a vedere, e ridiscendono.
Nulla: eran due marinai che tiravano una corda.
Richiudete gli occhi, ricominciate a sognare, vi risvegliate di sobbalzo a un rumore assordante e terribile: questa volta qualche cosa è accaduto! è seguito uno scoppio! s'è fracassata la poppa! Niente, un piovasco.
Ah! finalmente si potrà dormire.
Ma a traverso al finestrino appare un leggiero chiarore cinereo.
Spunta l'alba.
Maledizione! Ancora cinque giorni.
IL MORTO
Ancora cinque giorni! Era l'esclamazione di tutti quella mattina, e parevan più lunghi i cinque giorni che restavano dei diciassette ch'eran passati.
Perché è da osservare che, in virtù di non so che legge d'inerzia psichica, il lento accrescersi del tedio e della stanchezza generale proseguiva, latente, anche negli intervalli di tempo sereno e di buon umore; cessati i quali, ciascuno si risentiva l'odioso carico aggravato a proporzione del tempo trascorso, senza il più piccolo ammanco di peso, come se si fosse sempre seccato.
E quel diciottesimo giorno prometteva male.
Delle nuvole nere e grigie facevano una volta schiacciata sopra il mare, il quale in una parte aveva color d'olio sbattuto, in un'altra pareva di cenere immollata, e qua e là, d'un bitume nerastro, che gonfiava e risedeva, come la pegola della bolgia dei barattieri.
A prua e a poppa si fermavano molti capannelli e circolava una notizia: nella notte era morto il vecchio contadino piemontese, malato di polmonite: l'atto di morte era stato steso e firmato da due testimoni, la mattina all'alba, nella camera nautica, dopo la verificazione dovuta del medico.
Quell'avvenimento, benché si sapesse che in quei lunghi viaggi, fra tanta gente, non era raro, destava una tristezza inquieta, come se fosse una minaccia per tutti.
Il medico fu fermato sulla "piazzetta" dalle signore, che volevan sapere, e con la sua faccia placida di Nicotera ammansito, raccontò.
Era stata una scena dolorosa.
Il vecchio, prima di morire, aveva voluto rivedere la signorina di Mestre, per rimetterle i suoi pochi soldi e le carte, che le facesse recapitare al suo figliolo.
Ma aveva avuto un'agonia disperata.
Il prete non era riuscito a fargli accettar la morte con rassegnazione.
Negli sguardi che girava sugli astanti, e intorno, su quello strano ospedale, si vedeva un'angoscia immensa, uno sgomento di fanciullo di dover morire là, in mezzo all'oceano, e di non aver sepoltura; e si afferrava con tutt'e due le mani al braccio della signorina, non dicendo più che: - Oh me fieul! Oh me pover fieul! - e scotendo il capo in atto di desolazione infinita.
Morto, era rimasto col viso contratto in un'espressione di spavento, e ancora inondato di lagrime.
La signorina, l'avevan dovuta quasi portare in coperta, e a stento s'era potuta trascinare fino a poppa.
Andai a prua.
V'era l'agitazione che si vede la mattina in una piazza, dove sia stato commesso un delitto la notte: un aggrupparsi e un chiacchierar fitto e sommesso di donne, che mostravan sotto la maschera della tristezza il piacere d'aver un fatto straordinario da commentare, e quello che si prova sempre all'annunzio d'una morte: un sentimento più acuto e gradevole della vita.
Discorrevano della sepoltura: quando si sarebbe fatta, in che modo; da che parte l'avrebbero gettato fuori, e se coi piedi avanti o con la testa.
E facevano le supposizioni più strambe: che sarebbe stato buttato giù nudo, con una palla da cannone legata al collo; che l'avrebbero abbandonato al mare chiuso in una cassa incatramata, per preservarlo dai pesci, com'era prescritto dalla legge.
Alcune dicevano che s'eran già visti avvicinarsi al bastimento dei pescicani, attirati dall'odor del cadavere; e parecchie guardavano in mare, per vedere.
Molta gente s'accalcava alla porta dell'infermeria, per scendere a visitare il morto; ma un marinaio, messo là di guardia, impediva il passo.
Intanto sul castello di prua, in mezzo al cerchio solito, il vecchio dal gabbano verde faceva un'orazione imprecatoria, agitando l'indice in alto: - Uno di meno! Andiamo avanti.
La carne dei poveri si butta ai pesci.
Quello lì, per esempio, era già condannato dal primo giorno.
Sfido io, non lo nutrivano! - Diceva che invece di un buon brodo gli mandavano della lavatura di piatti e che l'avevan lasciato morire senza un cuscino sotto il capo.
E si riseppe la sera dai soffioni ch'egli insinuava anche il sospetto che non fosse quello il primo morto durante il viaggio; ma che gli altri li avessero saputi tener nascosti, e poi scaricati in mare nel cuore della notte, dal cassero di poppa.
- Ma ha da venire - disse a voce alta il giorno del giudizio! - E lui e i suoi uditori mi fulminarono delle occhiate, che mi fecero rinunziare a sentir altro.
Andai a chiedere notizie del piccolo Galileo.
Trovai sull'uscio del camerino di seconda il padre, seduto sopra una valigia, con uno dei gemelli fra le ginocchia, e la pipa in bocca - El fantolin sta ben -, mi disse, con la sua solita faccia ridente.
E poi, strizzando gli occhi verso il vecchio del castello di prua, di cui arrivava la voce fin là, mi disse a bassa voce: - Ghe xè dele teste calde.
Poi soggiunse: - Per mi, dal momento che se va sul mondo novo, cossa ne importa a deventar mati perché va mal le façende nel mondo vecio?
Questa domanda era come una tastata ch'egli mi dava per vedere s'io fossi un signore intrattabile, o uno di quelli con cui si può ragionare.
Ma senza ch'io rispondessi altro che un cenno del capo, mi parve che il mio viso gl'ispirasse fiducia, perché, facendo un salto, disse francamente:
Per conto mio de mi, mi scusi, un torto che hanno i signori è di sparpagnar tante fandonie sull'America, e che muoion tutti di fame, e che tornan più disparai di prima, e che c'è la peste, e che i governi di là son tutti spotiçi traditori, e cussì via.
Cosa succede allora? Succede che quando poi arriva una lettera d'uno di laggiù che fa saper che sta bene e che el fa bessi allora non si crede più niente di quello che i siori dicono, neanche quello che è vero, e sospettano che sia tutto un inganno, e che anzi sia vero tutto il contrario, e i parte a mile a la volta.
Gli dissi che aveva ragione e che se non si fosse detto altro che la verità, forse ne sarebbero partiti meno.
- E voi andate con buona speranza? - domandai.
- Mi? rispose.
- Mi razono in sta maniera.
Di peggio di come stavo non mi può capitare.
Tutt'al più mi toccherà di patir la fame laggiù come la pativo a casa.
Dighio ben?
Poi ricaricando la pipa, continuò:
- I ga un bel dir: No emigré, no emigré.
Mi faceva ridar il cavalier Careti (chi sarà stato questo cavalier Careti?): voi fate male, voi fate male.
Mi diceva che ogni emigrante che parte porta via al paese un capitale di quattrocento franchi.
Tu vai a consumare e a produr di fuori, tu fai un danno al tuo paese.
Cossa ghe par a lù de sta maniera de razonar, la me diga? Mi diceva anche che avevo torto di lamentarmi delle tasse perché più le tasse son forti, tanto più il contadino lavora, e così tanto più produce.
Piavolae, la me scusa, digo mi.
Io non so niente di queste cose, gli rispondevo.
Mi so che me copo a lavorar, e che no cavo gnanca da viver, mi e mia muger.
Mi emigro per magnar.
Lù me consegiava de spetar, che i gh'avaria bonificà la Sardegna e la marema, e messo a man a l'agro romano, che i gavaria verto i forni conomiçi e le banche, e che el governo gera a drio a megiorar l'agricoltura.
Ma se intanto mi no magno! Oh crose de din e de dia! Come se ga da far a spetar co' no se magna?
Incoraggiato dal mio consenso, allargò il campo del discorso, e cominciò a metter fuori quelle idee generali, che ogni uomo del popolo d'oggi ha più o meno confuse nel capo, intorno alle cause del malo andamento delle cose: si spende tutto a mantener soldati, milioni a mucchi in cannoni e in bastimenti, e quindi zo tasse e alla povera gente nessuno ci pensa: le cose solite; ma che non paiono mai tanto vere e tristi come quando si senton dire da uno, che ne esperimenta gli effetti nella miseria propria, e a cui nessuna consolazione si può dare, neppur di parole.
E giusto io pensavo, mentre egli mi diceva che dopo una giornata di fatiche non trovava sulla tavola che una zuppa di brodo di cipolle, e che notte si svegliava per l'appetito, ma non si aresegava a mangiare per non scemare il pane ai figliuoli, che già l'avevano scarso, pensavo a che cosa m'avrebbero servito tutte le alte ragioni, che mi s'affacciavano alla mente, di necessità storiche, di sacrifizio del presente all'avvenire e di dignità nazionale.
La società, che in nome di queste cose gli chiedeva tanti sacrifizi, non gli aveva neppure insegnato a comprenderle, e mi sarebbe parso, dicendogliele, d'insultare la sua miseria.
E lo stavo a sentire con quell'aspetto quasi vergognato col quale tutti oramai ascoltiamo le querele delle classi povere, compresi del sentimento d'una grande ingiustizia, alla quale non troviamo riparo nemmeno nell'immaginazione, ma di cui tutti, vagamente, ci sentiamo rimorder la coscienza, come d'una colpa ereditata.
- Ah no! - disse scrollando il capo.
- Come che xè el mondo adesso, la xè una roba che no pol durar.
La ghe va massa mal a tropa zente - E mi parlò delle miserie che si vedeva intorno, delle storie compassionevoli che sentiva a prua, appetto alle quali gli pareva ancora di essere dei meno sfortunati.
Ce n'eran di quelli che non avevan più mangiato un pezzo di carne da anni, che da anni non portavan più camicia fuor che i giorni di festa, che non avevan mai posato le ossa sopra un letto, e pure avevan sempre lavorato con l'arco della schiena.
Ce n'era che, fatte le spese del viaggio, sarebbero arrivati in America con due scudi in tasca, e che ogni giorno mettevano da parte in una sacca un poco di galletta, per avere qualche cosa da rodere a terra, e non dover chieder l'elemosina, quando non avessero trovato lavoro nei primi giorni.
Ne conosceva più d'uno, che per non arrivare in America scalzo, teneva legato intorno ai piedi con un filo di spago quell'unico paio di scarpe in pezzi che gli rimaneva, e ci metteva la testa sopra di notte, per paura che gliele portassero via.
- E la senta - soggiunge - ghe xè de quelli che i gh'ha fato tanto cativa vita, che i xè partii tropo tardi, e i va in America a farse soterar.
E m'indicò un contadino sui quarant'annni seduto poco discosto da lui, col capo scoperto e grondante di sudore, chinato nelle mani scarne, che gli tremavano.
Aveva una febbraccia che non lo lasciava mai, presa nelle risaie, e non reggeva più nulla sullo stomaco.
Una notte (ma non doveva risaperlo nessuno) egli l'aveva afferrato, che si voleva buttare in mare, e sporgeva già con tutto il busto di fuori; e dopo d'allora sua moglie non lo perdeva più d'occhio: una disgraziata che faceva più compassione di lui.
- La varda ela, che robète! (Guardi lei, che cose!).
E diceva tutto questo con tristezza, ma senza acrimonia, non per ossequio a me, ma per quella coscienza confusa, comune a molti tra 'l popolo, e derivata in parte dall'idea religiosa, in parte da intuizione propria, che la miseria del maggior numero sia più che altro effetto d'una legge del mondo, come la morte e il dolore, una condizione necessaria dell'esistenza del genere umano, che nessun ordinamento sociale potrebbe radicalmente mutare.
- Basta -, concluse, rimettendo la pipa in tasca, e posando le mani sul capo del suo bambino -, che il Signore me la mandi buona.
Se in America trovassi almeno la brava zente che ho trovato qui a bordo! Perché senta, sior paron, se quella povera putela inferma non va in paradiso vuol dire che non ci lasciano entrar più nessuno.
Lei fa portar le minestrine alle donne da late, lei dà bessi ai poveri, lei regala biancheria a chi non ne ha, lei è la benedizione di tutti.
Ma co' ghe digo mi che el mondo va mal.
Un anzolo compagno, ghe tocarà morir zovene.
Vegno, ciaccolona! gridò verso il camerino.- Con parmeso, paron.
Mia muger me ciama.
La se varda, che a momenti se verze le catarate!
Tutt'ad un tratto, infatti, venne giù dal cielo grigio un rovescio di goccioloni come chicchi d'uva, e subito dopo una pioggia scrosciante fittissima, che coperse tutto d'un velo, come se il piroscafo fosse entrato dentro a una nuvola.
Un'onda di passeggieri irruppe urlando nel passaggio coperto dov'io mi trovavo, e respingendomi indietro d'una decina di passi, mi avvolse e mi imprigionò lì al buio, in uno stretto cerchio di giacchette inzuppate, in mezzo a un odore acuto di povera gente.
E lì seguì una scena da raccontarsi.
Erano appena scorsi dieci minuti, che da un ondeggiamento della folla serrata, e da uno scoppio di risa e di fischi, mi accorsi che s'era attaccata una rissa; e, alzandomi in punta di piedi, vidi una mano per aria che cadeva con movimento rapido e regolare, come un maglio, sopra una nuca invisibile.
- Chi è? Cos'è? - Tutti vociavano, non si capiva nulla; due marinai accorsero; sopraggiunse il Commissario, i litiganti furono spartiti e condotti via, tra le urlate.
Immaginando che andassero alla "pretura" ci corsi anch'io, pigliando per le cucine di terza classe, e arrivato là nel momento che entravano, fui molto maravigliato al vedere che i due arrestati erano il padre della genovese, sbuffante di collera, e lo scrivanello di Modena, smorto, senza cappello, con una faccia che era una vera quietanza di scapaccioni.
Un corteo di facce sghignazzanti li seguitava.
Gli arrestati entrarono nel camerino del Commissario; il corteo s'affollò davanti all'uscio.
Era accaduto questo.
Scoppiato l'acquazzone, lo scrivano s'era gittate con gli altri nel passaggio coperto, ed era rimasto chiuso egli pure nella calca, come un'acciuga in un barile.
Ma per fortuna insieme e per disgrazia, s'era dato il caso che, proprio davanti a lui, con le trecce contro al suo viso, con la schiena contro al suo petto, si trovasse imprigionata nella folla la ragazza genovese, e dietro di lui, non veduto, l'altro, ahimè! lo suocero dei suoi sogni.
Il povero giovane, innamorato morto da diciassette giorni, inebbriato dal profumo, bruciato dal contatto, tentato dall'oscurità, aveva perso il lume della ragione, e s'era messo a inchiodar baci su baci sul collo e sulle spalle del suo idolo, con tal furia, con tale forsennatezza d'amore, che non aveva neppure sentito la prima scarica delle vigorosissime pacche paterne.
Alla seconda era rientrato in sé, come chi rinviene da un delirio, e s'era creduto spacciato.
Il giudizio fu una scena di commedia impagabile.
Il padre, fuori dei gangheri inveiva ancora: - Mascarson! Faccia de galea! Porco d'un ase! Te veuggio rompe o müro! - E allungava le mani per acciuffarlo.
L'altro metteva pietà, non negava nulla, diceva d'aver perso la testa, domandava scusa, affermava di essere un giovane onesto, voleva mostrare una lettera del sindaco del suo paese (Chiozzola, mi pare) e si pigliava la testa fra le mani, piangendo come un castoro, facendo degli atti di disperazione da Massinelli in vacanza.
- Ma se dico che ho perso la testa...
son stato una bestia...
giuro sul mio onore...
non avevo l'intenzione...
sono pronto a dare il mio sangue...
- E sotto al suo dolore sincero e alla vergogna, traspirava la forza della passione non ignobile che gli aveva fatto far lo sproposito, uno di quei violenti amori che divampano nei mingherlini, come fiammate di gas dentro agli scartocci di vetro.
Ma il padre non si lasciava commovere, sdegnato anche più, e come offeso nell'orgoglio paterno, che un tale atto d'audacia fosse stato commesso da un così meschino personaggio, da quel mezz'uomo che reggeva l'anima coi denti, e che poi s'avviliva a quel modo.
E continuava a gridare: - Bruttò! Strason che no' sei atro! A mae figgia! E ghe vêu da faccia! - E voleva picchiare daccapo.
E allora quello allargava le braccia, sconsolato, in atto di dire: - Son qui, fate di me quel che volete.
- E poi tornava a giurare che era un galantuomo, a domandar scusa, a offrire la lettera del sindaco.
Il Commissario era molto imbarazzato a concludere.
Io gli vidi passar negli occhi un sorriso che doveva rispondere alla tentazione teatrale di proporre un matrimonio.
Ma il padre non aveva l'aria di accettare uno scherzo.
In fine, se la cavò facendo una grande intemerata al giovane sul rispetto dovuto alle donne, e ordinandogli di non lasciarsi vedere per un po' di tempo sopra coperta; e raccomandò all'altro di quetarsi, che la cosa non intaccava punto la reputazione della sua figliuola, che era stimata da tutti, e via dicendo.
Poi li mise fuori tutti e due, pregando il padre di tornare a prua per il primo.
Questi s'allontanò, voltandosi ancora indietro a minacciar con la mano, e a lanciar due o tre aggettivi genovesi, assortiti.
Il giovane, rimasto solo davanti al Commissario, si mise una mano sul petto, e disse con accento drammatico: - Creda, signor Commissario...
parola di giovine d'onore...
è stata una disgrazia...
un momento di...
- Ma qui l'amore gli gonfiò il petto e gli strozzò la voce, e alzando gli occhi al cielo, con un'espressione comica, ma sincerissima, che riassumeva tutta la storia della sua passione oceanina, esclamò: - ...
Se sapesse! - Ma non potè dir altro, e se n'andò a capo basso, con la sua freccia a traverso al cuore.
La figura di quel povero innamorato che s'allontanava per il passaggio coperto, rimase legata nella mia memoria a un aspetto nuovo del mare e del cielo, che s'erano schiariti dopo l'acquazzone: il cielo tutto a grandi squarci d'un sereno purissimo, come lavato e rinfrescato, e corso da nuvole inquiete; il mare verde per vasti spazi, fra i quali si stendevano larghe strisce d'un azzurro cupo; in modo che pareva di vedere una prateria immensa, dove s'intersecassero canali smisurati, colmi fino agli orli; e si aveva l'illusione strana d'essere entrati in un continente metà terra e metà acqua, abbandonato dagli abitanti sotto la imminenza d'una inondazione, e veniva fatto di cercar cogli occhi all'orizzonte le punte dei campanili e delle torri, come nelle grandi pianure dell'Olanda.
E poi, essendosi increspate alquanto le acque, che diedero a quel verde l'aspetto d'una vegetazione più forte, l'illusione mutò, e mi venne alla mente quell'ampio spazio d'oceano, coperto d'un fitto tappeto d'alghe, di fuchi natanti e di traghi del tropico, che impigliò per venti giorni le navi e spaventò i marinai di Colombo.
Alcuni uccelli bianchi rigavano il cielo, lontano; il sole faceva scintillare qua e là come delle isolette coperte di smeraldi, e nell'aria spirava un tepore di primavera, in cui pareva di sentire delle fragranze terrestri, che parlavano all'anima, come un'eco di voci lontanissime, portate dai venti della pampa.
Ma il mar verde e l'episodio dell'innamorato non schiarirono che per pochi minuti la faccia scura che aveva quel giorno il Galileo.
Solamente la signora bionda trillava d'allegrezza sul cassero, passeggiando a braccetto a suo marito, che andava accarezzando con la voce, con lo sguardo e col ventaglio, come una sposa di sette giorni, forse per compensarlo di qualche grave jattura che gli preparava per più tardi, e di cui le luccicava il pensiero nell'azzurro delle pupille infantili; mentre lui, al solito, arrotondava la schiena, e facea con gli occhi socchiusi e la punta della lingua quel leggerissimo sorriso canzonatorio per sé, per lei, per gli altri, per l'universo, che era come la smorfia simbolica della sua quieta filosofia.
Su tutti gli altri pareva che gittasse un'ombra di tristezza il pensiero di quel morto che s'aveva a bordo, e che si doveva buttare in mare la notte; e tutti gli occhi si volgevano ogni tanto a prua, inquieti, come se tutti avessero temuto di vederlo apparir da un momento all'altro, resuscitato, per maledire alla sua spaventevole sepoltura.
Ed era l'argomento di tutti i discorsi, i quali si facevan gradatamente più neri, come se via via che cresceva l'oscurità, quel corpo si allungasse, e dovesse a notte fitta arrivare coi piedi fino a poppa, a urtare negli usci dei camerini.
E il pranzo fu poco allegro.
S'impegnò tra il comandante e il vecchio chileno una discussione lugubre su questo soggetto: se il cadavere buttato in mare con un peso ai piedi, sarebbe arrivato al fondo intero; o se per effetto della pressione enorme delle acque disfacendosi e staccandosi i tessuti, non sarebbe arrivato che lo scheletro.
Il comandante era del secondo parere.
Il chileno, invece, sosteneva il contrario, dicendo che la pressione della massa d'acqua soprastante essendo trasmessa da quella che impregnava il corpo, in maniera da esser sentita in tutte le direzioni e oppostamente in tutti i punti, ne seguiva che il corpo avrebbe dovuto scendere illeso.
Poi, accordandosi sulla velocità iniziale, sull'aumento di velocità nella discesa e sulla profondità massima dell'Atlantico, calcolarono che il cadavere avrebbe impiegato un'ora a compiere il suo viaggio verticale.
- Adagio, però, - disse il chileno, - il cadavere può trovar delle correnti che lo risospingano in su ad una grande altezza.
A quest'immagine del cadavere che tornava in su, m'accorsi che il mio vicino avvocato cominciava a fremere.
Nondimeno stette fermo lì, coraggiosamente.
Ma il genovese ebbe la cattiva ispirazione di riferire la descrizione, letta in un giornale di New York, della discesa d'un palombaro, il quale aveva trovato dentro alla carcassa d'un piroscafo andato a picco i cadaveri dei naufraghi mostruosamente gonfiati, ritti nell'acqua, con gli occhi fuor della fronte e con le labbra cadenti, così orrendi a vedersi al lume della lampada, che gli s'era agghiacciato il sangue nel cuore ed egli aveva preso la fuga come un pazzo; e a quell'uscita l'avvocato non poté più reggere: balzò in piedi, e sbattendo la forchetta sul piatto: - Un po' di riguardo, signori! - esclamò, e prese l'uscio.
Il comandante, stizzito di quella scena, non parlò più, e il desinare finì nel silenzio.
Ma al momento di alzarci, il genovese mi s'avvicinò col viso allegro, e mi disse all'orecchio: - È per mezzanotte!
La sepoltura era stata fissata segretamente per mezzanotte, per evitare un affollamento dei passeggieri di terza, fra i quali il Commissario aveva fatto correre la voce che sarebbe stata alle quattro della mattina.
A mezzanotte, il tempo s'era rioscurato, e non rimaneva che una lunga e sottilissima striscia chiara all'orizzonte d'occidente, come uno spiraglio lasciato aperto dalla immensa cappa nera del cielo, prima di chiudersi sul globo, per fare buio fitto: un mar d'inchiostro, l'aria morta.
Se non eran quei pochi fanali sopra coperta, si sarebbe dovuto camminare a tentoni, come nella stiva.
Andando verso prua, sentii nell'oscurità la voce del marsigliese che parlava con accento enfatico della poesia d'esser sepolti nell'oceano, d'andar a dormire in quella solitudine infinita, e diceva: - J'amerais ça, moi! - Alcuni passeggieri uscivano dal dormitorio di terza, in silenzio, guardandosi intorno.
Sotto il passaggio coperto raggiunsi il prete napoletano, in cotta e stola, che andava a passi lunghi e lenti, preceduto da un marinaio, che portava l'acqua benedetta in una scodella.
A prua, vicino al dormitorio delle donne, trovai un crocchio, rischiarato di sotto in su da una lanterna, che teneva il gobbo: v'erano il comandante e il Commissario, con pochi passeggieri di prima; più in là qualche marinaio; una ventina di emigranti stavano accanto all'osteria, come rimpiattati, e qualche figura appariva confusamente sul castello di prua.
Quando il prete arrivò, tutti si mossero, come per disporsi in semicerchio, e in disparte comparve il viso di cera del frate.
Nello stesso momento sentii un fruscìo dietro di me, e voltandomi, vidi la signorina di Mestre e la zia, che si arrestarono sotto il palco di comando, all'oscuro.
Credendo che, secondo l'uso, si gettasse il cadavere dalla punta del castello di prua, non comprendevo perché tutti restassero lì; quando a un cenno del comandante due marinai apersero lo sportello laterale dell'opera morta, e compresi.
Intanto pareva che il piroscafo andasse rallentando il cammino; dopo pochi minuti, con mio stupore, si fermò.
Non sapevo che si buttassero fuori i cadaveri a bastimento fermo per evitare che il risucchio dell'acque rotte li travolga sotto alla ruota dell'elice.
Allora tutti tacquero, e vidi al lume della lanterna il viso rosso e insonnito del comandante, che pareva irritato di dover assistere a quella cerimonia, e teneva gli occhi fissi sopra una lunga asse distesa ai suoi piedi, davanti all'apertura dello sportello.
S'intese una voce, tutti si voltarono; brillò un lume sotto il castello di prua, e subito dopo si videro uscire dalla porta dell'infermeria tre marinai che portavano una cosa informe, come un letto spezzato.
Tutti fecero largo, quelli vennero innanzi e fecero l'atto di deporre il carico sull'asse.
Ma s'eran messi di traverso.
Il Comandante disse a voce bassa: - Per drito, brüttoi.
Ci si misero meglio, e deposero adagio il cadavere, coi piedi rivolti verso il mare: le grosse spranghe di ferro che gli avevano attaccato ai piedi picchiarono sonoramente sul tavolato.
Il morto era stato ravvolto in un lenzuolo bianco, cucito a modo d'un sacco, che gli copriva il capo, e poi disteso sulla sua materassa ripiegata in su dai due lati, e legata tutt'in giro con una corda: le spranghe sporgevano fuori dell'involto.
Il tutto presentava l'aspetto miserando d'una balla di mercanzia, affastellata in furia per uno sgombero.
Il corpo pareva così rimpicciolito e accorciato, che l'avrei creduto d'un ragazzo.
Da una scucitura del lenzuolo, in fondo, sporgevano le dita nude d'un piede.
Il naso adunco e il mento, che facevan punta sotto la tela, mi ricordarono l'espressione di attenzione premurosa con cui quell'infelice aveva cercato l'indirizzo del figliuolo, la prima volta che l'avevo visto nella sua cuccetta.
E forse il figliuolo dormiva a quell'ora in qualche baracca di legno, vicino alla sua strada ferrata, e sognava con piacere che avrebbe riveduto tra pochi giorni il suo povero vecchio.
Tutti tenevan gli occhi fissi sulla forma di quel viso, come se avessero aspettato di vederla muovere.
Il silenzio e la quiete d'ogni cosa intorno erano così profondi e solenni, che ci pareva d'esser noi soli viventi nel mondo.
- A lei, reverendo! - disse il comandante.
Il prete si fece vicino allo sportello, e tuffata la mano nella scodella del marinaio, asperse il cadavere e diede la benedizione.
Tutti intorno si scoprirono, alcuni passeggieri di terza si misero in ginocchio.
Mi voltai indietro: s'era inginocchiata anche la signorina, col viso tra le mani, nell'ombra.
Il prete incominciò a recitare in fretta: - De profundis clamavi ad te, Domine; exaudi vocem meam.
Molte voci risposero: Amen.
Le due lanterne tenute dai marinai gettavano una luce rossiccia sui visi immobili e tristi, dietro ai quali era una tenebra infinita.
Fra gli altri, vidi in seconda fila il garibaldino, e fui come ferito di trovar quel viso chiuso e duro come sempre, che non mostrava il più leggiero senso di pietà, come se si stesse per gittar nel mare un sacco di zavorra; e tornai a domandarmi come fosse possibile che l'amicizia di quella santa creatura inginocchiata là dietro non avesse potuto nulla ancora sull'animo suo; e provai vergogna d'essermi ancora una volta così puerilmente ingannato, immaginando che vi fosse una grand'anima nel petto di quell'uomo senza cuore.
Il prete mormorò con rapidità crescente gli altri versetti del De profundis e l'oremus absolve.
Poi asperse un'altra volta il morto d'acqua benedetta.
Al requiem æeternam tutti s'alzarono.
- Andemmo, - disse il comandante.
Due marinai, presa l'asse alle due estremità, la sollevarono lentamente, e la posarono sull'orlo del piroscafo, spingendola un poco innanzi, in modo che sporgesse fuori d'un quarto.
Nell'atto che l'alzavano, vidi muovere qualche cosa di nero sul petto del morto, e avvicinandomi, riconobbi la croce nera della signorina.
Le lanterne s'alzarono.
I due marinai afferrarono l'asse dalla parte del capo, e presero a sollevarla dolcemente: il corpo cominciò a scorrere...
In quel punto mi suonarono dentro quelle parole desolate del moribondo, come se fossero gridate a voce altissima, con un grido immenso che coprisse l'oceano: - Oh me fieul! Oh me pover fieul!
Il corpo scivolò, disparve nelle tenebre, fece un tonfo profondo.
Allora i marinai chiusero in fretta lo sportello e tutti sparirono di qua e di là, come ombre.
Prima che fossimo rientrati a poppa, il piroscafo aveva ripreso il cammino, e il povero vecchio proseguiva già assai lontano da noi la sua discesa solitaria verso l'abisso.
LA GIORNATA DEL DIAVOLO
Se è vero che in ogni lunga navigazione v'è una così detta "giornata del diavolo" in cui tutto va alla peggio, e il piroscafo diventa un inferno, io credo che il Galileo abbia avuto la sua il giorno dopo di quella sepoltura, almeno per tre quarti, poiché, grazie al cielo, non finì com'era incominciata.
Ci può aver contribuito quella morte a bordo, il sapere che da due giorni si faceva poco cammino, e un brutto mare somigliante ad una immensa lastra di platino, la quale rifletteva una vôlta di nuvole senza colore, donde pareva che piovessero falde dilatate di fuoco, come sopra i bestemmiatori dell'inferno dantesco.
Ma tutto questo non basta a dar ragione d'una giornataccia compagna, e bisogna proprio ammettere un influsso misterioso del tropico del Capricorno, che si doveva passare nelle ventiquattr'ore.
Appena svegliato, sentii che l'aria era carica d'elettricità: una sfuriata di gelosia della cameriera genovese, portata via dalla passione a tal segno, che inveiva a voce alta per i corridoi contro il Ruy Blas infido, ripetendogli cento volte il nome dell'animale nero, senza un rispetto al mondo, come se fosse stata nel bel mezzo di piazza Caricamento: a fatica riuscì l'agente di cambio a farle chiudere la fontana degli improperi, minacciandola di andar diritto dal comandante.
Salgo su: trovo il comandante fuor della grazia di Dio, che agitava per aria un foglio, interrogando il Commissario, e minacciando di correr lui in persona a piggiali a pê in to cu tutti e quarantasette.
Gli avevan fatto ricapitare poco prima una lettera, firmata alla meglio da quarantasette passeggieri di terza classe, i quali si lagnavano del vitto, sollecitando in special modo "una maggior varietà nella guernizione dei piatti di carne" che era sempre la medesima; il che, diceva la protesta, deve cessare.
La protesta era stata promossa dal vecchio toscano dal gabbano verde, e scritta sur un foglio di carta che rivelava un istintivo abborrimento del lavatoio in tutti quanti i sottoscrittori; la qual cosa inaspriva incredibilmente la collera del comandante, che sospettava in quella sudiceria una intenzione d'offesa, e voleva dare una lezione esemplare.
Intanto ordinava un'inchiesta.
Di più, il Commissario gli riferiva che durante la notte non si sapeva quali passeggiere di terza avevan tagliuzzato colle forbici il vestito di seta nera di quella certa signora, senza motivo alcuno, per pura malvagità, e che questa volta la povera donna, stata paziente e timida fino a quel giorno in mezzo a ogni sorta di sgarbi, aveva perso il lume degli occhi, ed era corsa a chiedere giustizia, singhiozzando, soffocata dall'angoscia e dall'ira.
Si trattava di scoprir le colpevoli.
Ma c'era altro.
Non si sapeva chi, per non essere costretto a succhiare e costringere i marinai a dar l'acqua a bidoni, aveva spezzati tutti i bocchini dei cernieri dell'acqua dolce.
Ma s'era sulle tracce dei rei.
Si trattava di stabilire il castigo.
La giornata s'annunziava male.
Salii sul cassero, dov'eran quasi tutti i passeggieri: tutti visi di gente che avessero passato la notte sui pettini di lino.
Le antipatie reciproche erano salite fino a quell'ultimo limite che separa il silenzio sprezzante dall'ingiuria aperta.
Si passavan sui piedi gli uni a gli altri senza salutarsi.
La stessa "domatrice" che da vari giorni viveva in una specie d'effervescenza d'amor materno per tutti, se ne stava in disparte, abbattuta come se le girasse sul cuore tutta la Chartreuse della sua dispensa segreta.
Il genovese mi venne incontro con una faccia truce, e fissandomi in viso il suo occhio unico, mi disse di mala grazia: - Sa lei che c'è di nuovo questa mattina?...
Niente ghiaccio! S'è rotta la macchina, e il marinaio s'è sciupato una mano.
È la seconda volta.
Un'infamia! - Era nero.
E fece per allontanarsi, ma tornò indietro, e mi domandò, guardandomi di sbieco: - E quel fritto misto d'ieri sera? - E fatta una risata ironica, tirò via.
Anche il mio vicino di camerino, appoggiato all'albero di mezzana, era più stravolto del solito, e nel viso e nel vestito mostrava tutti i segni d'aver passato la notte sul cassero per non esser torturato sotto dalla sua aguzzina.
Perfino gli sposi, seduti l'uno accanto all'altro sur un sofà di ferro, avevan l'aria acciucchita, e stavan muti come se per la prima volta fossero stanchi e irritati di quel letto di Procuste, in cui erano costretti a studiar lo spagnuolo da tre settimane.
Che sorridessero non c'era che la signora argentina, vestita d'un bellissimo vestito verde carico, il cui colore si rifletteva come in uno specchio sul viso della madre della pianista; e la signorina di Mestre, che andava in giro con quel suo viso dolce e malinconico, e con un foglio tra le mani, a cercar oblatori a benefizio del contadino febbricitante, e di sua moglie, perché non arrivassero in America senza panni e senza scarpe.
Ed era una cosa che metteva pietà per lei e faceva sdegno il vedere con che facce fredde e quasi arcigne era ricevuta, e con che stento scortese, dopo molte parole, scrivevano la maggior parte il loro nome.
Pochi parlavano, e questi pochi, si capiva dalle loro guardatacce oblique che dicevano corna di qualche cosa o di qualcheduno, con l'acrimonia della gente che ha i nervi sossopra.
Intesi fra gli altri il mugnaio, il quale si lamentava che a bordo d'un piroscafo come quello si permettesse ai passeggieri di salire sopra coperta in pantofole; e accennava con gli occhi il prete napoletano, che strascicava coi piedi due vere gondole di Venezia, con cui giungeva alle spalle della gente inaspettato, come uno spettro: ciò che indispettiva più d'uno.
L'impudenza di quel rinnegato mangiafarina mi fece voltar le spalle a tutta quell'uggiosa compagnia.
E me n'andai a prua.
Ma qui trovai di peggio.
L'afa e il puzzo avevan cacciati tutti su, non ci avevo mai visto tanta gente: era una folla densa dalle cucine fino alla punta di prua, e tutti irrequieti, come se aspettassero un avvenimento, e straordinariamente arruffati, scomposti nei vestiti, e sudici, come se da vari giorni non fossero più andati a dormire.
Si vedeva che n'avevan tutti fin sopra ai capelli del mare, del piroscafo, della cucina e del regolamento, e che sarebbe bastato un nulla a farli uscire dai gangheri.
Nessuno giocava, non si sentiva cantare.
Perfino il gruppo dei belli umori del castello centrale era muto: il contadino snasato dormiva, il cuoco enciclopedico passeggiava solo, l'album pornografico del portinaio non aveva lettori: soltanto il barbiere Veneto faceva sentire di tratto in tratto il suo ululato lamentevole di cane abbaiante alla luna, col quale pareva che esprimesse il sentimento comune di quella moltitudine.
E gli emigranti affollati verso poppa guardavano le porte del salone e i passeggieri di prima con un occhio più torvo del consueto, in cui si leggeva che quella mattina ci avrebbero fatto peggio che delle spostature.
Perché, insomma, eravamo noi che rubavamo loro tanta parte del piroscafo, ingombrando noi soli, tra men di cento, quasi altrettanto spazio di quello che occupavan essi, che erano un popolo: eravamo noi che ingollavamo tutti quei piatti fini, ch'essi vedevano passare sulla piazzetta due volte al giorno, e di cui ricevevano il fumo nel naso; e per noi correvano e s'affaccendavano tutti quei camerieri in vestito nero, mentre essi erano costretti a rigovernarsi le gamelle all'acquaio, e a tender la mano in cucina, come mendicanti.
E in fondo erano scusabili.
Noi avremmo guardato con egual dispetto...
eguale? peggiore forse, una classe primissima, se ci fosse stata, di passeggieri milionari rimpinzati di fagiani e ubbriacati di Johannisberg.
Essi erano stufi alla fine di quel lungo contatto forzato con l'agiatezza spensierata, di sentirsi come pigiati nella propria miseria, dentro a quella gran piccionaia piena di stracci e di cattivi odori.
E non potendo picchiare noi, si picchiavan tra loro.
Già la mattina alle otto s'eran presi a schiaffi e a calci i due contadini gelosi della negra, e il comandante li aveva mandati tutti e due alla gogna sul terrazzino del palco di comando, obbligandoli a star ritt
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