SULL'OCEANO, di Edmondo De Amicis - pagina 19
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Il buon uomo rimase stupito.
- Il telegrafo! - esclamò.
- Per telegrafare?
L'ufficiale capì a volo: era un piccolo genovese, fino come la triaca, gran maestro di corbellature, e sempre serio.
- Per telegrafare, - rispose; - s'intende.
O a che cosa deve servire? Per mezzo d'un filo mobile noi ci teniamo in continua comunicazione col cavo sottomarino, e mandiamo notizie all'armatore di quattro in quattr'ore.
L'ometto espresse la sua ammirazione; poi disse timidamente, avendo già il suo pensiero: - Già...
non servirà che per uso del piroscafo.
- In via di favore, - rispose l'uffiziale, - serve anche per i passeggieri.
- Ma allora, - esclamò l'altro con espansione, - io manderei un telegramma a mia moglie!
Un momento fu trattenuto dal pensiero della spesa; ma inteso che, per esser quella un'eccezione, si sarebbero attenuti alla tariffa ordinaria, fu tutto contento, e scrisse il dispaccio.
- Sto bene.
Mar buono.
Metà strada.
Ti abbraccio, ecc.
E domandò se sua moglie avrebbe potuto rispondere.
Sì, certo poteva rispondere.
- Perché la conosco, - disse; - è donna da levarsi il pan di bocca per mandarmi una buona parola.
- E voleva pagare; ma l'ufficiale non volle: doveva fare il calcolo dei centesimi addizionali: avrebbe pagato la sera, verso le quattro, ritornando a vedere se ci fosse risposta.
Felice, il buon diavolo se ne va, lasciando il foglio.
Ritorna alle tre: niente.
Alle tre e mezzo: niente.
Alle quattro trova dieci benedette parole: - Grazie.
Bene.
Dio ti accompagni.
Prego per te.
Torna presto.
Fuor di sé, legge due volte, bacia il foglio, vuol pagare.
- Ma che! - dice l'ufficiale.
- È una miseria da non parlarne.
E poi, farò passare il dispaccio come di servizio.
Piuttosto, poiché ha delle buone bottiglie in cassetta, ne stapperà una a tavola, e saremo pari.
- E come no? Ne stapperò una, ne stapperò due! Si dovrà star allegri.
Ah! la scienza dell'uomo a che cosa è arrivata! - Per farla breve, alle quattro, a tavola, le due bottiglie furono stappate e bevute, e il povero uomo s'esilarò tanto, che ne fece stappare una terza, una quarta, e tutta la cassetta, così ostinatamente difesa fin allora, fu asciugata.
La notizia, frattanto, s'era già sparsa, e quando egli uscì di tavola, eccitato, rosso, trionfante, e salì sul castello centrale per fare il chilo, fu ricevuto con una chiassata di carnevale.
Non capì subito perché lo beffassero; ma quando capì, mentre tutti s'aspettavano di vederlo restar fulminato, si mise a ridere di compassione, e se ne tornò verso le seconde, esclamando: - Ignorantoni!...
Bestioni!...
Asinoni!...
- beato, imperturbabile in mezzo al concerto di latrati, di gnauli e di canti di gallo che l'accompagnava.
E quella scenata seguiva davanti a uno degli aspetti più stupendi che offrano l'oceano e il cielo nella regione dei tropici.
Essendosi squarciato poco innanzi al tramonto il velo fitto di vapori che ci avvolgeva da tre giorni, il sole calava nel mare come un rubino enorme, gettando sulle acque tranquille una lunghissima striscia purpurea abbagliante come un torrente di lava accesa che corresse a incenerire il Galileo.
E quando il sole toccò l'orizzonte, le nuvole, infocate dei più pomposi colori, cominciarono a svolgersi lentamente, presentando mille forme maravigliose, che ci facevano stare a bocca aperta, e sclamare man mano che si cangiavano: - Che peccato! - come allo svanire d'un sogno incantevole.
Erano monti d'oro, da cui precipitavano fiumi di sangue, fontane immense di metalli in fusione, padiglioni sublimi, sfolgoranti di sotto d'una così gloriosa luce, che, a fissarvi lo sguardo, la mente vacillava un momento, e s'aspettava con un senso quasi di trepidazione l'ultima visione di Dante, i tre giri di tre colori e d'una contenenza, dipinti dell'effigie umana, davanti a cui mancò possa all'alta fantasia.
IL DORMITORIO DELLE DONNE
E mare, mare, mare.
A momenti c'era da immaginare che fossero scomparse le terre dalla superficie del globo, e che noi navigassimo sull'oceano universale, senz'approdare mai più.
Non eran più le acque gialle dei giorni innanzi; ma il cielo bianco, il sole bianco, un mare che pareva un'immensa lastra di piombo, e sul piroscafo tutto quello che si toccava, scottava.
E il caldo cocente non era il peggio: era un puzzo d'aria fracida e ammorbata, che dalla boccaporta spalancata dei dormitori maschili ci saliva su a zaffate fin sul cassero, un lezzume da metter pietà a considerare che veniva da creature umane, e da far spavento a pensare che cosa sarebbe seguito se fosse scoppiata a bordo una malattia contagiosa.
Eppure, ci dicevano, non v'eran più passeggieri di quanti la legge consente che s'imbarchino in relazione con lo spazio.
Eh! che m'importa, se non si respira! Ha torto la legge.
Essa permette che si occupi sui piroscafi italiani uno spazio maggiore quasi d'un terzo di quello che è concesso sui piroscafi inglesi e americani; e non è là a vedere se il tutto bene trovato dalla polizia alla partenza, sia mantenuto poi durante il viaggio; a impedire, per esempio, che s'imbarchino in altri porti più passeggieri di quello che rimanga di posti, e che si caccino viaggiatori sani nello spazio riservato agl'infermi, e che s'improvvisino dei dormitori alla bella diana.
Quanto rimane da fare ancora dentro a questi bei piroscafi che il giorno della partenza si vedono luccicare come palazzi di principi! Sulla maggior parte, i marinai e i fuochisti ci stanno come cani, l'infermeria è un bugigattolo, i luoghi che dovrebbero essere più puliti, fanno orrore, e per mille e cinquecento viaggiatori di terza classe, non c'è un bagno! E dican quello che vogliono gli igienisti che han fissato il numero necessario dei metri cubi d'aria: la carne umana è troppo ammassata, e che una volta si facesse peggio, non scusa: oggi ancora è una cosa che fa compassione e muove a sdegno.
Intanto, man mano che s'alzava la colonna termometrica, crescevano per il Commissario le occupazioni e i fastidi; principalissimo dei quali era il dormitorio delle donne, in cui doveva scendere molto sovente, di giorno e di notte, per ristabilire il buon ordine o vegliare alla pulizia.
Anche a non tener conto del da fare, sarebbe bastato quello spettacolo obbligatorio a disamorare dell'ufficio qualunque galantuomo.
S'immaginino due piani sotto coperta, come due vastissimi mezzanini, rischiarati da una luce di cantina, e in ciascuno di essi tre ordini di cuccette posti l'un sull'altro, tutto intorno alle pareti e nel mezzo, e lì circa a quattrocento tra donne e bambini poppanti e spoppati, e trentadue gradi di calore.
Qui, nella cuccetta più bassa, dormiva una donna incinta con un bimbo di due anni, sopra di lei una vecchia settantenne, sopra di questa una giovinetta sul primo fiore; là s'allungava una cafona calabrese accanto a una signora caduta nell'indigenza; più oltre un'avventuriera di città, che si dava il belletto al buio, a fianco d'una contadinella timorata di Dio, che dormiva con la corona del rosario tra le mani.
A scender là di notte, si vedevano spenzolare dalle cuccette capigliature grigie, trecce bionde, fasce di lattanti, orribili stinchi senili e belle gambe di ragazze, e un cenciume di scialli, di vestiti e di sottane di tutti i colori naturali e acquisiti immaginabili e possibili, come bandiere dell'esercito infinito della miseria; e sul tavolato dei mucchi confusi di stivaletti, di zoccoli, di ciabatte, di legacci, di scarpettine, di calze, da metter sgomento a pensare ch'eran mucchi di quistioni e di battibecchi preparati per il domani, all'ora della levata.
Molte non dormivano.
Il Commissario s'avanzava in mezzo a un cicaleccio fitto di conversazioni, rotto da risa represse, da vagiti, da sospiri di ragazze, da gemiti di donne oppresse dal caldo, da mormorii di vecchie, che non potendo chiuder occhio, masticavano paternostri e avemmarie.
Tratto tratto era chiamato da una mano o da una voce sommessa, e doveva chinarsi o levarsi in punta di piedi per ascoltare un lamento o una protesta.
- Signor Commissario, le diceva una nell'orecchio, ci metta rimedio lei: c'è quella ragazza del numero 25 che è uno scandalo; ci ho qua sotto due ragazzetti; le dica di stare a dovere: o in che luogo siamo? Un'altra voleva che avvertisse le due vicine di sopra di non mettere i piedi fuori e di parlare più pulito.
Le vecchie, in particolar modo, lo tormentavano per la buona morale, e denunziavano le colpevoli, in gran segretezza, rabbiose.
- Ci ponga un po' mente lei, signor Commissario.
Loro non vedono niente, mi scusi.
C'è il numero 77, quella bionda, che ogni notte al tocco sale in coperta e non torna più che alle quattro.
È una porcheria che deve finire.
Altre volevano cambiare di posto, a cagione d'una vicina asmatica, o perché la ragazza che avevano a lato, un poco di che, senza dubbio, spandeva un puzzo di muschio da mandar la testa per aria.
E il Commissario doveva quietarle: - Vedremo, provvederemo, dormite intanto, riposate, datevi pace.
- E andando innanzi così al chiarore fioco delle lanterne, intravvedeva delle madri addormentate che si stringevano i bimbi al petto, respirando affannosamente, col viso contratto da un sogno doloroso o spaventevole; dei seni giovanili non scoperti per caso; delle bocche senza denti spalancate nel sonno come se urlassero; degli occhi che luccicavano nell'ombra, fissandolo, con un sorriso che faceva un'offerta.
E qualche volta, per le corsie, s'abbatteva in un viso sospetto, che doveva sottoporre a un interrogatorio.
- Dove andate a quest'ora? - Su (naturalmente) per un'occorrenza.
- Con quegli occhi in solluchero? Vi do tempo cinque minuti, e poi vi tasterò il polso.
- Un po' più in là, s'arrestava a fare un'ammonizione: - Ve lo dico per l'ultima volta, se non vi trovo domani con la camicia cambiata, ve la taglio! Non avete vergogna? E la rimproverata rispondeva qualche volta il vero, pur troppo: - Non ne ho altra, signorino! - E avanti, di corsia in corsia; da una parte rimetteva sul cuscino il capo d'una bimba nuda che sporgeva troppo in fuori; dall'altra faceva tacere due comari bracone che si scanagliavano a bassa voce per una quistione nata la mattina alla ripartizione della galletta; e quattro passi più giù faceva coraggio a una povera donna sola che, presa dalla malinconia, piangeva sul capezzale, dicendo che aveva il presentimento di non trovar più suo marito in America.
E a furia di passare e di ripassare conosceva il modo di dormire di tutti.
La bolognese, che stava coricata di fianco, toccava quasi con l'anca enorme la cuccetta di sopra; la bella contadina di Capracotta si rivoltolava come uno scoiattolo; quelle due ciuffone di coriste dormivan con le gambe e le braccia buttate di qua e di là come le aste d'un X; e la signora "decaduta" si teneva disteso addosso quel povero vestito di seta nera, come il drappo funebre della sua antica fortuna.
La più bella e tranquilla era anche nel sonno la ragazza genovese, che riposava supina, lunga, tutta coperta, come una statua di regina, distesa sulla sue tomba di marmo.
Ma la vista di tutte quelle canizie misere, di tutte quelle madri senza casa e senza pane, dormenti sopra l'oceano, a migliaia di miglia dalla patria abbandonata e dalla terra promessa, gli teneva lontano dalla mente ogni pensiero sensuale, anche davanti alle molte nudità ostentate o inconsapevoli che gli occorreva di vedere.
Egli passava là sotto come un medico in un ospedale, non meno inaccessibile a ogni tentazione di quello che lo fosse quel povero vecchio annaspo di marinaio, che l'accompagnava con una lanterna alla mano.
Infelice gobbetto! Per lui, non protetto dalla dignità della carica, il mestiere era ben più duro; tanto più quando, uscito il commissario, egli rimaneva solo nel dormitorio, col secchiolino dell'acqua e il ramaiolo a disposizione di tutte le assetate.
- Vien qua, vecio - A mi, omm di persi - Dessédet, pivel! - Acqua! - Ægua! - Eva! - De bev! Da baver! In presenza sua, leticavano forte, infischiandosi del regolamento, e ridevan di lui; e quando le redarguiva, lo rimpolpettavano in tutte le regole; qualcuna anche, per disprezzo, le mostrava la faccia a cui si danno gli schiaffi coi piedi; di levata, soprattutto, quando si trattava di pescar la roba in quel guazzabuglio, gli facevan perder la testa, e allora scappava come da un vespaio, e si rifugiava in coperta, tutto sudato e ansimante.
E quella mattina appunto, all'ora critica, lo trovai davanti alla porta del dormitorio, con l'anima per traverso.
- Ebbene, - gli dissi, - vi fanno fare il sangue verde, non è vero? - Ah! - rispose, buttando via con dispetto la cicca.
- No ne posso ciù! - Ed è così in ogni viaggio? - domandai.
- Eh no, grazie a Dio! - rispose.
- Va a viaggi.
Alle volte, per combinazione, capita un carego di brave donne.
Altre volte...
questa volta, per esempio, a l'è na raffega de donne maleducæ, [3] un vero carego d'açidenti! - Poi, ripigliando la sua compostezza filosofica e alzando l'indice, mi disse confidenzialmente nell'orecchio: - Scià sente (stia a sentire).
Scià no piggie moggê! (non prenda moglie).
E voltatomi lo scrigno, tirò via.
La mattina stessa era seguito nel dormitorio un grosso scandalo, ch'io non seppi che più tardi, stando col Commissario sul palco del comando a vedere il gran ballo dei denti di mezzogiorno; il quale somigliava allo spettacolo che si vede a certe feste di santuari campestri, dove cento famiglie merendano all'aria aperta, in un prato: un bulicame d'accampamento, delle centinaia di gruppi d'uomini, di donne, di ragazzi, seduti, inginocchiati, accucciati in mille atteggiamenti, in alto, in basso, su tutte le sporgenze e in tutti i buchi, coi piatti in mano, tra le gambe e in mezzo ai piedi, coi capi coperti di fazzoletti, di grembiali, di cappelli di carta, di gonnelle arrovesciate, perfin di cestini, per ripararsi dal sole che bruciava, e in mezzo ai gruppi, fra l'osteria e le cucine, un andare e venire frettoloso di innumerevoli capi-rancio, coi pani sotto il braccio, coi bidoni e le gamelle alla mano, accompagnati da mille occhi, chiamati da mille mani, apostrofati da mille bocche.
Accanto al Commissario c'era il garibaldino, che girava sulla folla uno sguardo lento e senza benevolenza, e a destra la signorina di Mestre e la zia, appoggiate alla ringhiera, tutte intente a guardar la ragazza genovese, che stava disotto.
Questa tagliava la carne al fratello, dava da bere a suo padre, e porgeva ad altre due donne e a un ragazzo, che appartenevano al suo rancio, ora un oggetto ora un altro, con la grazia solita; ma non con la solita serenità.
Non mangiava, e le tremavan le mani.
La signorina osservò che aveva gli occhi rossi, e pensando che avesse pianto, domandò al Commissario se ne sapesse il perché.
Lo sapeva, e raccontò.
Da quel viperaio di odî che da vari giorni le fischiava attorno, s'era finalmente rizzata una testa che l'aveva morsa nel cuore.
Riscendendo quella mattina nel dormitorio, dopo aver accompagnato in coperta il fratello, aveva trovato una folla di donne davanti alla sua cuccetta, dov'era attaccata con mollica di pane una striscia di carta, strappata da un giornale sporco, sulla quale erano scarabocchiate a matita, in grossi caratteri, una decina di parole.
Appena letto, s'era messe le mani sul viso, e aveva dato in uno scroscio di pianto.
Erano una decina di aggettivi nudi e crudi, che si possono immaginare, ma non scrivere.
Allora le donne, che pure non avevan pensato a strappare il foglio, s'eran date a consolarla, a modo loro; e una di esse, d'incarico d'una terza, le aveva soffiato all'orecchio il nome della colpevole, una cialtrona, una fetente, che aveva attaccato quella sudiceria di scappata, in un momento che nel dormitorio non c'era quasi nessuno, non tanto alla svelta, però, da non esser veduta da un ragazzo, il quale parea che dormisse, e vegliava, per rifischiar la cosa a sua madre.
- Portate il foglio al comandante - le avevan detto.
- Fatela chiamare dal Commissario.
- La metteranno ai ferri.
- La manderanno alla berlina sul ponte.
- La condanneranno al tribunale d'America.
- Allora essa aveva staccata la carta, singhiozzando, e aveva aspettato che la calunniatrice comparisse.
Questa era discesa poco dopo, ed era la loschetta cruscosa dal pelo rosso, incapricciata dello scrivanello, e gelosa come una bestia.
Al primo: Eccola là, - la genovese le era corsa incontro, seguita dalle comari, affamate d'una scenaccia.
Quella s'era fatta bianca, alzando il capo, nondimeno, in atto di sfida.
Ma la buona ragazza non aveva fatto altro che porgerle il foglio dicendo con voce tremante: - E ben, cose v'ho faeto? (Ebbene, cosa v'ho fatto?) La prontezza con cui l'altra aveva afferrato e stracciato il corpo del delitto, era una confessione involontaria, che rendeva doppiamente inutili le sue denegazioni.
Ma la genovese, senza aggiunger parola, era risalita, sconvolta e piangente, sopra coperta, e non s'era lagnata con nessuno.
Il Commissario, risaputa la cosa e chiamata in ufficio la rea, che giurava colle mani e coi piedi d'essere innocente, s'era dovuto contentare di minacciarle i ferri, e che un'altra volta l'avrebbe cacciata in fondo alla stiva, a farsi rosicchiare dai topi.
La signorina, che aveva ascoltato il racconto senza staccar lo sguardo della ragazza, ripetè lentamente, come tra sé, col suo accento veneto: - E ben, cosa v'ho faeto? E gli occhi le luccicarono di lagrime.
Il Commissario aveva raccolto qualche notizia intorno a quella ragazza e alla sua famiglia.
Era di Levanto.
Suo padre, che teneva una botteguccia di non so che cosa, avendo fatto cattivi affari, s'era deciso a andare in America, dove lo chiamava un cugino avviato bene; ma trovandosi senza un soldo, era stato costretto a rimandar la partenza di un anno; e il danaro per il viaggio gliel'aveva messo insieme la figliuola, centesimo per centesimo, vendendo tutte le sue bricciche assistendo di notte una signora tedesca malata, e stirando di giorno per lo stabilimento dei bagni.
Un gran segno nero che aveva sopra una mano, e che si vedeva dal ponte, doveva esser la traccia d'una scottatura.
Fosse per sospetto o per caso, in quel momento essa alzò il viso, e comprendendo che si parlava di lei, si fece tutta di porpora; ma rassicurata dallo sguardo dolce della signorina, la fissò coi suoi grandi occhi azzurri e ancora umidi, e sorrise.
Poi ripiegò il capo per badare al fratello, e non vedemmo più che il mucchio d'oro delle sue trecce, e il bel collo, su cui s'era sparso il rossore.
La signorina toccò col ventaglio il braccio del garibaldino, e accennandogli la ragazza, gli disse con la sua voce dolce e triste: - Ecco la virtù, signore.
Quello fu come un lampo per me sulla natura e il fine dei discorsi ch'essa gli doveva tenere usualmente, e curioso di vedere a che punto fosse dell'opera sua, mi girai a guardare in viso il suo compagno; ma egli s'era già voltato verso il mare, dove tutti i passeggieri di terza, alzatisi in piedi come a un comando, fissavano gli occhi, facendo un gran mormorìo.
C'era una vela all'orizzonte, sulla nostra destra.
Il piccolo uffiziale del dispaccio, ch'era di guardia, l'aveva già segnalata da un pezzo.
Non si vedeva che una macchietta bianca della forma d'un trapezio, colorito da un raggio pallido di sole, in mezzo all'immensità grigia; e un piovasco lontano, facendole dietro un fondo nero nel cielo e sulle acque, le dava una bianchezza vivissima, e la faceva parere ad un tempo una ancor più misera cosa, con quell'immagine d'un corruccio dell'oceano, che pareva minacciasse lei sola.
Eppure non si può dire che vita, che gaiezza improvvisa spandesse sulla solitudine sconfinata quella umile insegna dell'umanità: pareva che il mondo abitato ci si fosse avvicinato in un tratto.
L'ufficiale si fece portare le bandierine dell'alfabeto nautico, e appuntò il canocchiale.
Quando fummo più vicini, il legno a vela salutò per il primo con la bandiera.
Il Galileo rese il saluto.
Allora cominciò tra il piroscafo e il veliere un dialogo affrettato, che l'ufficiale traduceva a voce per noi, e che gli emigranti seguitavano con gli occhi, in silenzio, come se capissero.
Era un bastimento italiano, tenuto là immobile dalle calme equatoriali.
Per prima cosa, disse il nome dell'armatore: Antonio Paganetti.
Poi: - proveniente da Valparaiso, diretto a Genova.
- Da quanti giorni in viaggio?
- Da due mesi.
- Da quanti giorni fermo?
- Da diciotto.
- Quello pittin! (Quel poco!) - esclamò l'ufficiale.
E l'altro: - Prego di annunziare la nostra presenza al rappresentante del nostro armatore a Montevideo.
Nessuna avaria io.
Tutti bene.
- Bisogno di nulla?
- Grazie.
Buon viaggio.
- Buon viaggio.
Quanto ci parve grande, veloce, allegro il Galileo in confronto a quel piccolo legno immobile, con forse dieci o dodici uomini d'equipaggio, condannato a galleggiare come una cosa morta, chi sa per quanto altro tempo, sotto il raggio terribile del sole dell'equatore! Con un sentimento di pietà lo vedemmo a poco a poco rimpiccolire, diventare un punto bianco, e nascondersi dietro l'orizzonte; ma di pietà da egoisti, simile a quella dei viaggiatori che dai vagoni ampi e comodi d'un treno di strada ferrata lanciato a tutta forza, vedon di sfuggita la carrozza barcollante sotto la pioggia, tirata da un cavallo sfinito, per una via fangosa della campagna.
E non da altra cosa che da quel confronto nacque una corrente di buon umore che si diffuse da prua a poppa, e durò fino a sera.
Ma quello era il giorno delle novità.
A desinare, prima di sedersi, il comandante disse a voce alta: - Scignori, abbiamo a bordo un passeggiere di più.
Molti non capirono.
- Un bel maschiotto, - soggiunse, - che ha appena un'ora e tre quarti.
Tutti si rallegrarono ridendo e commentando.
Da un leggiero rossore che passò sul viso della signorina di Mestre, capii che doveva aver partorito la contadina del suo paese.
- È nato nell'emisfero boreale, - concluse il comandante; - ma lo battezzeranno nell'altro.
Domani si passa l'equatore.
IL PASSAGGIO DELL'EQUATORE
Il giorno dopo, fin dalla mattina presto, non si parlava d'altro a prua che della novità del bambino e del passaggio dell'equatore: dell'aquatore, dell'iquatore, del quatore, di lu quatuore, poiché storpiavano la parola in cento modi.
Della nascita parlavano principalmente le donne, smaniose di sapere se e come il bambino sarebbe stato battezzato, e chi sarebbe stato il padrino e chi la madrina, che dovevan essere due signori, secondo l'uso.
L'avrebbe battezzato il prete lungo di prima, o uno dei due di seconda, o il frate? E dove, non essendoci né cappella né altare? E i regali? Tutte cose che in quella vita ristretta di bordo, pigliavano importanza di affari di stato.
E dal Commissario seppi che la contadina di Mestre era segno d'immensa invidia a tutte le donne incinte di terza, e più alle più avanzate, perché è tradizione di gentilezza marinaresca che le puerpere, a bordo, sian trattate con grandi riguardi; e quell'altre, vedendo passare tazze di brodo, cosce di pollo e bicchierini di Marsala, pensavano con rammarico che a loro, a terra, non sarebbe toccata eguale fortuna.
- Si chiama esser fortunate! - dicevano.
E se fosse bastato uno sforzo per anticipare di qualche giorno la cosa, l'avrebbero fatto con tutti i sentimenti.
Qualcuna era indispettita sul serio.
Quanto all'equatore ne discorrevano tutti.
Ma qui bisogna rifarsi un poco indietro per spiegare bene quale senso facesse il mare in tutta quella gente.
Prima di tutto, le era antipatico.
L'ignoranza non ammira il mare, perché ha poco o nulla da scrivere col pensiero su quella immensa pagina pulita, e l'immensità semplice non è bella che per chi pensa.
Non ricordo d'aver mai inteso fra quegli emigranti un'esclamazione ammirativa per l'oceano.
Dinanzi all'acqua essi rimangono sempre alla prima idea che essa desta in ogni creatura umana, che è quella dell'elemento dell'asfissia.
Poi ebbi modo di accertarmi, fin dall'uscita dello stretto, che per la maggior parte quel grande oceano era stato una delusione, perché non v'avevan visto una maggior distesa d'acque che nel Mediterraneo, mentre immaginavano tutti, entrandovi, di veder l'orizzonte allargarsi smisuratamente, come segue all'occhio di chi salga da un poggio sopra una montagna.
Ma non solo per questa ragione.
Nella mente del popolo all'idea dei grandi mari va ancora unito un resto delle immaginazioni favolose dell'antichità e dei tempi di mezzo: se non più mostri alati, i kraken di un miglio di circuito e i pesci cantanti, molti s'aspettano di vedere almeno balene, polipi enormi, o lotte di capodogli e di pesci spada, e onde come montagne; e vedendo poi quel mare sempre quieto, e nemmeno il muso d'un pesce cane in due settimane di navigazione, scrollan le spalle dicendo: - È un mare come un altro.
- Quanto a provar curiosità e a pigliar piacere d'altre cose, non possono, o perché le ignorano, o perché non ci credono o le frantendono.
Io feci questa osservazione, che quasi tutti i discorsi che tenevamo a poppa intorno al mare, alla navigazione, alle terre, i quali cambiavano man mano d'argomento col cambiare della nostra situazione geografica, e c'erano imposti, per dir così, dal grado della latitudine, quasi tutti, dico, trasmettendosi di bocca in bocca e di classe in classe, avevano un eco uno o due giorni dopo, come segue degli avvenimenti dalle città ai villaggi, nei crocchi di prua; di dove ci ritornavano all'orecchio per via degli ufficiali che ne raccoglievan dei frammenti passando.
Ebbene, è incredibile la stranezza delle trasformazioni che le notizie e le osservazioni scientifiche subivano in quel passaggio.
Dell'antica Atlantide, della quale s'era parlato alla latitudine del Sargasso, in terza classe si discorreva come d'un mondo, che si dicesse scomparso da non molti anni, e che qualcuno di noi si fosse vantato d'aver visto.
Alla latitudine della Senegambia, essendosi parlato di negri, dicevano gli emigranti che il Galileo filava a tutta velocità per sfuggire alla costa, dov'era un popolo di selvaggi terribili, che davan la caccia ai bastimenti per mangiare i passeggieri e ci riuscivano molte volte.
Riguardo allo stesso equatore, alcuni andavano predicendo da giorni un calore di fornace che avrebbe liquefatto le candele e la ceralacca delle lettere, e un sole ardente al punto, che a più d'uno avrebbe dato volta il cervello, e si sarebbero contati i colpi d'accidente a decine.
Ma il più singolare era che quel viaggio da un emisfero all'altro, il quale avrebbe dovuto persuader tutti della rotondità della terra, forniva invece a molti un argomento in contrario, che li riconfermava nell'incredulità antica, perché ora vedevano finalmente coi propri occhi che tutto era piano; e c'era poco da rallegrarsi di quelli che parevano persuasi del vero, poiché parecchi di questi s'immaginavano che, passato l'equatore, il piroscafo avrebbe cominciato a discendere, e si sarebbe visto girare intorno al globo come una formica intorno a una palla.
E molti anche non credevano a nulla di quanto udivano dire.
La mattina, mentre il marito della svizzera (dotato della più incurabile delle stupidità, che è quella, come disse un grand'uomo, che s'è contratta sui libri) andava spiegando l'equatore a un crocchio d'emigranti con una fraseologia scioccamente scientifica che non potevan capire: - ...
il focolare elettrico del globo...
il regolatore delle evaporazioni dei due mondi...
il luogo dove il mare scambia i suoi due sangui...
-quelli guardavano con curiosità intorno ed in alto, e non vedendo nulla d'insolito, tornavano a guardar lui di mal occhio, con l'aria di dirgli che smettesse di pigliarli a godere.
Ma ciò che li preoccupava soprattutto da un po' di giorni era l'aver inteso dire che di là dall'equatore si sarebbero viste delle stelle nuove, e che una di queste, l'alfa del Centauro, era di tutte le stelle la più vicina alla terra.
Pensavano forse che apparisse grande come la luna.
Fin dalla mattina di quel giorno tanto aspettato, in piena luce di sole, uomini e donne giravano gli occhi pel cielo, con l'idea di veder dei miracoli.
Una donna domandò al Commissario se in quell'altra parte del mondo, dove si stava per entrare, la luna e il sole sarebbero stati gli stessi che si vedevan da noi.
Che cos'era questa linea, questa riga che divideva il mondo in due parti? Era da credersi quello che dicevano, che nessuno avesse più l'ora giusta? Era vero che nell'anno che si va in America si perde una stagione? E che cosa accadeva di questa stagione? Il Commissario s'ingegnava di spiegare; ma alcuni non badavano affatto alle spiegazioni che avevan chieste, come se fosse tempo perso; altri, per capire, tendevano a tutta forza l'arco dell'intelligenza, e poi ci rinunziavano, facendo un atto di rassegnazione.
L'ultimo sentimento dei più era un vago sospetto che tutte quelle maraviglie fossero un monte di pastocchie spacciate dai signori per fare i saccenti, o che se non altro le spiegazioni che ne davano fossero puri sforzi di fantasia, e che tutto rimanesse un gran mistero per tutti.
Una gran parte avrebbero creduto piuttosto ai tre monaci leggendari dell'Asia che da quindici secoli camminavano dritto davanti a sé cercando il luogo dove nasce il sole.
E sconfortava il pensare che un migliaio forse di quei mille e seicento cittadini d'uno dei paesi più civili d'Europa non avevano intorno alla terra e al cielo cognizioni più larghe né più esatte di quelle che si sarebbero ritrovate cinque secoli or sono in altre mille persone della stessa classe, e che v'è forse al mondo una certa quantità irriducibile d'ignoranza, che si può comprimere, come una massa d'acqua, e piegare a mille forme diverse, ma non scemar di volume.
Non importa: il passaggio dell'equatore era una festa per tutti, specialmente per la distribuzione straordinaria ch'era stata annunziata, di tre litri di vino per rancio; ed anche perché, avendo il comandante dato l'ordine di aprire la stiva e di lasciar pigliare i bagagli, era per molti una vera gioia di poter rifornirsi di roba e rimestare un poco i propri cenci, conciati in modo miserando dall'umidità della zona tropicale.
Oltre di che l'annunzio dei fuochi d'artifizio per la sera metteva tutta la ragazzaglia in ribollimento.
La grande operazione della lavatura mattutina fu fatta con insolito vigore, e all'ora della colazione si videro molte ragazze con fazzoletti e nastrini nuovi sul petto e sul capo, mamme pettinate con più cura che gli altri giorni, uomini con cravatte straordinarie, barbe ben fatte, camicie di bucato, colli da cui eran cadute le scaglie.
La folla s'era come indomenicata; le donne, in omaggio al nuovo santo, non lavoravano, e la maggior parte degli uomini, riuniti in gruppi numerosi e vivaci, mostravano chiara in faccia la premeditazione d'una ubriacatura serale.
Molti intanto facevano ressa intorno alla cambusa per assicurarsi in tempo qualche avanzo del desinare di gala di prima classe, e nelle cucine di terza pure c'era un'agitazione, un andirivieni disusato, da cui si poteva argomentare che quel giorno il cuoco e i suoi aiutanti avrebbero fatto un grande traffico di piatti di contrabbando.
Due forti riversi d'acqua, caduti a un'ora l'un dall'altro, ma brevissimi, non fecero che stuzzicare il buon umore della moltitudine: poi il cielo si schiarì, e il mare, a momenti azzurro, a momenti violaceo, mosso in lunghe e lente ondulazioni, pareva che promettesse di non turbar la giornata.
E fu festa anche per noi.
Per me cominciò dopo colazione nel camerino del Secondo, col quale passai un'ora piacevolissima, insieme con altri due ufficiali e col marsigliese, a bere del buon Champagne, dovuto a una discussione su Guglielmo Watt.
Parlando della sfortuna degli inventori il marsigliese s'era lasciato scappare che il Watt era morto nella miseria.
Il secondo aveva negato: era morto nell'agiatezza, carico d'onori e circondato d'amici illustri - Dans la misère, monsieur! Dans l'indigence la plus affreuse! Nella ricchezza, le dico.
- Sans le sou, sans le sou! Di qui la scommessa, e aveva dato sentenza inappellabile una Histoire de la machine a vapeur, che si trovava a bordo, scritta appunto da un marsigliese; il quale smentiva senza un riguardo al mondo il suo concittadino.
Amabili originali quei tre ufficiali del Galileo, non escluso quel brunetto astuto del dispaccio! Tutti più giovani d'animo di quello che la loro età desse a credere, e d'una certa semplicità di solitari, rarissima a trovarsi nel mondo, anche fra i solitari.
Ciascuno aveva uno studio o un'arte per le mani, con cui ingannava il tempo in quei viaggi continui: il Secondo studiava il tedesco, il terzo dipingeva marine, il quarto aveva principiato di fresco a suonare il flauto.
E ciascuno aveva una collezione sterminata di aneddoti di viaggio che raccontava in modo particolare, lentamente, dicendo nel modo più naturale del mondo le cose più strane, da gente assuefatta a far vita comune con la parte più avventurosa e più bizzarra del genere umano, e anche mentre questa si trova in una condizione di vita e d'animo eccezionale.
Ne avevan fatte delle traversate piene di peripezie, durante le quali il registro delle nascite e delle morti era stato in movimento continuo; delle quarantene da uccidersi dalla noia, delle ore di guardia in notti di tempesta da uscirne coi capelli grigi! E ne avevan visto passare a bordo delle miserie, degli amori, delle paure, delle facce eteroclite, delle famiglie zingaresche! Curiosa pure era la confusione, o meglio la slegatura d'idee che avevan nel capo riguardo alla politica dei due paesi fra cui viaggiavano, essi che, ritornando a Genova, si trovavano addietro di due mesi nella lettura dei giornali d'Italia, e ripartivano prima d'essersi potuti raccapezzare, per arrivare un'altra volta nell'Argentina, digiuni dei fatti di là da cinquanta giorni.
E più curiosa era la loro condizione rispetto alle proprie famiglie.
Il Secondo ci divertì molto, spiegandoci col bicchiere alla mano, come avendo moglie da un anno e mezzo, gli pareva ancora d'essere sposo dal mese avanti.
Partito da Genova dopo otto giorni di matrimonio, non aveva più visto sua moglie che a intervalli di due mesi, e per così brevi tratti di tempo, che fra loro non era potuta nascere familiarità; di modo che, ad ogni arrivo, egli era ancora ricevuto con un poco della commozione della prima volta, e trattato con una certa gentilezza rispettosa e imbarazzata, quasi come un estraneo: ciò che manteneva immobile all'orizzonte la luna di miele.
Ed egli stesso ci mostrò il ritratto di sua moglie con l'aria di chi fa vedere in confidenza la fotografia d'una signorina con la quale ha avviato delle trattative.
- Type genois! gli disse il marsigliese, guardandola.
- È di Palermo, - quegli gli rispose.
- Pas possible! - Ah! che risata! Una tal risata che questa volta egli dovette fingere d'aver ribattuto per celia.
Tutti erano allegri, quantunque il comandante avesse fatto sentire che non voleva la farsa d'uso, di battezzare con le caraffe chi passava la linea per la prima volta; un'angosciata, che finiva sempre male.
D'altra parte, non ci sarebbero stati i personaggi adatti.
Perfino il genovese monocolo si carezzava la barba di crino di spazzola con un'aria meno annoiata del solito.
Fermava qua e là ora l'uno ora l'altro, e gli diceva serio, fissandolo: - Petti di pollo al madera.
- Aveva strappato al cuoco una manata di segreti, e diceva che ci sarebbe stato un pranzo splendido, e dei discorsi.
L'agente di cambio, con cui feci un giro di passeggiata, m'annunziò un brindisi del marsigliese: lo aveva inteso far le prove nel camerino.
Mi riferì nello stesso tempo che la sera innanzi era seguita una scenata, per causa di quella lingua serpentina della madre della pianista; la quale avendo insinuato al presunto "ladro" ch'egli avrebbe dovuto smentire le voci calunniose che correvano sul suo conto a bordo, questi era andato dal comandante a domandare a voce alta quali fossero quelle voci e chi le avesse messe in corso, minacciando colpi di spada e di pistola; ma pareva che, pregato, avesse promesso di star quieto fin all'altro emisfero.
Saliti sul cassero, trovammo quella scellerata sputapepe, che parea che godesse in cuore d'essere finalmente riuscita a sollevare uno scandalo e notammo tutti e due un'animazione non mai veduta sul viso sciapito della sua figliuola, come il riverbero d'una compiacenza segreta; della quale l'agente cercò invano la causa con un lungo sguardo girante, sospettoso che ci fosse per aria un altro colpo di forbici.
Passando davanti alla dispensa, vedemmo gli sposi ritti davanti al banco, che bevevano rosolio annacquato.
L'agente li salutò.
Lo sposo disse timidamente: - Festeggiamo l'equatore.
- Eh! - rispose l'altro, in tuono di dispetto, guardandoli fisso tutti e due; - mi pare che festeggino tutti i paralleli! E quelli nascosero in fretta il viso nel bicchiere.
Poi s'andò a bere un bicchierino di Chartreuse sull'uscio del camerino della domatrice, che riceveva gli amici con gli occhi natanti nella dolcezza, e diceva che avrebbe voluto che il viaggio durasse un anno, tanto trovava la compagnia ben combinata, educata, cortese, piacevole; e un'altra filza d'aggettivi zuccherini, che parevano usciti dai molti bicchierini variopinti che doveva aver già centellinati nella giornata.
Di là risalendo sul cassero, trovammo delle novità: la signora argentina, vera imperatrice del piroscafo, con un corteo d'ammiratori intorno, vestita d'una veste color vaniglia, che dava un risalto maraviglioso alla sua calda e florida carnagione di creola, e tutta raggiante in viso, come se fosse contenta d'entrare nella metà del mondo ch'era sua; e la signora svizzera che passeggiava per la prima volta col suo antico deputato, senza che alcuno avesse osservato in che giorno e in che modo fosse avvenuta la riconciliazione.
Mezz'ora della sua conversazione scucita, sbalzellante, vuota, tutta piccole sciocchezze color di rosa e risatine spostate di sartina brilla, ci persuase che essa era felice d'aver rimesso la sua zampetta bianca nel Parlamento di Buenos Ayres.
E pareva anche felice il marito delle sue escursioni professorali fra gli emigranti, poiché stava raccogliendo nuove nozioni geografiche dal Secondo, con una carta marina spiegata sotto gli occhiali.
In tutti gli occhi pareva che balenasse una speranza confusa, quale si suol vedere in faccia alla gente l'ultimo giorno dell'anno, come se confidassero tutti di essere aspettati nell'emisfero di sotto da una miglior fortuna di quella che avevano avuta nell'altro.
E l'allegria crebbe ancora a pranzo, dove, eccettuati il garibaldino e la signora della spazzola, che rimase muta e digiuna con lo scopo visibilissimo di fare un dispetto visibile a suo marito, tutti chiacchierarono calorosamente, come una gran tavolata di buoni amici.
E si ebbe la grande sorpresa, quella sera, di sentir la voce dei coniugi brasiliani, i quali, messi sul discorso dagli argentini, ed eccitati a poco a poco dall'amor di patria, descrissero con una eloquenza ammirabile, che ci fece rimaner tutti, le bellezze del loro paese, dalla grande baia di Rio Janeiro, coronata di monti a pan di zucchero, e tempestata d'isolette coperte di palme e di felci gigantesche, alle vaste foreste oscure, somiglianti a fitti colonnati di cattedrali senza termine, popolate di scimmie e di pantere, corse da sciami di pappagalli verdi e rosati, sorvolate da nuvoli di gemme e di fiori con l'ali, e di coleotteri accesi.
E la conversazione essendosi allargata su quell'argomento, tutti i passeggieri che avevan visitato il Brasile si misero a raccontare e a descrivere insieme, e allora tutta la flora e la fauna brasiliana furono messe sossopra, e passarono sopra la tavola i tapiri e i coccodrilli dei fiumi immensi, i rospi enormi che latrano, i pipistrelli mostruosi che dissanguano i cavalli, le serpi orribili che succhiano il seno alle donne, e le rane che cantano sulle cime degli alberi, e le tartarughe lunghe due metri, e le enormi formiche di San Paolo che gl'indigeni mangiano fritte; e alla descrizione aggiungendosi l'armonia imitativa, fu un frastuono di muggiti, di gracchi e di sibili che pareva d'essere davvero in mezzo a una foresta dei tropici, e in qualche momento si provava un senso di ribrezzo.
I soli che non sentissero nulla erano gli sposi, che approfittando della distrazione dei parlatori, si passavano con riguardo il braccio intorno alla vita, bruciati con gli occhi dalla pianista; e la signora bionda, la quale distribuiva occhiate luccicanti all'argentino, al peruviano, al toscano, al tenore, con una prodigalità veramente un po' troppo vistosa; tanto che il comandante, alla fine, si lasciò scappare di bocca la sua frase d'ammonizione: - Quella scignôa a me comença a angosciâ! [4] Ma fu rasserenato dal brindisi del marsigliese; il quale si levò in piedi, e sporgendo innanzi il busto patagonico, e alzando sopra il capo la tazza dello Champagne, disse con accento grave: - Je bois à la santé de notre brave Commandant...
à la Société de navigation...
à l'Italie, messieurs! - E tutti applaudirono, fuorché il mugnaio.
Ed io gli perdonai in quel momento lo strazio che faceva della mia lingua, e quello che s'immaginava di aver fatto delle mie concittadine.
Levatici da tavola, salimmo sul terrazzino del palco di comando, preceduti dal quarto ufficiale che portava una bracciata di razzi, di girandole e di candele romane.
A stento vi si stava tutti, ed io fui spinto a sinistra, davanti al Commissario, e in mezzo all'"impiccato" e al "direttore della società di spurgo inodoro".
La prua era già tutta affollata, ma il cielo essendo coperto di nuvole dense, e non mandando che una luce velata i tre fanali bianco, rosso e verde, che ardevano, come tre occhi, alle due estremità del terrazzino e alla testa d'albero, tutta quella folla rimaneva quasi all'oscuro; e da quell'oscurità venivan su cento suoni confusi di canti di briachi, di risa di donne e di grida di bimbi, che parevan d'una moltitudine dieci volte maggiore.
Mi sembrava di essere sul terrazzo d'una casa municipale, la sera d'una dimostrazione carnevalesca contro il sindaco.
Quando si accese il primo fuoco di bengala, s'udì uno scoppio di evviva, e si videro mille e seicento visi illuminati, una vasta calca di gente ritta sulle boccaporte e sui parapetti, accucciata sul tetto dell'osteria e sulle gabbie, afferrata ai paterazzi, arrampicata sulle sartie, in piedi sulle seggiole, sulle bitte, sulle botti, sui lavatoi; e siccome non restava scoperto neanche un palmo di tavolato, ed anche i contorni del bastimento eran nascosti dalle persone, così tutta quella folla pareva sospesa per aria, e che volasse lenta sopra il mare, come uno sciame di spettri.
Nel grande silenzio ammirativo s'alzavano voci solitarie di burloni: - Ooooh Baciccia! - Dagh on taj - Cadìa, monsú Tasca! - Poi tutti zitti, e si risentiva distinto il fischio dei fuochi, e il rumor cadenzato della macchina.
Delle piogge di fuoco cadevano sul mar quieto e oleoso, non increspato da una bava di vento, e i razzi scoppiavano e svanivano nell'immenso cielo silenzioso, quasi senza far rumore, come nel vuoto.
Ad ogni sprazzo di luce m'appariva nella folla qualche viso conosciuto: ora la faccia superba della Bolognese, che s'alzava dalla cintola in su sopra le sue vicine; ora il viso estatico dello scrivanello; ora la negra dei brasiliani, stretta in un cerchio di visi accesi; lì sotto la faccetta rotonda della contadina di Capracotta, vicino al macello la faccia impassibile del frate, in fondo al castello di prua la maschera misteriosa del saltimbanco.
E si vedevano qua e là delle coppie strettissime, che l'irradiazione improvvisa d'una girandola costringeva a correggere in fretta l'atteggiamento, e le risa soffocate, le voci di rimprovero e gli strilli che scoppiavano ogni tanto, tradivano un gran lavorìo di pizzicotti e di palpatine audaci e ostinate.
- Questa sera, disse il Commissario, il povero gobbo avrà da sudar sangue.
- Intanto la luce di bengala tingeva successivamente tutte quelle facce di porpora, di bianco, di verde, e ad ogni nuovo scoppio di razzo, sonavano più alte le grida: - Viva l'America! - Viva il Galileo! e più rade: - Viva l'Italia! - E al disopra delle teste si vedevano muovere cappelli, fazzoletti, bicchieri, e bimbi sorretti dalle madri, che agitavano le braccia nude: vere immagini viventi della spensieratezza infantile di quella gioia di popolo, la quale soffocava per un momento tanti dolori.
Finalmente i fuochi finirono, e il piroscafo, ridiventato nero, ma senza che cessasse la festa, si sprofondò gridando e cantando nelle tenebre dell'altro emisfero.
Ma la gioia senza causa di quella folla, su quel confine d'un nuovo mondo, in quella solitudine, di notte, mi fece più pietà che non me n'avesse mai fatta la sua tristezza, mi parve come una luce sinistra che gettasse essa medesima sulle sue miserie, e mi opprimesse l'anima.
O miseria errante del mio paese, povero sangue spillato dalle arterie della mia patria, miei fratelli laceri, mie sorelle senza pane, figli e padri di soldati che han combattuto e che combatteranno per la terra in cui non poterono o non potranno vivere, io non v'ho mai amati, non ho mai sentito come quella sera che dei vostri patimenti, della diffidenza bieca con cui ci guardate qualche volta, siamo colpevoli noi, che dei difetti e delle colpe che vi rinfacciano nel mondo, siamo macchiati noi pure, perché non v'amiamo abbastanza, perché non lavoriamo quanto dovremmo pel vostro bene.
E non ho provato mai tanta amarezza come in quell'ora di non poter dare per voi altro che parole.
All'ultimo sogno di Fausto pensai: aprire una terra nuova a mille e a mille, e vederla fiorire di messi e di villaggi sui passi d'un popolo operoso, libero e contento.
Per questo solo importerebbe di vivere, perché la patria e il mondo siete voi, e finché voi piangerete sopra la terra, ogni felicità degli altri sarà egoismo, e ogni nostro vanto, menzogna.
IL PICCOLO GALILEO
Dopo quel giorno di baldoria, come accade sempre, ricadde la noia sul piroscafo più plumbea di prima, accompagnata da un caldo fortissimo, e accresciuta dallo spettacolo d'un mare di colore ributtante; il quale dava l'immagine di quello che si dice che il mare sarebbe se non avesse impedimento il moltiplicarsi prodigioso di certi pesci: uno spaventevole e pestilenziale carnaio di merluzzi e di aringhe in putrefazione.
Oppressi da quel tedio, e ancora rintontiti dai disordini del dì prima, la maggior parte dei passeggieri di terza non si levavan nemmeno quando i marinai, facendo la solita lavatura con le pompe, incrociavano da tutte le parti rigagnoli e getti d'acqua violenti: si lasciavano innaffiare con gli occhi chiusi, come cani decrepiti.
Tutto il piroscafo parve per molte ore immerso in un letargo profondo, e m'è ancora rincrescevole il ricordo di quel giorno, dopo tanto tempo, come quello della faccia d'un morto.
Rivedo nell'afa del mezzodì il genovese disfatto dalla noia, che s'affaccia al mio camerino, e mi domanda: - Andiamo a veder ammazzare? Come? Chi ammazzano? Un bove: egli lo sapeva sempre il giorno prima, e andava a vedere, per sbattere l'uggia.
Oh ore eterne, passate col naso al finestrino, a guardare con gli occhi stupidi quel mare dell'accidia e del sonno! Dicono che il tempo è moneta, ed io avrei dato un secolo di quelle ore per cinque centesimi.
E mare, e mare, e mare.
Quel Mediterraneo lassù mi si presentava alla fantasia piccolissimo, come un laghetto azzurro soffocato tra i monti, e lontano al di là d'ogni idea; e quel non vedere mai altro che acqua ed acqua mi faceva balenare l'orribile sospetto che si fosse sbagliato rotta, e che si filasse diritto verso il polo antartico, per andar a cozzare nei ghiacci eterni.
Fortunatamente mi venne a scuotere Ruy Blas; il quale, guardandomi con un occhio pesto che voleva far indovinare una notte di dissolutezza aristocratica, mi diede una buona notizia.
Il battesimo era fissato per le quattro.
Tutto era già stabilito.
Battesimo e registrazione civile sarebbero stati fatti nella camera nautica, posta accanto alla timoneria, sotto il palco di comando.
Il prete napoletano avrebbe amministrato il così detto battesimo di necessità; al quale doveva aver la mano, poiché aveva viaggiato nei suoi primi anni per quelle campagne solitarie degli Stati lontani dell'Argentina, dove, non essendovi chiese, e conservando appena gli abitanti disseminati una grossolana tradizione della religione cattolica, accadeva che al passaggio d'un prete accorressero a chiedere il battesimo perfin dei giovinetti a cavallo.
Egli s'era offerto cortesemente, senza domandar patacones, e già un cameriere gli aveva visto tirar fuori la mattina una stola e una cotta, che portavano non dubbi segni d'un lungo e avventuroso servizio.
Al bimbo, secondo l'uso, si sarebbe messo il nome del piroscafo, Galileo; il quale aveva già una dozzina di figliuoli omonimi, sparsi pel mondo.
Madrina (sántola) sarebbe stata la signorina di Mestre.
Per padrino s'era offerto il comandante; ma il deputato argentino l'aveva indotto a cedergli l'ufficio, per la ragione che il bambino essendo destinato alla cittadinanza del suo paese, toccava a lui a dargli il benvenuto nel nuovo mondo, come rappresentante della Repubblica.
Quest'atto gentile, come poi seppi, gli riconciliò gli animi dei passeggieri, i quali fino allora avevano accusato lui e gli altri argentini di stare in contegni con gli europei, e come raggruppati in disparte.
Io però li conoscevo da un po' di giorni, e li avevo osservati fin da principio con curiosità vivissima, poiché erano per me i primi esemplari del loro popolo, il quale è senza dubbio di tutta l'America quello che più importa, o più dovrebbe importar di conoscere a un italiano.
Il deputato era il maggiore d'età, e credo anche la testa quadra della brigata: alto, una faccia forte e fina di uomo rotto alle lotte della vita politica e della vita mondana, che lanciava a traverso all'occhialetto uno sguardo audacemente conquistatore di voti elettorali e di sì femminili.
Il marito della signora era un avvocatino biondo, segretario di non so che ministro plenipotenziario del suo paese, con due occhi grigi mobilissimi, acuti come punteruoli, che quando vi squadravano, pareva che vi vedessero sotto al cranio, dentro al petto e fin nel taccuino degli appunti.
C'erano due giovanotti bruni, molto eleganti e poco significanti, i quali non parevano preoccupati d'altro che della biancheria finissima e candidissima di cui facevano sfoggio, e delle loro folte capigliature artisticamente architettate, nere, ma di quel fortissimo nero andaluso-argentino, che è un vero oltraggio alle teste brizzolate.
Il più originale di tutti era il quinto, un pezzo d'uomo sulla trentina, di viso audace e di voce aspra, un tipo di domatore di cavalli selvatici, proprietario d'una vasta estancia della provincia di Buenos Ayres, in cui passava due anni su tre, in mezzo a trentamila vacche e a ventimila pecore, menando la vita del gaucho; della quale s'andava poi a rifare a Parigi, dove divorava volta per volta un armento di mille teste.
Un tratto comune a tutti e cinque era la finezza della bocca e la piccolezza del capo, che tutti portavano alto, sempre; ma l'abitudine ereditaria, che altri osserva negli argentini, di appoggiarsi camminando più sulle articolazioni delle dita che sul tallone del piede, dico la verità, non l'osservai.
Studiosi dell'eleganza, e in particolar modo della lindura della persona, tutti e cinque, vistosamente.
E cortesi; ma d'una cortesia più ridente, per dir così, di quella degli spagnuoli, meno cerimoniosa di quella dei francesi, congiunta ad una scioltezza viva di modi e di discorso, propria di uomini che entran nella vita indipendente appena usciti dalla fanciullezza, e che crescono senza noie e senza freni, pieni di fiducia in sé e nella fortuna, in mezzo a una società agitata, disordinata, giovanile.
Questa loro condizione d'animo si palesava in un'espressione del viso a cui non saprei trovar miglior paragone che quella particolare aria balda dell'uomo a cavallo, che vede davanti a sé un vasto orizzonte libero.
Con questo una meravigliosa facilità a profferir giudizi su popolo, istituzioni ed usi d'Europa, che avevan visto di volo: giudizi che rivelavano una percezione più acuta che profonda, e una grande varietà piuttosto di letture che di studi, ricordate con prontezza e citate con arte.
E non tanto nei giudizi, quanto nella preferenza manifesta data all'argomento di discorso, mostravano una simpatia viva per la natura e per la vita francese, derivante da una analogia incontrastabile di qualità dell'intelligenza e dell'animo: tutti avevan Parigi sulla punta delle dita e le valigie piene di giornali dei boulevards, e di fotografie d'artiste dell'Opéra e della Comédie.
D'altri paesi conoscevano assai bene le case di gioco e gli stabilimenti di bagni, e sopra tutto i teatri di musica, dei quali parlavan con passione d'adolescenti, ma facendomi capire che non avevan nulla da invidiarci a questo riguardo, poiché essi facevano andar l'Europa a cantare e a ballare a casa loro.
Quanto all'Italia, non riuscii a scoprire, sotto la necessaria cortesia della frase, il loro sentimento vero.
Si compiacevano della nostra immigrazione, come d'un concorso di ottimi lavoratori, e accennando gli emigranti, dicevano: - Tutto questo è tant'oro per noi.
- Portateci pure tutta l'Italia, pur che lasciate a casa la Monarchia.
- E si capiva che a loro, come ai rivoluzionari francesi del secolo scorso, una povera creatura umana soggetta alla Monarchia pareva meritevole della più sincera commiserazione; e che ci dovevano considerare, noi europei, come una specie d'uomini nati vecchi, strascicantisi in mezzo agli avanzi tristi d'un mondo morto, e anche un po' affamati per professione.
Di sotto a questi sentimenti, lampeggiava un orgoglio nazionale vivissimo; l'orgoglio d'un piccolo popolo, che ha vinto la grande Spagna, umiliata l'Inghilterra, e allargato i confini del mondo civile, spazzando la barbarie da un paese immenso, per darvi ospizio e vita a gente d'ogni lingua e d'ogni razza.
Infatti, due volte la settimana almeno essi festeggiavano fra di loro qualche data gloriosa della rivoluzione argentina, con una profusione di vini di Champagne, che era una bella prova dei buoni frutti delle loro vittorie.
Ma fra il loro orgoglio nazionale e quello degli europei mi parve corresse una differenza notevole, che mentre noi lo fondiamo sul passato, e sempre su questo ripicchiamo vantandoci, essi del passato non discorrevan quasi mai, e in ogni frase accennavano all'avvenire, col ritornello dell'infanzia: - Quando saremo grandi.
E in tutti loro appariva profonda, salda, lucidissima non la speranza, ma la certezza di riuscire col tempo un popolo enorme, gli Stati Uniti dell'America latina, brulicanti dalla vallata delle Amazzoni agli estremi confini della Patagonia.
E la loro coscienza d'esser chiamati a questo primato, si poteva anche riconoscere nello studio che ponevano in ogni occasione a dimostrare l'originalità del loro popolo, non solo rispetto ai vecchi padri spagnuoli, dei quali parlavano con una leggera intonazione di canzonatura, come di gente da cui per fortuna avessero sotto ogni aspetto dirazzato, non risentendo più da loro alcun influsso di nessuna specie; ma anche rispetto agli altri popoli latini dell'America, Chileno, Peruviano, Boliviano, Brasiliano; di ciascuno dei quali rilevavano le deficienze intellettuali e morali, e i lati ridicoli, con una ironia faceta, che tradiva un sentimento di rivalità d'alto in basso, non addolcito da quello della fratellanza.
E tutti questi discorsi facevano con un linguaggio fluente e caldo, rotto da risa cordiali e da scatti quasi involontari di sincerità, che rivelavano una natura capace di passioni generose e violente, ed anche una mobilità grande di affetti, nata da un ardente bisogno di divorare la vita in tutti i modi, seguendo con tutte le forze l'impeto di tutti i desideri.
Una sola cosa avrei desiderato in alcuni di essi, ed era un'espressione più aperta di pietà nella voce e negli occhi, nel raccontare che facevano certi episodi inumani della loro storia; un non so che più mite e triste, che non facesse sospettare una mala impronta lasciata nella loro natura dalla lunga tradizione delle guerre del deserto e delle guerre civili, orribili tutte.
Ma, nel complesso, la impressione prima era gradevolissima, e tale da render viva doppiamente la curiosità di scrutarli più addentro.
Per la prima volta io mi trovavo dinanzi a gente veramente nuova per me: ciò che non m'era mai accaduto in Europa.
In mezzo alla grande comunanza di cognizioni e idee che era fra noi, io riconoscevo vagamente in loro le tracce d'una educazione affatto diversa della mente e dell'animo, i sentimenti peculiari d'una gente accampata sugli ultimi termini della civiltà, all'estremità d'un continente quasi spopolato, in una specie di solitudine d'esercito invasore, e le impressioni d'una natura diversamente bella dalla nostra, più vasta, più primitiva e più formidabile.
E mi stupiva anche quella loro lingua spagnuola come snodata e alleggerita della scorza letteraria, accentuata in modo nuovo per me e fiorita di parole sconosciute e bizzarre, e cantata con quel lontano ricordo di melopea indiana, che mi faceva passar per la fantasia delle facce color di rame ornate di penne.
Ma più che la lingua, la facilità incredibile di parola, e la facoltà imitativa dell'intonazione e del gesto, specie quando s'infervoravano nelle descrizioni delle loro grandi montagne e delle loro sterminate pianure.
Quell'avvocatino biondo, più che gli altri, descriveva la caccia al cavallo selvatico come un attore che recitasse uno squarcio classico, senz'ombra d'affettazione o d'artifizio apparente, con una vigoria di mosse e con una musica di parola maravigliosa.
E in tutti notai questa dote d'un bel metallo di voce, e un'arte o una facoltà naturale, squisita di modularla; nella signora particolarmente, la quale aveva una certa voce bianca, e delle note di testa graziosissime, che a sentirle a occhi chiusi sarebbero parse d'una bimba.
Veduto lo strano effetto acustico che m'aveva fatto una sera il nome dello Stato di Jujuí, pronunciato in quella maniera, essa andava cercando per gioco altri nomi indiani di monti e di fiumi del suo paese, che mi ripeteva man mano, ridendo della mia maraviglia.
Ringuiririca, Paranapicabá, Ibirapità-miní.
Parevan trilli d'usignuolo.
Per loro il viaggio dall'America all'Europa era come per noi una gita da Genova a Livorno: l'avevan già fatto più volte: poiché, sia qual si voglia il sentimento che hanno di sé e il concetto che hanno di noi, l'Europa è sempre per loro l'antica madre, la grande patria del loro intelletto, e li attira.
Il deputato, poi, contava già otto viaggi transatlantici, di modo che la rete dei suoi amori doveva stendersi oramai sovra una selva di bastimenti.
E ancor giovane, aveva il passato d'una lunga vita, anche come uomo pubblico, poiché prima dei trent'anni (doveva toccare i quaranta) era già stato redattore capo di un grande giornale, alto impiegato d'un Ministero, direttore d'una Banca, e inviato dal governo a Parigi con un incarico finanziario.
E non era una eccezione fra la gioventù del suo paese.
Egli diceva con ragione che il suo paese era nelle mani dei giovani, poiché la repubblica voleva che corresse nelle vene di tutti i suoi servitori il succhio primaverile che ferveva nelle sue.
- Voi altri, - diceva, - affollati in un campo ristretto, e sopraccarichi di storia, di leggi e di tradizioni, dovete camminare adagio, e condotti dai vecchi: ma noi giovani di trecent'anni, che abbiamo per patria una terza parte del Sud-America, e che dobbiamo riguadagnare in fretta il tempo perduto nella lotta coi selvaggi e nella guerra di trasformazione sociale da cui siamo appena usciti, bisogna che andiamo innanzi di carriera, e guidati dall'età dell'impazienza e dell'audacia.
- E scherzava sull'"abuso" della vecchiaia che si fa in Europa.
- Pare che la canizie, tra voi, sia il titolo necessario per certe cariche.
Avete delle malattie che danno il diritto a certi onori.
Che so io? La podagra fa tutto.
La vostra gioventù si stanca in un'aspettazione interminabile, e vi ritrovate negli uffici che richiedono più vigore di mente e di nervi appunto nell'età in cui il vigore vien meno.
Sciupate tutte le vostre forze a salire, e quando siete sulla cima suona l'ora della morte.
Comparve in quel punto la cameriera ad annunciar l'ora del battesimo.
Il deputato scappò in camerino a cambiare il berrettino di seta con una copertura di capo più sacramentale.
Io m'incamminai verso la camera nautica.
A prua c'era già movimento, in specie fra le donne, che volevano salir tutte sul castello centrale, per vedere; tanto che i marinai si dovettero piantar di guardia alle scalette per impedire che si ammucchiasse troppa gente di sopra.
Era un vocìo, una curiosità da tutte le parti come per il battesimo d'un principino ereditario, e nessuno badava alla minaccia d'un piovasco solenne, che cominciava a far l'aria buia.
Entrai con due o tre altri nella camera nautica, che era già affollata, e trovai a stento un po' di posto.
Davanti a un tavolo stavano in piedi il comandante, che doveva far da ufficiale dello Stato Civile, e il Secondo e il Commissario, che facevan da testimoni; tutt'intorno, con le spalle alle pareti, la signora bionda, l'argentina, la sposa, la madre e la figliuola pianista, la brasiliana con la serva negra, e una diecina d'uomini, fra i quali il garibaldino, col suo solito viso chiuso e triste.
La finestra in fondo, che dava sul castello, era addirittura riempita di facce di donne della terza classe, che formavano scala, e brillavano dalla contentezza d'aver conquistato i primi posti; e dietro di loro si sentiva il mormorio della folla.
C'erano sul tavolo il ruolo d'equipaggio e il giornale di bordo, aperti; un vassoio con un bicchiere d'acqua e una saliera; e dei moduli stampati d'atti di nascita.
Tutti stavano con una certa compostezza pensierosa.
Quella camera singolare, tappezzata di carte marine, luccicante qua e là di strumenti nautici, con quelle ventiquattro lettere maiuscole iscritte come un epitaffio enimmatico sopra le bandierine dei segnali, - quel gruppo di persone così diverse e strane, che barcollavano ogni tanto per effetto d'un leggero rullìo, - quegli ufficiali immobili e gravi, - quel brulichìo d'una moltitudine che non si vedeva, - e quell'orizzonte oscuro dell'oceano, che tagliava il vano dell'uscio, - destavano insieme un sentimento di stupore e di rispetto che s'esprimeva in un bisbiglio sommesso.
Dopo alcuni momenti arrivò il lungo prete, con una stola e una cotta che pareva avessero servito a battezzare i primi navigatori dell'Atlantico, e l'attenzione di tutti si fissò su di lui.
Entrò, curvandosi, senza guardar nessuno, e avvicinatosi al tavolo e fatto il segno della croce, cominciò a mormorare a occhi chiusi, in mezzo a un silenzio profondo, gli esorcismi d'uso per l'acqua e pel sale.
Poi mise una cucchiaiata di sale nel bicchiere, l'agitò, e intintovi il dito, benedisse i presenti.
Le donne fecero il segno della croce.
Il bisbiglio ricominciò.
Tardando a venire il bambino, il comandante mandò il Commissario a vedere.
Siccome s'era aggravato il vecchio malato di polmonite, la puerpera era stata trasferita dall'infermeria in un camerino vuoto delle seconde classi.
Il tragitto da farsi non era che di pochi passi.
Il Commissario ritornò subito, dicendo: - Vegnan.
Venivano in fatti su per la scaletta il padre, tutto trionfante, con la barba fatta, con una camicia fresca, e col marmocchio in mano, la signorina di Mestre, col suo solito vestito verde-mare, sorretta per una mano dall'argentino, e dietro di loro, con mia gran maraviglia e di tutti, la puerpera pallida, ma sorridente, tenuta su per la vita dal marinaio gobbo.
Non c'era stato verso, brontolava il marinaio, aveva voluto venire, nonostante le minacce del medico, cocciuta a fare là come a casa sua, dove dopo do zorni la se gaveva sempre messo a far le so façende.
Ultimo veniva uno dei due gemelli, con candela in mano.
Un mormorio carezzevole di pietà e di simpatia accolse il piccolo Galileo, che dormiva placidamente, col visetto rosso, ravvolto in una coperta azzurra, con una cuffietta bianca a piegoline, e una medaglia al collo.
Appena entrata, la signorina prese il bimbo dalle braccia del padre, e lo mostrò al comandante, con quel suo sorriso mesto e dolcissimo, e non a un solo credo che sfuggisse il contrasto pietoso di quel piccolo essere che incominciava la vita con quella povera e buona creatura per la quale tutto stava per finire.
Tutti guardarono per un momento lei sola, che contemplava il bimbo col capo chino, mostrando negli occhi tutti i tesori di maternità che avrebbe portato nella tomba.
Il comandante, col suo schietto accento del quartiere di Prè, e con un cipiglio come se leggesse un atto d'accusa, diede lettura dell'atto di nascita scritto sul ruolo d'equipaggio.
- L'anno mille e ottocento etc., giorno ed ora etc., a bordo del piroscafo denominato il Galileo, iscritto al compartimento marittimo di Genova, etc., il signor medico tal dei tali ha presentato a noi, Capitano in comando del detto piroscafo, in presenza dei signori tali e tali, un bambino di sesso maschile di cui s'è sgravata la signora...
Spuntò un sorriso sulle labbra di tutti quando s'intese leggere che il luogo nativo di quel povero bambino era: latitudine nord 4, longitudine ovest, meridiano di Parigi, 28,48.
- ...
In fede di che noi, - continuò il comandante, - abbiamo steso il presente atto che è stato iscritto a piè del ruolo d'equipaggio, ed è stato sottoscritto...
Il comandante e i due ufficiali firmarono l'atto sul ruolo e sui tre moduli stampati da rimettersi al Consolato italiano di Montevideo, alla Capitaneria del porto di Genova, e al padre; poi porsero la penna a questo, che, stentatamente, con la fronte in sudore, scarabocchiò tre volte il suo nome.
In quel punto il piroscafo fece un moto brusco da un lato, e la madrina vacillò: l'argentino la ritenne per un braccio: ed io gli lessi negli occhi l'impressione di stupore penoso ch'egli provò al sentire quel braccio senza carne.
Il cielo s'era fatto più oscuro e il mare livido; qualche goccia cadeva sopra coperta.
Il prete si fece avanti.
Inteso i nomi imposti, si segnò, e messa la sua enorme mano pelosa sotto la testa del bimbo dormente, mentre l'argentino gli metteva la destra sul petto, gli fece col bicchierino le tre versate d'acqua, dicendo:
- Galilee, Petre, Johannes, ego te baptizo in nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti.
Poi: - Galilee, Petre, Johannes, vade in pacem et Dominus sit tecum.
Tutte le donne dalla finestra risposero: - Amen.
Allora disse l'Agimus.
Io osservavo intanto la madre, la quale girava gli occhi larghi sul bimbo, sugli ufficiali, sugli strumenti nautici, su quella strana cappella, e porgeva l'orecchio allo scricchiolìo della ruota della timoniera e al fischio lontano delle sartie investite dal vento, dando ogni tanto un'occhiata furtiva al mare oscuro; e pareva agitata da una viva inquietudine, come se ci fosse qualche cosa di profano e quasi di malauguroso in quella funzione fatta a quel modo, così alla spiccia, e in quel luogo, e con quel tempo.
- Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum, - terminò il prete.
- Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis...
- risposero le donne.
Nel momento stesso un lampo vivissimo illuminò la camera e s'intese il muggito lungo d'un bove; il piroscafo balzò; la puerpera si mise a piangere.
- Amen, - disse il prete.
- Amen, - risposero di fuori.
Tutti si rivolsero alla donna, chiedendole che cos'avesse, facendole animo.
Essa s'asciugò gli occhi col dorso della mano, e domandò: Parché no'l ghe ga messo el sal sula boca? [5]
Dovettero ragionarla, spiegarle: era un battesimo di necessità, non si poteva farlo completo perché non s'era in chiesa, si sarebbe completato in America; stesse tranquilla: il sacramento era valido lo stesso.
Allora baciò con espansione il bambino, si rasserenò, ringraziò, e tutti uscirono.
Pioveva già forte.
Eppure il piccolo corteo, seguito dal garibaldino, stentò a aprirsi il passo tra la calca per arrivare fino al camerino di seconda; il gobbetto dovette più volte far largo coi gomiti, e al gemello fu portato via il mozzicone di candela: tutti volevan vedere, non il bimbo, ma chi fossero il padrino e la madrina, per farsi un'idea della importanza dei regali che sarebbero toccati alla puerpera fortunata.
Al vedere la signorina, qualcheduno batteva le mani.
All'improvviso s'udì una voce alta e rauca:
- Strusciate, strusciate i signori!...
Oggi lo tengono a battesimo e quando sarà grande lo faranno crepare di fame...
Cretini!
Era il vecchio tribuno dal gabbano verde, ritto sulla boccaporta del dormitorio delle donne.
Molti si staccarono subito dalla folla dei curiosi.
Altri gli inveirono contro, altri gli fecero eco.
Ma il gridìo festoso della ragazzaglia coperse le loro voci.
Messo appena il piede nel camerino, la puerpera si lasciò cadere sopra un baule, spossata; il padre mise il bambino in una cuccetta, e il padrino e la madrina tiraron fuori i regali.
E allora cominciarono le esclamazioni di maraviglia e di gratitudine, a due voci: - Ma cassa fali? Lori se desturba tropo! I ne fa deventar rossi! Oh ma che brave creature! Xelo par mi sto qua? e anca st'altro? Oh santo Dio benedeto! - E il padre, in uno slancio di riconoscenza per il neonato, curvandosi sulla cuccetta, esclamò: Vorò strussiarme, vorò suar sangue per ti, vissare mie! ma con un accento del cuore, che prometteva sinceramente una vita di lavoro e di sacrifizio per quella piccola creatura nata fra il mare e il cielo, a mezza strada fra la patria perduta e una terra ignota, senz'altro bene al mondo che le braccia e il coraggio del padre suo.
E poi: - Tazi, vecia mata! - gridò brutalmente alla moglie che piangeva, e le gettò le braccia al collo.
La signorina allora si voltò verso il garibaldino che stava affacciato all'uscio, e indicandogli quell'abbraccio, gli fece con l'indice un cenno di rimprovero, e poi disse affettuosamente, sorridendo: - Ecco la famiglia.
Egli non rispose.
IL MARE DI FUOCO
Ma il battesimo, come la festa dell'equatore, non fu che una breve tregua all'irritazione che serpeggiava a prua per effetto del caldo crescente, in particolar modo fra le donne, le quali erano ogni dì più uggite e stufe di quella maniera di vita tanto lontana da ogni loro consuetudine.
Da vari giorni era scoppiata la malattia contagiosa del piccolo ladroneccio, e con questa, la febbre generale del sospetto: gli asciugamani, le scarpette, i cenci sparivano come per incanto, le derubate credevano di riconoscer la roba loro nelle mani dell'una o dell'altra, e ogni momento si vedevan venire dal Commissario due scarmiglione frementi, coi ragazzi per mano, col corpo del delitto sotto il braccio, seguite dai mariti e dai testimoni, a chieder giustizia.
E allora avevan luogo processi e dibattimenti in tutte le regole.
Si trattava d'un fazzoletto a cui la ladra aveva levato la marca, d'uno stivaletto a cui era stata strappata la fettuccia col nome del calzolaio.
L'accusata negava, invocando Gesù e la Madonna; la derubata s'incocciava, tirando giù il resto del calendario: bisognava chiamar due perite che esaminassero la marca sfatta, o un ciabattino per lo stivaletto.
Ma la piemontese rifiutava le perite napoletane, la napoletana non le voleva dell'alta Italia, i mariti pigliavan le parti delle mogli, i testimoni e i curiosi tenevan ciascuno dalla sua provincia.
Erano contestazioni interminabili tra montanare testarde che ripetevano cento volte la stessa ragione con la medesima frase, e pianigiane linguacciute che vomitavano torrenti di parole.
Spesso anche non si capivan tra loro e bisognava nominare un interprete.
Altre volte si doveva ordinare una perquisizione delle robe.
Le accusate si mettevano a piangere, i bambini a frignare, i mariti a minacciarsi.
- Ci rivedremo a terra, canaglia! - Ti caccerò nelle caldaie della macchina io, pendaglio da forca! - Darò le tue budella ai pesci, nato d'un cane! - Una donna accusava l'altra di bazzicare coi marinai la notte, l'altra accusava lei d'andar a dormire coi signori di prima.
- Voi tutto il bastimento vi conosce! - E voi non vi lava neanche tutta l'acqua del mare! - Il povero Commissario si stillava il cervello per comprendere e per dare delle sentenze giuste; ma comunque giudicasse, gridavano sempre all'ingiustizia.
Se condannava una napoletana o una siciliana, queste dicevano: - Già, l'altra è dei paesi vostri.
- Se condannava una dei "paesi suoi" tutte le settentrionali strillavano.
- Si sa, quelle ci han sempre modo, e che modo! di farsi dar ragione.
- Ed era inutile che cercasse di persuaderle: - Ma sentite, ricordatevi: ieri ho pur dato ragione, perché l'aveva, a una delle vostre parti! - Niente: gliel'aveva data solo perché era una bella ragazza, o una donna sola, o perché perché: un secondo fine ci doveva essere.
E da una parte e dall'altra s'alzava un coro di mormoni: - Già, noi non siamo italiani.
- Non parliamo il genovese, noi.
- Si sa, ora sono quelli di laggiù che comandano.
- Era una cosa che faceva doppia pena, così lontano dalla patria, veder dar fuori in ogni litigio le antipatie di famiglia, sentire con che parole diabolicamente ingegnose si mordevano l'un con l'altro nell'amor proprio municipale, dissotterrando recriminazioni e rancori morti da tanto tempo fra noi, e soffiandovi dentro, pur troppo, per portarli redivivi in America.
E dopo ogni lite le due parti si separavano nemiche e gonfie di dispetti, che trasfondevano poi a prua nei loro compaesani dei due sessi; i quali a poco a poco s'andavano dividendo in due schiere, e si guardavano in cagnesco, e s'insultavano, scansandosi a vicenda, come per paura di essere impidocchiati, o affettando di abbottonarsi la giacchetta e di toccarsi in tasca quando si passavano accanto, come per salvare il portamonete o il fazzoletto.
Oh miseria! Il Commissario, per quanto fosse sollecito, non aveva tempo d'ascoltar le querele di tutti, e per quanto fosse paziente, doveva qualche volta piantarsi i denti nella seconda falange dell'indice.
La grossa bolognese, la cui alterigia montava con la temperatura, voleva far perquisire tutto il piroscafo perché le avevan portato via un pettine di tartaruga, e minacciava di far screditare la Società di navigazione da suo fratello giornalista, appena sbarcata in America.
La povera signora dal vestito di seta era disperata perché le avevan rubato una piccola spilla d'argento, un ricordo di sua sorella, diceva; ma non osava di ricorrere al Commissario per timore di qualche vendetta.
E c'eran delle donne che, non tanto per timore quanto per mostrare una diffidenza ingiuriosa alle vicine, dormivano con tutte le loro robe ammontate fra le braccia e fra le gambe, anche a rischio di provocare la calunnia coi falsi contorni dell'adulterio.
Una vera pazzia, insomma.
E ancora le quistioni che nascevan da furti veri o mentiti eran le meno difficili.
Il peggio era che l'irritazione aveva svegliato in tutti una delicatezza d'amor proprio straordinaria, che s'adombrava d'una mezza parola o d'un mezzo sorriso, tanto che ogni momento si presentava qualcuno al Commissario a lamentarsi d'una mancanza di rispetto, e il Commissariato si dovea convertire in una specie di tribunale per la casistica della dignità e della buona creanza.
Il marinaio gobbo diceva che non si potea più campare.
- Dixan che gh'è de ladre! (dicono che ci son delle ladre) - esclamava, poiché non parlava mai altro che delle donne; ma se non s'imbarcassero le ladre, non si farebbero nemmeno più le spese del carbone, che dio le sprofondi! - A come si mettevan le cose c'era da aspettarsi da un'ora all'altra qualche baruffa seria.
Già la sera innanzi, dopo il battesimo, due passeggiere s'eran fatte una cappelliera, alla muta, da signore ben educate, in un angolo oscuro del dormitorio.
E la sera del giorno dopo toccò di peggio al povero scrivanello.
Essendosi lasciato sfuggire una parola d'indignazione contro due emigranti che facevan degli atti osceni dietro alle spalle della genovese, provocando le risatacce di tutti, quelli gli misero le mani addosso, e stavano per conciarlo male, quando passò di là per caso il garibaldino, e lo liberò, che aveva già la cravatta in brindelli.
Tutti effetti del "focolare elettrico del globo".
E il Commissario seguitava a dirmi: - Ne vedrà di peggio.
Liberato lo scrivanello, il garibaldino salì sul castello centrale, di dove l'avevo visto, e mi passò accanto.
Avrei voluto chiedergli dei particolari; ma la sua faccia fredda e dura mi tenne in là, come sempre.
Mentre i primi giorni scambiava con me qualche parola, ora faceva appena un cenno di saluto, e qualche volta neppure un cenno.
Pareva che l'uggia crescente che metteva in ciascuno quella piccola società forzata del piroscafo, gli inasprisse l'avversione per i propri simili che già portava nel cuore.
Quanto più andava innanzi nella familiarità, sempre taciturna e rispettosa, colla signorina dalla croce nera, tanto più diventava solitario e chiuso, come se quella compagnia gentile rabbuiasse, invece di rasserenare, la sua filosofia.
Ora non parlava più con nessuno.
Passava delle ore a poppa, appoggiato al parapetto, a guardare la scia del Galileo, come un foglio scritto interminabile, che si svolgesse sotto i suoi occhi, narrando la storia del mondo.
E la sua selvatichezza sdegnosa aveva prodotto negli altri l'effetto solito: antipatia dapprima e ostentazione di altrettanto disprezzo; poi, quando la costanza della sua condotta mostrò ch'essa derivava da natura e non da proposito, un sentimento di rispetto e di timidezza, il quale si rivelava nella prontezza istantanea con cui lo sguardo dei passeggieri saliva su per gli alberi o fuggiva pel mare, quando egli, discorrendo con la signorina, girava gli occhi su di loro, per vedere se lo guardassero, e con che viso.
Sembrava anzi che fosse nata in tutti una certa simpatia per quell'orso orgoglioso, il quale non solo non faceva nulla per guadagnarsela, ma aveva l'aria di far tutto per suscitare il sentimento contrario.
Era perché la tristezza, quand'è congiunta alla bellezza e alla forza, seduce, come indizio d'un nobile disprezzo per le facili soddisfazioni che possono dar l'una e l'altra; oltre di che da tutta la persona di lui, e da quel lume profondo degli occhi, che vien diritto dall'anima, traspariva la virtù che è più ammirata e più temuta nel mondo, il coraggio.
Per me, quanto più mi scansava, e tanto più desideravo di conoscerlo.
Provavo per lui quel sentimento di benevolenza, nato dalla stima e dalla soggezione, che rende intollerabile la noncuranza di chi n'è l'oggetto, e che vi farebbe discendere ad un atto d'umiltà per superarla.
E questo sentimento si fa vivissimo a bordo, dove è ridestato ad ogni tratto dalla presenza continua della persona, e dove la indifferenza che essa ci dimostra può esser facilmente notata dagli altri, e svilirci nel concetto loro.
Lui assente, cercavo di persuadermi che l'animo suo e la sua vita non dovessero corrispondere al suo aspetto e alla mia immaginazione, e che, se l'avessi conosciuto addentro, egli non avrebbe fatto che aggiungere una delusione a quell'altre mille di cui è tessuta la storia delle nostre amicizie.
Ma quando lo vedevo, era inutile, avrei giurato che quell'uomo non aveva mai commesso un'azione ignobile, che disprezzava sinceramente ogni vanità umana e che anche allora avrebbe dato la vita, subito e senza un pensiero d'ambizione, per un'idea generosa.
Subivo la sua superiorità come una forza magnetica, e mentre ne sentivo un certo scontento e quasi un'umiliazione, mi pareva che avrei provato un sollievo a lasciarglielo intendere, e anche a confessarglielo chiaramente.
Ma il suo viso era una porta murata per tutti.
E pareva indifferente pure ai grandi spettacoli della natura.
Io non gli vidi passare nemmeno un lampo sul viso, quella sera, davanti al tramonto più splendido e più strano che si fosse visto dopo che eravamo entrati nella zona torrida.
Il cielo s'era rasserenato a oriente e a occidente, e il sole che stava per tuffarsi nel mare di bragia, enorme, come se si fosse ravvicinato alla terra di milioni di leghe, era attraversato nel mezzo da una striscia di nuvola sottilissima e nera, terminante di qua e di là al contorno del disco, in modo che il globo pareva spaccato in due emisferi paralleli, ma così nettamente e durevolmente, da dar l'illusione d'un prodigio.
E nello stesso tempo si stendevano per aria, a un'altezza smisurata, otto maravigliosi raggi d'una luce come velata, ma di colori vaghissimi, che passarono lentamente per varie sfumature, dal bianco al rosa, al verde-chiaro, e perdurarono dopo che il disco era sparito, coprendo un terzo quasi della vôlta del cielo, come un'immensa mano luminosa che volesse afferrare la terra.
Ma ci maravigliammo assai di più quando, a un cenno del comandante, voltandoci, vedemmo altri otto raggi sterminati dalla parte opposta, riflesso dei primi, meno luminosi, ma sfumati delle stesse tinte, che parevano l'albore d'un sole sconosciuto che sorgesse dalle acque, appena l'altro s'era nascosto.
E il mare luccicava di tutti i colori del cielo, che pareva vi galleggiassero miliardi di perle.
Quell'animale d'un avvocato, - egli solo, - non guardava nulla; anzi voltava le spalle al tramonto, e non alzava il viso verso il riflesso, come per far dispetto alla natura: per lui il sole che discendeva nel mare era un sole odioso, per riverbero della cattiva compagnia che frequentava.
In mezzo al silenzio ammirativo di tutti, egli si lamentava stizzosamente col Secondo della trascuranza cri-mi-no-sa delle società di navigazione, io che non si tenevano al corrente dei progressi dell'arte del salvataggio.
Ottanta su cento dei naufraghi, diceva, s'annegano, crepano, per colpa di chi li imbarca.
Perché le società non mettevano sui piroscafi il numero prescritto di salvavite? Perché non ci avevano che dieci lance, che bastavano appena a salvare un quarto dei passeggieri? Perché non esercitavano i marinai a costrurre in pochi minuti delle zattere di salvamento? Perché non avevano delle pompe Gwyn? Perché non adottavano il doppio ponte del capitano Hurst? Perché non si provvedevano di life-boats del Peake e di sgabelli nautici del Thompson? Eran loro, le società di navigazione, che affogavano migliaia di galantuomini, e che facevano crepar di fame gli inventori, accogliendo con una scrollata di spalle, deridendo, per avarizia, tutte le proposte di nuovi mezzi per salvare la pre-zio-sa vita dell'uomo!
Quel piccolo barbone spaurito avea una erudiziene sbarlorditoia nella materia, era un vero scienziato della spaghite.
L'agente di cambio, che sapeva tutto, mi manifestò un suo sospetto: che il pover uomo avesse nel camerino un apparecchio di salvataggio straordinario e voluminoso, parecchi forse, tenuti nascosti con gran cura in un cassone segreto, che nessun cameriere aveva mai visto aperto.
E diceva anzi che, essendo stato respinto bruscamente una mattina ch'era andato per fargli visita, sospettava che egli stesse provando in quel momento qualche spettacoloso vestiario di guttaperca.
- Sono gli armatori, - continuava intanto l'avvocato accalorandosi, - che ci mandano in pasto ai pesci-cani.
Il codice marittimo è una canzonatura.
Ci dovrebbe essere una legge applicata sul serio, che li mandasse a marcire in galera.
Il Secondo ribatteva, ed egli rincalzava con maggior calore, tanto che a poco a poco gli si aggrupparono intorno parecchi, per prendersi spasso di quella battisóffiola morbosa, che la notte calante aggravava.
Ma la conversazione fu troncata improvvisamente dal grido d'un passeggiero di terza, sul castello centrale: - Il mare in fuoco!
Tutti si voltarono verso il mare.
Il piroscafo correva in fatti in un mare acceso, facendo schizzare lungo i suoi fianchi zampilli di topazi e di diamanti e lasciando dietro di sé una striscia di fosforo liquido, una strada coperta d'oro bollente, che pareva uscisse dalla sua poppa, come da una miniera in combustione.
In alcuni punti era oro, in altri argento; lo spazio luminoso si stendeva a una grande distanza, digradando in una mite chiarezza bianca, che faceva pensare a quello che gli Olandesi chiamano mare di latte o di neve, veduto già da molti navigatori nel Pacifico, nel golfo di Bengala e nell'arcipelago delle Molucche.
Ma vicino a noi l'acqua ardeva e viveva, era una bellezza, un inseguirsi e un incrociarsi di fuochi fatui, un tremolìo infinito di stelle e di piccoli soli, che si avvicinavano al piroscafo e balzavano lontano, e s'alzavano e s'abbassavano, senza nascondersi, dando alle onde una trasparenza splendida, come d'un mare illuminato di sotto in su dagli astri favolosi di Plutone e di Proserpina, raggianti nell'interno del globo.
Si capiva bene allora come i naviganti antichi che vedevano per la prima volta quel mare risplendente ne avessero turbata la ragione.
Non se ne poteva staccare lo sguardo: abbagliava, attirava come se portasse a galla tutte le ricchezze dell'universo, metteva voglia di tuffarvi la mano per pigliare una pugnata di gemme, di cacciarvisi dentro per uscirne sfolgoranti come monarchi orientali.
Provavamo tutti il bisogno di trovare paragoni fantastici e di dire bizzarrie, sguazzando con l'immaginazione in quell'immensità di tesori ondeggianti, che ci scintillavano intorno come una tentazione e uno scherno.
E l'ammirazione crebbe ancora quando, dopo un'ora di quella vista, comparve un branco di delfini, che si misero a guizzare e a saltare in quel fuoco, accompagnando il piroscafo, come per unire la propria alla nostra allegrezza.
Allora fu un turbinìo di faville, una festa di spume e di spruzzi infiammati, una danza di costellazioni, una follia di splendori che fece prorompere i passeggieri di terza classe in grida acute, in strilli di gioia come una folla di ragazzi.
Il solo malcontento fu il marito della svizzera, che vedemmo comparire sul cassero brontolando, con la faccia rossa e indispettita.
Ma, dio buono, se l'era cercata.
Era andato sul castello centrale, in mezzo a un crocchio di contadini, a spiegare che quella fosforescenza delle acque era prodotta da una quantità di animaletti microscopici, chiamati con non so che nome dell'altro mondo, o in altri termini, che tutte quelle scintille erano bestie.
Questa volta, per verità, l'aveva sballata troppo grossa, ed era stata accolta con una clamorosa risata.
Ma già un nuovo spettacolo attirava l'attenzione di tutti.
Essendosi schiarito il cielo da ogni parte, si vedevano per la prima volta all'orizzonte le quattro bellissime stelle della croce del Sud, sconosciute
al settentrïonal vedovo sito,
scintillanti nella solitudine oscura dei così detti sacchi di carbone: i deserti del cielo australe.
Da un lato splendevano limpidamente l'alfa e la beta del Centauro, e dall'altro la costellazione del Naviglio, con lo stupendo sole Canópo.
Tutto il firmamento brillava terso e queto.
La stella polare era scomparsa.
L'OCEANO AZZURRO
Qui, al diciassettesimo giorno, trovo notato sulla carta del Berghaus che si doveva passare la famosa linea tirata da Alessandro VI per dividere il mondo tra il Portogallo e la Spagna; e accanto queste parole: - Bel tempo fuori e in casa.
- E difatti l'umore di quella moltitudine d'emigranti seguiva con fedeltà mirabile le variazioni del mare.
Come parlando con un personaggio potente, al quale domandiamo un favore, e che ci può nuocere, il nostro viso riflette inavvertitamente tutte le espressioni del suo, così i pensieri e i discorsi di tutta quella gente si facevan neri, gialli, grigi, azzurri, lucenti secondo che era il colore delle acque.
Esattissimo è il dire "la faccia del mare" poiché lo spianarsi e il corrugarsi della sua superficie, e le ombre che vi guizzano, e le tinte pallide o tetre che la coprono all'improvviso, rassomigliano in modo maraviglioso ai moti di una faccia umana, la quale rispecchi l'agitazione d'un animo mobilissimo e malfido.
Quanti mutamenti si succedevano in poche ore, sempre rimanendo buon tempo! L'oceano, che appariva vecchio e stanco, ringiovaniva in pochi minuti, corso da un fremito di vita che lo mutava tutto, e poi si racquetava, pensieroso, e s'annoiava, e s'addormiva, e poi su, si svegliava come per una scossa, inquieto, accigliato, come offeso da quel guscio di noce pien di formiche che gli passava sul corpo, e pareva che meditassero un brutto tiro: poi ricadeva in una indifferenza sprezzante, o perdonava e diceva: - Passate, passate, - sorridendo.
E mutava rapidamente con esso l'aspetto del piroscafo, come se quelle mille e seicento persone avessero avuto un solo sistema nervoso.
Alle dieci tutti sdraiati, silenziosi, con facce di gente che non avesse più nulla a sperare a questo mondo, davano al Galileo l'apparenza d'un lazzaretto natante: un'ora dopo, per effetto d'un soffio che spazzava l'orizzonte o d'un raggio che dorava la prua, tutti in piedi, tutti in moto, e un mormorio, un'allegrezza di festa, di cui essi medesimi erano stupiti.
E così cambiava man mano la loro disposizione d'animo verso di noi, e la maniera di accoglienza che ci facevano in casa loro.
La mattina occhiatacce, voltate di spalle e anche male parole fischiate rasente le orecchie: un'antipatia spiegata per i "signori".
La sera dello stesso giorno, invece, sguardi benigni, avvertimenti ai ragazzi che ci lasciassero passare, e anche parole amichevoli buttate così per aria, per attaccare discorso.
E anche in questo noi facevamo come loro.
Pensavamo spesso, guardandoli, con un bel sereno: - Povera e buona gente! Son nostri, infine.
Che cosa non si darebbe per vederli contenti! Come sarebbe bello essere amati da loro! - E in altri momenti, nell'afa del cielo chiuso: - Che razza di cani! Pensare che ci farebbero morir tutti perpendicolarmente, se potessero! E noi li andiamo a accarezzare, imbecilli.
Ma quel giorno il mare era azzurro, e a traverso al buon umore della popolazione di terza, come per una trasparenza morale, si potevano fare molte osservazioni psicologiche nuove.
Poiché bisogna notare: sotto la trama dei dispetti e degli odi se n'era ordita, in quei sedici giorni di viaggio, un'altra di simpatie, d'amori e di ripeschi, molto intricata, e assai più variopinta dell'altra.
Il Commissario sapeva tutto o quasi, per veduta propria e per quello che gli andavano a riportare, richieste o no, quindici o venti comari informate d'ogni braca, le quali esercitavano a prua lo stesso ufficio che la madre della pianista e l'agente di cambio facevano a poppa.
Ed era un divertimento impagabile il sentirgli sfilar la corona delle passioni, sul palco di comando, con gli occhi sulla folla, indicando via via i personaggi, con quella sua parlata lenta di giudice di pace, comicissimo dentro e grave fuori.
La prua tutta nera di gente ci si stendeva di sotto come un vasto palcoscenico scoperto, accarezzato in quel momento da una brezza morbida, che faceva sventolare i panni distesi a asciugare e svolazzar le cocche dei fazzoletti e i capelli sulle terapie alle donne.
Ed egli raccontava.
Gli amori eran molti, ed essendo costretti a rimanere la più parte, o sempre o quasi sempre, nei confini d'una castità rigorosa, s'erano venuti rinfiammando e inasprendo, si può dire, a veduta d'occhio, come non accade mai nelle città o nelle campagne.
Non c'era donna giovane, maritata o ragazza, che non avesse il suo o i suoi vagheggiatori, impudenti o prudenti, cotti più o meno, e sì e no corrisposti, alla coperta o alla palese.
La continenza, e quell'aver sempre l'oggetto lì sotto gli occhi, quasi a contatto, nel disordine del vestito della mattina, o nell'abbandono del sonno lungo il giorno, e nella nudità libera della maternità, aveva fatto nascere capricci e passioncelle vive anche per matrone rustiche semisecolari, che sul continente non sarebbero state degnate d'un pizzicotto.
Le giovani poi, se non eran facce da far paura, avevano addirittura dei cerchi di sospiranti; alcuni dei quali, dopo qualche tempo, si stancavano, e si voltavano a ciondolare intorno a un'altra bellezza, lasciando ad altri il posto vuoto; e così i gruppi si venivano mutando.
C'erano concupiscenze passeggiere e contemplazioni platoniche, che miravano, più che altro, a ingannare il tempo, e anche corteggiamenti burleschi, fatti per spassare i camerati.
Ma c'erano pure innamoramenti seri di maschi presi fino all'anima, d'un'audacia e d'una brutalità che sfidava la luce del sole e il regolamento di disciplina, ostinati e gelosi come arabi, che non volevano concorrenti d'attorno e minacciavano coltellate a destra e a sinistra.
Questi avevano tutti i loro posti fissi, di dove durante il giorno, quando non si poteva nulla tentare, covavano l'oggetto dei loro spasimi con occhi di sparvieri che fissan la preda, e ingiuriavano perfino coloro che, passando, intercettassero i loro sguardi.
Avevano preso fuoco perfin certe teste grigie, certi bifolchi cinquantenni dalla pelle di rinoceronte, nei quali si sarebbe detto che la scintillaccia non si dovesse accendere nemmeno per confricazione.
Uno di questi, un monferrino con un muso di cinghiale, era diventato addirittura canuto spettacolo per la contadina di Capracotta, il cui visetto tondo di madonna mal lavata, colorito dal riflesso del suo fazzoletto a rose vermiglie, faceva girar la cùccuma anche a vari altri, non ostante la presenza d'un lungo marito barbuto.
Le due coriste che andavano in giro dalla mattina alla sera, ridendo con tutti, strofinandosi a tutti, tastate da tutte le parti, pareva che si divertissero particolarmente a fuorviare i buoni mariti: le mogli le odiavano come la peste, e le apostrofavano senza complimenti, dietro le spalle e davanti, minacciando di ricorrere al Commissario, perché ripulisse la prua, ch'era una cosa che metteva schifo.
Ma non eran le sole: c'eran delle altre facce rotte di città che seducevano i padri di famiglia con un po' di farina sul muso e un po' di porcheria nel fazzoletto, e passavan davanti alle mogli costumate con un certo ghigno da schiaffi, dandosi l'aria di signore: un'infamia; che cosa ci stava a fare a Genova la questura? Ma l'avevano amara soprattutto con quello scimmione di negra dei brasiliani, che non veniva che all'ora dei pasti, e la sera, ma che aveva acceso un vero vulcano di passionacce: pareva impossibile, dicevano, con quella nappa rincagnata e quel fetore di caprone; e tutti dietro e intorno, come cani in fregola, a fiutare quel sudiciume, e lei ci sguazzava.
Già per essa due mariti erano andati a un pelo dal pigliarsi a pugni, e all'uno la moglie aveva fatto una scenata che s'era intesa fin dalla macchina, all'altro la sua aveva ammollato un sonoro manrovescio, ch'egli aveva puntualmente restituito, riserbandosi a pagare gl'interessi in America.
La grossa bolognese, almeno, serbava un certo decoro, voleva portare intatto nell'altro mondo, diceva il Commissario, il suo nome di ragaza unesta: si buccinava bensì che avesse il cuore ferito da un emigrante svizzero, e la sua condotta notturna era dubbiosa; ma di giorno, tra la gente, serbava una dignità d'arciduchessa, tanto più dignitosa, anzi, e più sprezzante, quanto più cresceva intorno a lei l'insolenza delle supposizioni facete intorno al mistero della sua inseparabile borsa.
C'erano poi molte altre che, anche nell'amore, davano buon esempio: ragazze morigerate, o almeno timide, che amoreggiavano decentemente con dei giovani per bene, i quali s'atteggiavano ad amici del cuore o ad amanti di seri propositi, e stavano tutto il giorno imbastiti alle loro gonnelle, in atteggiamento languido, ma rispettoso, sotto gli occhi dei parenti.
Ma, in generale, la galanteria aveva dei portamenti e parlava un linguaggio che doveva accelerare e raffinare in modo speciale l'educazione dei fanciulli, e delle molte ragazzine tra i dieci e i quattordici anni, ch'erano a bordo, e che in quel serra serra vedevano e sentivano tutto.
I più bassi istinti, domati nella vita ordinaria dalle fatiche, o dormenti nella quiete solitaria dei campi, s'erano risvegliati a poco a poco, come biscie, nel petto di tutta quella gente affollata e scioperata, ai calori tropicali, e quando l'oscurità della sera imbaldanziva i circospetti e toglieva ogni freno agli impronti, se ne intravvedevano e se ne sentivano di quelle da far arrossire dei corazzieri a cavallo.
Per la forma, s'intende, essendo pornografia a grossi bocconi; che, quanto alla sostanza, era la stessa che in molti salotti come si deve si distribuisce e si inghiotte a pillole d'oro, senza che nessuno si scandalizzi.
E poi...
che succedeva poi? Interrogato su questo punto, il Commissario s'arricciava il baffo destro, tentennando il capo.
Senza dubbio, il regolamento parlava chiaro, il comandante non transigeva, e il piccolo gobbo era incorruttibile; ma la prua era vasta, rischiarata poco, piena d'angoli bui e di ripari opportuni; e tra gli emigranti, più dell'invidia e della gelosia che li avrebbe spinti a disturbare, poteva il sentimento della solidarietà, fondato sul'hodie mihi cras tibi, che gl'induceva a proteggere.
Oltre di che, durante la notte, il gobbo non era sempre lì sulla scala del dormitorio a fare la guardia, e spesso s'addormentava; e allora era una baldoria di contrabbandi, una tarantella di peccati mortali, che, se la vedevan le stelle della Croce, spettatrici degli amori all'aria aperta degl'Indiani, dovevan proprio dire che tutti gli uomini son fratelli.
Nelle notti senza luna e senza stelle, in special modo, e quando il caldo era forte, non sarebbe bastato un battaglione di gobbi.
Giusto, il mio buon scrignuto passò mentre parlavamo di lui, con una boccetta d'olio in una mano, e seguendo forse un suo corso di pensieri, mi disse: - Scià sente: l'è pezo una bionda che sette brunne.
- (È peggio una bionda che sette brune).
Poi, raccoltosi un momento, e alzando l'indice, soggiunse: - Se e' porcate pesassan saiescimo zà a fondo da sezze giorni.
(Se le porcherie pesassero, saremmo già a fondo da sedici giorni).
E aoà cöse gh'è? (E ora cosa c'è?)
Erano i ragazzi di prua che battevan le mani a una manovra con cui s'alzavano le vele di gabbia, di parochetto e di contromezzana, in modo che il piroscafo si ritrovava con tutte le sue grandi ali spiegate, e filava sul mare azzurro nella piena maestà della sua bellezza.
Nello stesso momento, come per fargli festa, uno stormo d'uccelli acquatici del Brasile venne a far tre giri intorno agli alberetti della gabbie, e poi sparve.
Non m'era mai parso così bello il Galileo.
Largo e poderoso; ma le curve agili dei suoi fianchi e la grande lunghezza gli davan la grazia d'una gondola smisurata.
I suoi alberi altissimi, congiunti come da una trama di cordami, parevano fusti di gigantesche palme diramate, legate da liane senza foglie, e le ampie bocche purpuree delle trombe a vento rendevan l'immagine di colossali calici di fiori, attirati dall'America invece che dal sole.
I fianchi neri di catrame e severi, la coperta irta di ordigni di ferro e sorvolata da nuvoli di fumo oscuro; ma questo aspetto rude di vasta officina, rallegrato dalle lance azzurrine librate sui parapetti, dalle alte maniche a vento candide e gonfie, dai ponti mobili spiccanti nel cielo, da cento luccichii di metalli, di legni, di vetri, da mille oggetti e forme diverse e bizzarre, che rappresentavano ciascuna una comodità, un'eleganza, una difesa, un'industria, una forza.
E il rumorìo della macchina, i colpi profondi del propulsore, le piattonate dell'elice, il cigolìo delle catene del timone, il sibilo del solcometro, il fremito delle griselle, il tintinnìo dei cristalli sospesi, formano una musica diffusa e strana, che accarezza l'orecchio ed entra nell'anima come un linguaggio misterioso di gente sparpagliata e invisibile, che a bassa voce s'inciti a vicenda al lavoro e alla lotta.
La poppa sussulta sotto i nostri piedi come la carcassa d'un corpo vivo; il colosso ha guizzi improvvisi, dei quali non si comprende la causa, e che paion tremiti di febbre, scatti bruschi e senza grazia, che paiono atti di dispetto, e mosse replicate di prua, che sembran gli scotimenti d'una enorme testa che pensi; e fila altre volte per lunghi tratti così fermo e pari sul mare agitato, che una palla d'avorio non si moverebbe sulle sue tavole, e pare che non lambisca le onde.
E va senza posa, nella nebbia, nelle tenebre, contro il vento, contro l'onda, con un popolo sul dorso, con cinquemila tonnellate nel ventre, dall'uno all'altro mondo, guidato infallibilmente da una piccola spranghetta d'acciaio che può servire a tagliare i fogli d'un libro, e da un uomo che fa girare una ruota di legno con un leggero sforzo delle mani.
Noi ricorriamo col pensiero la storia della navigazione, e risalendo dal tronco d'albero alla zattera, dalla piroga alla barca a remi, e su su per tutte le forme della nave ingrandite e fortificate dai secoli, ci fermiamo dinanzi a quella forma ultima per raffrontarla alla prima, e il cuore ci si gonfia d'ammirazione, e ci domandiamo quale altra opera meccanica più maravigliosa abbia compiuto la razza umana.
Più maravigliosa dell'oceano che essa rompe e divora, e alla cui minaccia continua risponde collo strepito infaticato dei suoi congegni: - Tu sei immenso, ma sei un bruto; io son piccolo, ma sono un genio; tu separi i mondi, ma io li lego, tu mi circondi, ma io passo, tu sei strapotente, ma io so.
Ah! povero orgoglio umano! Mentre ero su quei pensieri, corse un brivido da poppa a prua, e cento voci inquiete, mille visi paurosi s'interrogarono a vicenda.
Il piroscafo stava per fermarsi.
Molti s'affollarono ai parapetti, a guardar giù, senza saper che cosa; altri corsero dal comandante; qualche signora si preparava a svenire.
Il piroscafo si fermò.
È impossibile esprimere l'impressione sinistra che produsse quella quiete improvvisa, e che triste figura di povero balocco spezzato fece tutt'a un tratto quell'enorme bastimento immobile e silenzioso in mezzo all'oceano! Come svanì subito la fiducia nelle sue forze e nella potenza dell'uomo! E nello stesso punto si rivelò la malvagità umana che gode del terrore e delle angosce altrui: dei passeggieri spargevan la voce che stesse per scoppiare una caldaia, che si fosse rotta la chiglia e che entrasse l'acqua nella stiva.
S'udirono grida di donne.
I fuochisti che, terminato il loro turno, risalivano in coperta col torso nudo e nero, furono circondati, incalzati di domande affannose.
Gli ufficiali andavano di qua e di là dicendo parole che il mormorìo della folla non lasciava intendere.
Finalmente si diffuse a prua e a poppa una notizia rassicurante: - non era nulla: il riscaldamento d'un cuscinetto dell'asse del motore; si stava riparando; fra un'ora si sarebbe ripartiti.
- Tutti respirarono; alcuni, che pure s'eran fatti pallidi, scrollaron le spalle, dicendo che avevano indovinato alla prima; ma la maggior parte rimasero sopra pensiero, come accade quando s'è sentito una puntura o un battito irregolare del cuore.
Quella macchina, di cui nessuno parlava prima, diventò allora il soggetto di cento discorsi, tutti pieni di una sollecitudine e di un rispetto fanciullesco, che faceva sorridere.
Perché, insomma, essa era il cuore del piroscafo, è vero? Il Comando è il cervello, e se il cervello si guasta, si può vivere ancora; ma se il cuore s'arresta, tutto è finito.
E come si chiamava il macchinista? Aveva l'aria d'un uomo di intelligenza e d'esperienza.
Non parlava mai.
Doveva aver molto studiato.
Avrebbe saputo cavarci d'impaccio.
Tutti ne facevan le lodi, senza conoscerlo.
Solamente il mugnaio scrollava il capo, con un sorriso di pietà, portando a spasso pel cassero la sua pancia vanitosa.
Macchinisti italiani! Egli si aspettava di peggio.
Americani o inglesi avevano ad essere.
Ma la pitoccheria nazionale non ne voleva sapere.
- Faltan patacones! - gli rispondeva il prete.
(Mancan gli scudi.) Ma a capo a mezz'ora le conversazioni languivano, quell'ora benedetta non passava mai, le inquietudini rinascevano.
- Ma che ci voglia tanto, perdio, a far raffreddare un cuscinetto! - esclamava più d'uno che non sapeva neppure che cosa fosse.
- È una vergogna! Ma che cosa stillano là sotto? Chi ha mai visto dei buoni a nulla...
Ah! finalmente! La macchina da segno di vita, l'elice si scuote, il mare gorgoglia: sia ringraziato il cielo! Si va.
Eppure ciò che mi fece più senso in quell'avvenimento nuovo per me fu lo sguardo che si scambiarono due persone: tanto è vero che lo spettacolo più attraente per l'uomo è sempre quello dell'anima umana.
Proprio nel momento che, non conoscendosi ancora la causa della fermata improvvisa, si poteva temere un pericolo grave, e tutti lo temettero, trovandomi io sulla piazzetta, vidi il mio vicino di dormitorio voltarsi a guardar sua moglie, che stava su, appoggiata al parapetto del cassero, e questa, come se avesse preveduto quell'atto, fissar lui.
Fu uno di quegli sguardi che rivelano l'anima come un raggio esaminato allo spettroscopio dimostra la natura chimica della fiamma che lo vibra.
Non era né d'ansietà né di paura, e neppure di curiosità dubitosa; ma uno sguardo freddo e tranquillo, il quale esprimeva la profonda certezza che avevan tutti e due dell'indifferenza assoluta dell'un per l'altro, anche davanti a quel pericolo sconosciuto da cui poteva uscire la morte.
S'erano detti a vicenda con gli occhi: - Io so che non t'importerebbe nulla di perdermi, tu sai che perderei te con lo stesso cuore.
- Dopo di che la signora si staccò dal parapetto, e il marito guardò altrove.
Questo sarebbe stato il loro addio, se una disgrazia li avesse divisi per sempre.
Ma che cosa era accaduto tra loro perché nello stesso tempo s'odiassero a quel segno e rimanessero uniti? Sempre mi ritornava alla mente, a mio malgrado, questa domanda.
E pensai che ci dovessero essere dei figliuoli di mezzo, che li costringessero a stare insieme; o un figlio unico, che in casi simili è un legame più forte che parecchi.
Nessuno a bordo li conosceva.
Quel continuo sorriso forzato, e quasi tremante, di lei, ispirava a tutti una certa ripugnanza, benché essa, indovinando quel sentimento, si sforzasse di vincerlo, cercando di dare al suo viso e alla sua voce un'espressione di bontà e di tristezza, come se fosse addolorata, ma rassegnata ai falsi giudizi.
Egli parlava con pochissimi.
Pareva impacciato con la gente, come tutti quelli che sanno che la loro infelicità è manifesta, e si vergognano o si sentono offesi della pietà che essa ispira.
S'indovinava peraltro da certe espressioni rapide dei suoi occhi e della sua bocca, ch'egli doveva essere stato altre volte d'animo aperto e incline all'amicizie gaie, e buono fors'anche; ma che tutte le molle della sua natura s'erano spezzate o allentate l'una dopo l'altra in una lunga lotta contro un avversario più forte e più tenace di lui.
Era facile accorgersi, in fatti, che egli temeva sua moglie, ma che questa non temeva lui.
Si capiva dallo sguardo di sospetto che egli volgeva intorno quando scambiava qualche parola con la signora argentina o con la brasiliana; davanti alle quali stava in quell'atteggiamento di rispetto amorevole e triste che suol tenere con le mogli degli altri chi è infelice con la propria, e vede in ognuna di quelle l'immagine d'una felicità, o almeno d'una vita tollerabile, che a lui non è concessa.
E faceva tanto più pena quella timidità di fanciullo martoriato in quell'uomo alto e complesso, a cui rimaneva ancora nei lineamenti una certa bellezza virile.
A guardarlo da vicino, gli si vedeva quel tremito frequente dei muscoli delle labbra, che distingue gli uomini abituati a comprimere la collera, e quel modo di fissar gli occhi nel vuoto, senza sguardo e per lungo tempo, che è proprio delle tristezze che vagheggiano il suicidio.
E non mostrava mai la noia e l'impazienza degli altri passeggieri: egli pareva indifferente al tempo come i prigionieri condannati a vita.
Io non mi sarei maravigliato affatto se avessi inteso dire da un momento all'altro ch'egli s'era gittato tra le ruote della macchina.
Forse, a casa sua, avrà avuto la distrazione del lavoro o del movimento, qualche amico, o un vizio con cui cercava di stordirsi: per qualche ora, almeno, non avrà veduto sua moglie.
Ma là, su quei quattro palmi di tavolato, esser costretto a vederla e a toccarla di continuo, a odiarla e a esser odiato sotto gli occhi di tutti, e a respirare l'alito suo in una segreta senza luce e senz'aria, era insieme il supplizio della reclusione, della berlina e della galera.
E non un'anima umana con cui sollevarsi! Perché a nessuno egli aveva fatto ancora la minima confidenza, che si sarebbe risaputo, essendo smaniosi tutti di penetrare il loro segreto.
E neppur essa parlava.
Erano due tombe chiuse, in ciascuna delle quali si dibatteva un mostro sepolto vivo, senza chiedere aiuto né pietà.
Quella notte, però, io credetti d'essere sul punto di scoprire il mistero.
La brezza era quasi cessata, e il mare dormiva, in modo che la sera tardi quando scendemmo per coricarci, scorrendo il piroscafo senza scosse e senza scricchiolio, si sentivano tutti i più leggieri rumori da un camerino all'altro, come in quei pericolosi alberghi a tramezzi di legno di certe piccole città del Reno, nei quali le Guide raccomandano di "essere discreti".
Quando entrai nel mio camerino, sentii la voce soffocata della signora che parlava rapidamente, con un tuono aspro e monotono, come se facesse una lunga recriminazione, riandando il passato, ricordando fatti e persone; e la voce del marito rispondeva basso, a intervalli, con rassegnazione: - Non è vero, non è vero, non è vero.
Ma incalzando sempre più e inasprendosi l'accusa, le denegazioni di lui pure s'andavano inasprendo e precipitando.
L'infelice, impotente a lottare, e neppur più curante oramai di serbare nelle dispute la dignità d'uomo, era ridotto alla misera difesa della femminetta che ripete per un'ora la stessa parola, per paura che il silenzio assoluto non le tiri addosso di peggio.
Ma tutt'a un tratto si riscosse, e mise fuori un'onda di parole incomprensibili, furibonde, oltraggianti, disperate, troncate da un gemito di cane arrabbiato, che mi fece fremere...
S'era addentato le mani.
Essa rise.
Stetti un momento in ascolto, aspettando il rumore d'una ceffata o il rantolo di lei afferrata alla gola.
E intesi invece daccapo la voce di lui, ma umile e supplichevole, che pronunciò più volte un nome, "Attilio", la voce di un uomo che si confessa vinto, che domanda grazia, che consente a tutto; purché una cosa sola gli sia concessa.
Attilio doveva essere un figliuolo, e suo padre uno di quegli uomini, spesso anche fortissimi di tempra, che l'affetto paterno rende pusillanimi, e tien curvi, con le braccia incatenate, sotto al flagello della donna che li può ferire a morte in quell'unico affetto.
Non mi parea possibile che a quella supplicazione miseranda non rispondesse la voce della moglie impietosita, e tesi l'orecchio...
Non udii risposta.
Scricchiolarono le assicelle d'una cuccetta: la signora si era coricata, senza rispondere.
Allora sentii come il rumore d'una mano che frugasse violentemente dentro a una valigia, e mi passò pel capo che egli cercasse una rivoltella.
Ma lei continuava a tacere.
Quel disgraziato non aveva neppure più il conforto d'essere creduto capace d'un atto di disperazione.
Mentre stavo ansioso, aspettando il colpo, s'affacciò un uomo al mio camerino, e al chiarore incerto del lume a bilico riconobbi l'agente.
Non intesi bene le sue prime parole perché badavo al mio vicino: ma nessuno scoppio s'udì: gli era mancato forse il coraggio, come altre volte: intesi invece il rumor d'un corpo che si lascia cadere, come spossato, e il colpo d'una mano sopra la fronte.
L'agente non s'avvide di nulla.
Aveva ben altro pel capo.
Veniva a sfogare la sua stizza con me.
Il suo camerino era diventato inabitabile...
da un uomo.
Egli aveva infilato un pastrano, e da mezz'ora girava in pantofole per i corridoi, aspettando che i suoi due vicini s'addormentassero.
- La grammatica spagnuola, - dissi.
Per l'appunto, la grammatica spagnuola; non era altro; ma battevano troppo spesso sul paragrafo delle interiezioni.
Gl'importava assai che quello stucchino di Lucca della signora terminasse con dire l'Ave Maria.
Il peggio era che mentre i primi giorni i suoi colpi di tosse e le sue gomitate contro al tramezzo gli intimidivano, ora ci avevano fatto l'orecchio, e se ne infischiavano.
Facevano delle vere orgette da "gabinetto particolare", rosicchiavan dei dolci portati via da tavola, sorbivan del rosolio: gli pareva perfino che facessero dei giochi di ginnastica da camera, con salti e rotoloni; un monte di monellerie che non si sarebbero immaginate mai a vederli di sopra, con quella timidezza bugiarda di santerelli.
Il giorno dopo si sarebbe vendicato; li voleva perseguitare da poppa a prua come un aguzzino, senza lasciarli rifiatare un minuto, e farli diventar pavonazzi a ogni boccone, alla mensa.
Che facce! Nulla di più insopportabile del settimo sacramento a bordo, quand'era fresco.
Intanto gli toccava di galoppare.
Ma non aveva perso il suo tempo.
Uscendo dal camerino aveva visto sparire in fondo al corridoio traversale un fantasma bianco, e riconosciuto la signora svizzera; ma non gli era riuscito di scoprire dove si fosse rimbucata, non essendo possibile dall'argentino dell'occhialetto, perché gli argentini s'eran tutti raccolti nel camerino del gaucho, di dove usciva un tintinnìo di calici, né dal toscano, che da due sere andava a prua, dove pareva che avesse un rigiro.
Sospettava del discendente degli Incas; ma aveva bisogno d'accertarsi.
Quanto al professore, credeva che fosse sul cassero, ad aspettare una pioggia di stelle cadenti: quando la signora voleva sbrigarsene si lagnava del caldo, diceva che in due nel camerino si soffocava, e allora lui andava su a studiare le costellazioni.
Certo che quel tegamaccio della cameriera genovese, che la notte stava sempre di guardia al crocicchio dei corridoi, non ci doveva star soltanto per sorvegliare il suo Ruy Blas, ma anche per proteggere le scappate di lei, che altrimenti non sarebbe stato credibile che le passasse sui piedi con tanta disinvoltura.
Gli era anche parso di veder trasvolare nell'ombra la negra, e s'era fissato in testa che il marsigliese avesse iniziato un corso di studi sulla razza etiopica.
E anche la cameriera veneta gli era parso che quella sera girasse per i corridoi con un becco concupiscevole, che gli destava dei sospetti.
Insomma, era una notte agitata, nessuno dormiva, ci sarebbe stato molto materiale per la piccola cronaca del giorno seguente.
Già aveva veduto mettere il viso all'uscio due o tre volte la madre della pianista, spiando intorno con una curiosità fiammeggiante.
E a proposito: egli seguitava a tener d'occhio la figliuola, a cui brillava il viso di tanto in tanto, quando qualcuno passava; ma chi fosse questo qualcuno non aveva ancora potuto scoprire, perché sempre, quando aveva visto una di quelle illuminazioni istantanee, eran passati parecchi, e la giovane volpe era così pronta a raccogliere lo sguardo, che non gli era riuscito mai di coglierne la direzione.
Oh! una passioncella senza conseguenze, un foco occulto: era tenuta a catena: tutto sarebbe finito in una lettera e in un colpo di forbici...
Ma qualche cosa c'era, e avrebbe indagato ancora.
E non avevo inteso la novità? Avevano mandato in fretta a chiamare il prete napoletano, che era uscito a passi di dromedario, infilzandosi il tonacene: qualcheduno doveva star male a prua.
- Basta, - concluse, - vado su in riposteria a bere un bicchiere di birra, e poi rivengo giù a vedere se si son quetati: accidenti! Buona notte.
Fu una pessima notte.
Eran vicine le dodici, e la maggior parte vegliavano ancora.
L'afa opprimeva tutti.
E per giunta pareva che quella notte il dormitorio si fosse mutato in una enorme cassa armonica, in cui ogni sospiro diventava sonoro, e si sentiva da un capo all'altro dei corridoi.
Nel camerino dietro al mio russava il mugnaio, che ogni tanto cambiava di posizione, mettendo un gemito, e sclamando: - Ah! povra Italia! - che doveva essere il suo intercalare.
Di quando in quando mi giungevano all'orecchio affievoliti i colpi di tosse della signorina di Mestre, che dormiva dall'altro lato del piroscafo.
Il bimbo più piccolo della brasiliana, malaticcio, piangeva, e sentivo la cantilena sommessa e triste della negra, una specie di singulto d'upupa, che mi faceva passare per la fantasia i canti lamentevoli degli schiavi d'Africa sepolti nelle stive dei velieri immobili, sotto il sole dell'equatore.
Di fronte a me, chiacchieravano senza un riguardo al mondo l'avvocato e il tenore, e intesi che parlavan della Grecia.
Udii esclamare: - Giorgio Byron! - Poi l'avvocato che diceva: - Dunque lei non tien conto delle forze del panslavismo? - Ah! - rispose il tenore, - non mi parli del panslavismo.
Per sua regola, non venga mai a par-la-re-a-me del panslavismo! - Sentii dei frammenti di conversazione del prete napoletano col chileno, che dovevan esser ritti in mutande, ciascuno sull'uscio del suo camerino: - Cuando se produce un movimiento de baja en el precio del oro sellado...
- Finalmente tutti tacquero.
Ma quando non s'è preso sonno subito, in quelle notti afose, dentro a quelle stie di camerini, non c'è più da sperare altro che uno stato di dormiveglia affannoso, nel quale il senso della vista e dell'udito rimangon come velati, ma non sopiti, e il sogno, se si può chiamar sogno ancora, piglia un andamento ad altalena vertiginoso, trasportandoci senza posa dal mare a casa nostra, e di qui sul mare, e poi daccapo a casa, con una lucidità di visione e una brutalità di disinganni che è un supplizio.
E quante volte poi, a casa, anche anni dopo, si rifanno quei sogni medesimi, come se fossero rimasti stampati indelebilmente nel cervello, al pari di cose reali, distintissimi dagli altri innumerevoli della vita, quasi che fossero impressioni d'un'altra vita! E ricordo il rumor dell'acqua che batteva contro il fianco del bastimento, a pochi centimetri dal mio capo, e che in quel silenzio dello scafo si sentiva più netto che mai: un bisbiglio continuo ed eguale per lunghi tratti, il quale rompeva in parole più alte, in risa rattenute, in sibili sottili, e si smorzava in fruscii leggerissimi, e poi, páffete! uno schiaffo rabbioso, e poi un'altra volta un mormorìo di preghiera, come se il mostro chiedesse di entrare, promettendo che non farebbe male a nessuno, giurando che era mite e innocente.
Ah! l'ipocrita! E senza tregua, egli striscia, raspa, lecca, picchia, cerca una fessura, si stizzisce di trovar chiuso e saldo, e si lamenta, si maraviglia che si diffidi di lui, e riperduta la pazienza ad un tratto, torna a schernire, a minacciare, a pestar la porta come un padrone sdegnato.
E a quella parlantina infaticabile s'uniscon dentro ogni sorta di rumori sospetti: l'anello dell'uscio, la bottiglia dell'acqua, il lume sospeso: a momenti giurereste che c'è un altro che dorme accanto a voi, che una persona gira nel vostro camerino e fruga nelle vostre valigie.
E vi riscotete all'improvviso: una persona è entrata veramente e si avvicina.
È il cameriere, che viene a vedere se è chiuso il finestrino, e che, dato uno sguardo, scompare.
E allora sentite altri rumori sopra coperta, passi precipitosi come di gente che accorra a un pericolo, strepiti incomprensibili, che nella quiete della notte paiono enormi, e fan sospettare un disastro: udite dei passeggieri che escon dal camerino, salgono a vedere, e ridiscendono.
Nulla: eran due marinai che tiravano una corda.
Richiudete gli occhi, ricominciate a sognare, vi risvegliate di sobbalzo a un rumore assordante e terribile: questa volta qualche cosa è accaduto! è seguito uno scoppio! s'è fracassata la poppa! Niente, un piovasco.
Ah! finalmente si potrà dormire.
Ma a traverso al finestrino appare un leggiero chiarore cinereo.
Spunta l'alba.
Maledizione! Ancora cinque giorni.
IL MORTO
Ancora cinque giorni! Era l'esclamazione di tutti quella mattina, e parevan più lunghi i cinque giorni che restavano dei diciassette ch'eran passati.
Perché è da osservare che, in virtù di non so che legge d'inerzia psichica, il lento accrescersi del tedio e della stanchezza generale proseguiva, latente, anche negli intervalli di tempo sereno e di buon umore; cessati i quali, ciascuno si risentiva l'odioso carico aggravato a proporzione del tempo trascorso, senza il più piccolo ammanco di peso, come se si fosse sempre seccato.
E quel diciottesimo giorno prometteva male.
Delle nuvole nere e grigie facevano una volta schiacciata sopra il mare, il quale in una parte aveva color d'olio sbattuto, in un'altra pareva di cenere immollata, e qua e là, d'un bitume nerastro, che gonfiava e risedeva, come la pegola della bolgia dei barattieri.
A prua e a poppa si fermavano molti capannelli e circolava una notizia: nella notte era morto il vecchio contadino piemontese, malato di polmonite: l'atto di morte era stato steso e firmato da due testimoni, la mattina all'alba, nella camera nautica, dopo la verificazione dovuta del medico.
Quell'avvenimento, benché si sapesse che in quei lunghi viaggi, fra tanta gente, non era raro, destava una tristezza inquieta, come se fosse una minaccia per tutti.
Il medico fu fermato sulla "piazzetta" dalle signore, che volevan sapere, e con la sua faccia placida di Nicotera ammansito, raccontò.
Era stata una scena dolorosa.
Il vecchio, prima di morire, aveva voluto rivedere la signorina di Mestre, per rimetterle i suoi pochi soldi e le carte, che le facesse recapitare al suo figliolo.
Ma aveva avuto un'agonia disperata.
Il prete non era riuscito a fargli accettar la morte con rassegnazione.
Negli sguardi che girava sugli astanti, e intorno, su quello strano ospedale, si vedeva un'angoscia immensa, uno sgomento di fanciullo di dover morire là, in mezzo all'oceano, e di non aver sepoltura; e si afferrava con tutt'e due le mani al braccio della signorina, non dicendo più che: - Oh me fieul! Oh me pover fieul! - e scotendo il capo in atto di desolazione infinita.
Morto, era rimasto col viso contratto in un'espressione di spavento, e ancora inondato di lagrime.
La signorina, l'avevan dovuta quasi portare in coperta, e a stento s'era potuta trascinare fino a poppa.
Andai a prua.
V'era l'agitazione che si vede la mattina in una piazza, dove sia stato commesso un delitto la notte: un aggrupparsi e un chiacchierar fitto e sommesso di donne, che mostravan sotto la maschera della tristezza il piacere d'aver un fatto straordinario da commentare, e quello che si prova sempre all'annunzio d'una morte: un sentimento più acuto e gradevole della vita.
Discorrevano della sepoltura: quando si sarebbe fatta, in che modo; da che parte l'avrebbero gettato fuori, e se coi piedi avanti o con la testa.
E facevano le supposizioni più strambe: che sarebbe stato buttato giù nudo, con una palla da cannone legata al collo; che l'avrebbero abbandonato al mare chiuso in una cassa incatramata, per preservarlo dai pesci, com'era prescritto dalla legge.
Alcune dicevano che s'eran già visti avvicinarsi al bastimento dei pescicani, attirati dall'odor del cadavere; e parecchie guardavano in mare, per vedere.
Molta gente s'accalcava alla porta dell'infermeria, per scendere a visitare il morto; ma un marinaio, messo là di guardia, impediva il passo.
Intanto sul castello di prua, in mezzo al cerchio solito, il vecchio dal gabbano verde faceva un'orazione imprecatoria, agitando l'indice in alto: - Uno di meno! Andiamo avanti.
La carne dei poveri si butta ai pesci.
Quello lì, per esempio, era già condannato dal primo giorno.
Sfido io, non lo nutrivano! - Diceva che invece di un buon brodo gli mandavano della lavatura di piatti e che l'avevan lasciato morire senza un cuscino sotto il capo.
E si riseppe la sera dai soffioni ch'egli insinuava anche il sospetto che non fosse quello il primo morto durante il viaggio; ma che gli altri li avessero saputi tener nascosti, e poi scaricati in mare nel cuore della notte, dal cassero di poppa.
- Ma ha da venire - disse a voce alta il giorno del giudizio! - E lui e i suoi uditori mi fulminarono delle occhiate, che mi fecero rinunziare a sentir altro.
Andai a chiedere notizie del piccolo Galileo.
Trovai sull'uscio del camerino di seconda il padre, seduto sopra una valigia, con uno dei gemelli fra le ginocchia, e la pipa in bocca - El fantolin sta ben -, mi disse, con la sua solita faccia ridente.
E poi, strizzando gli occhi verso il vecchio del castello di prua, di cui arrivava la voce fin là, mi disse a bassa voce: - Ghe xè dele teste calde.
Poi soggiunse: - Per mi, dal momento che se va sul mondo novo, cossa ne importa a deventar mati perché va mal le façende nel mondo vecio?
Questa domanda era come una tastata ch'egli mi dava per vedere s'io fossi un signore intrattabile, o uno di quelli con cui si può ragionare.
Ma senza ch'io rispondessi altro che un cenno del capo, mi parve che il mio viso gl'ispirasse fiducia, perché, facendo un salto, disse francamente:
Per conto mio de mi, mi scusi, un torto che hanno i signori è di sparpagnar tante fandonie sull'America, e che muoion tutti di fame, e che tornan più disparai di prima, e che c'è la peste, e che i governi di là son tutti spotiçi traditori, e cussì via.
Cosa succede allora? Succede che quando poi arriva una lettera d'uno di laggiù che fa saper che sta bene e che el fa bessi allora non si crede più niente di quello che i siori dicono, neanche quello che è vero, e sospettano che sia tutto un inganno, e che anzi sia vero tutto il contrario, e i parte a mile a la volta.
Gli dissi che aveva ragione e che se non si fosse detto altro che la verità, forse ne sarebbero partiti meno.
- E voi andate con buona speranza? - domandai.
- Mi? rispose.
- Mi razono in sta maniera.
Di peggio di come stavo non mi può capitare.
Tutt'al più mi toccherà di patir la fame laggiù come la pativo a casa.
Dighio ben?
Poi ricaricando la pipa, continuò:
- I ga un bel dir: No emigré, no emigré.
Mi faceva ridar il cavalier Careti (chi sarà stato questo cavalier Careti?): voi fate male, voi fate male.
Mi diceva che ogni emigrante che parte porta via al paese un capitale di quattrocento franchi.
Tu vai a consumare e a produr di fuori, tu fai un danno al tuo paese.
Cossa ghe par a lù de sta maniera de razonar, la me diga? Mi diceva anche che avevo torto di lamentarmi delle tasse perché più le tasse son forti, tanto più il contadino lavora, e così tanto più produce.
Piavolae, la me scusa, digo mi.
Io non so niente di queste cose, gli rispondevo.
Mi so che me copo a lavorar, e che no cavo gnanca da viver, mi e mia muger.
Mi emigro per magnar.
Lù me consegiava de spetar, che i gh'avaria bonificà la Sardegna e la marema, e messo a man a l'agro romano, che i gavaria verto i forni conomiçi e le banche, e che el governo gera a drio a megiorar l'agricoltura.
Ma se intanto mi no magno! Oh crose de din e de dia! Come se ga da far a spetar co' no se magna?
Incoraggiato dal mio consenso, allargò il campo del discorso, e cominciò a metter fuori quelle idee generali, che ogni uomo del popolo d'oggi ha più o meno confuse nel capo, intorno alle cause del malo andamento delle cose: si spende tutto a mantener soldati, milioni a mucchi in cannoni e in bastimenti, e quindi zo tasse e alla povera gente nessuno ci pensa: le cose solite; ma che non paiono mai tanto vere e tristi come quando si senton dire da uno, che ne esperimenta gli effetti nella miseria propria, e a cui nessuna consolazione si può dare, neppur di parole.
E giusto io pensavo, mentre egli mi diceva che dopo una giornata di fatiche non trovava sulla tavola che una zuppa di brodo di cipolle, e che notte si svegliava per l'appetito, ma non si aresegava a mangiare per non scemare il pane ai figliuoli, che già l'avevano scarso, pensavo a che cosa m'avrebbero servito tutte le alte ragioni, che mi s'affacciavano alla mente, di necessità storiche, di sacrifizio del presente all'avvenire e di dignità nazionale.
La società, che in nome di queste cose gli chiedeva tanti sacrifizi, non gli aveva neppure insegnato a comprenderle, e mi sarebbe parso, dicendogliele, d'insultare la sua miseria.
E lo stavo a sentire con quell'aspetto quasi vergognato col quale tutti oramai ascoltiamo le querele delle classi povere, compresi del sentimento d'una grande ingiustizia, alla quale non troviamo riparo nemmeno nell'immaginazione, ma di cui tutti, vagamente, ci sentiamo rimorder la coscienza, come d'una colpa ereditata.
- Ah no! - disse scrollando il capo.
- Come che xè el mondo adesso, la xè una roba che no pol durar.
La ghe va massa mal a tropa zente - E mi parlò delle miserie che si vedeva intorno, delle storie compassionevoli che sentiva a prua, appetto alle quali gli pareva ancora di essere dei meno sfortunati.
Ce n'eran di quelli che non avevan più mangiato un pezzo di carne da anni, che da anni non portavan più camicia fuor che i giorni di festa, che non avevan mai posato le ossa sopra un letto, e pure avevan sempre lavorato con l'arco della schiena.
Ce n'era che, fatte le spese del viaggio, sarebbero arrivati in America con due scudi in tasca, e che ogni giorno mettevano da parte in una sacca un poco di galletta, per avere qualche cosa da rodere a terra, e non dover chieder l'elemosina, quando non avessero trovato lavoro nei primi giorni.
Ne conosceva più d'uno, che per non arrivare in America scalzo, teneva legato intorno ai piedi con un filo di spago quell'unico paio di scarpe in pezzi che gli rimaneva, e ci metteva la testa sopra di notte, per paura che gliele portassero via.
- E la senta - soggiunge - ghe xè de quelli che i gh'ha fato tanto cativa vita, che i xè partii tropo tardi, e i va in America a farse soterar.
E m'indicò un contadino sui quarant'annni seduto poco discosto da lui, col capo scoperto e grondante di sudore, chinato nelle mani scarne, che gli tremavano.
Aveva una febbraccia che non lo lasciava mai, presa nelle risaie, e non reggeva più nulla sullo stomaco.
Una notte (ma non doveva risaperlo nessuno) egli l'aveva afferrato, che si voleva buttare in mare, e sporgeva già con tutto il busto di fuori; e dopo d'allora sua moglie non lo perdeva più d'occhio: una disgraziata che faceva più compassione di lui.
- La varda ela, che robète! (Guardi lei, che cose!).
E diceva tutto questo con tristezza, ma senza acrimonia, non per ossequio a me, ma per quella coscienza confusa, comune a molti tra 'l popolo, e derivata in parte dall'idea religiosa, in parte da intuizione propria, che la miseria del maggior numero sia più che altro effetto d'una legge del mondo, come la morte e il dolore, una condizione necessaria dell'esistenza del genere umano, che nessun ordinamento sociale potrebbe radicalmente mutare.
- Basta -, concluse, rimettendo la pipa in tasca, e posando le mani sul capo del suo bambino -, che il Signore me la mandi buona.
Se in America trovassi almeno la brava zente che ho trovato qui a bordo! Perché senta, sior paron, se quella povera putela inferma non va in paradiso vuol dire che non ci lasciano entrar più nessuno.
Lei fa portar le minestrine alle donne da late, lei dà bessi ai poveri, lei regala biancheria a chi non ne ha, lei è la benedizione di tutti.
Ma co' ghe digo mi che el mondo va mal.
Un anzolo compagno, ghe tocarà morir zovene.
Vegno, ciaccolona! gridò verso il camerino.- Con parmeso, paron.
Mia muger me ciama.
La se varda, che a momenti se verze le catarate!
Tutt'ad un tratto, infatti, venne giù dal cielo grigio un rovescio di goccioloni come chicchi d'uva, e subito dopo una pioggia scrosciante fittissima, che coperse tutto d'un velo, come se il piroscafo fosse entrato dentro a una nuvola.
Un'onda di passeggieri irruppe urlando nel passaggio coperto dov'io mi trovavo, e respingendomi indietro d'una decina di passi, mi avvolse e mi imprigionò lì al buio, in uno stretto cerchio di giacchette inzuppate, in mezzo a un odore acuto di povera gente.
E lì seguì una scena da raccontarsi.
Erano appena scorsi dieci minuti, che da un ondeggiamento della folla serrata, e da uno scoppio di risa e di fischi, mi accorsi che s'era attaccata una rissa; e, alzandomi in punta di piedi, vidi una mano per aria che cadeva con movimento rapido e regolare, come un maglio, sopra una nuca invisibile.
- Chi è? Cos'è? - Tutti vociavano, non si capiva nulla; due marinai accorsero; sopraggiunse il Commissario, i litiganti furono spartiti e condotti via, tra le urlate.
Immaginando che andassero alla "pretura" ci corsi anch'io, pigliando per le cucine di terza classe, e arrivato là nel momento che entravano, fui molto maravigliato al vedere che i due arrestati erano il padre della genovese, sbuffante di collera, e lo scrivanello di Modena, smorto, senza cappello, con una faccia che era una vera quietanza di scapaccioni.
Un corteo di facce sghignazzanti li seguitava.
Gli arrestati entrarono nel camerino del Commissario; il corteo s'affollò davanti all'uscio.
Era accaduto questo.
Scoppiato l'acquazzone, lo scrivano s'era gittate con gli altri nel passaggio coperto, ed era rimasto chiuso egli pure nella calca, come un'acciuga in un barile.
Ma per fortuna insieme e per disgrazia, s'era dato il caso che, proprio davanti a lui, con le trecce contro al suo viso, con la schiena contro al suo petto, si trovasse imprigionata nella folla la ragazza genovese, e dietro di lui, non veduto, l'altro, ahimè! lo suocero dei suoi sogni.
Il povero giovane, innamorato morto da diciassette giorni, inebbriato dal profumo, bruciato dal contatto, tentato dall'oscurità, aveva perso il lume della ragione, e s'era messo a inchiodar baci su baci sul collo e sulle spalle del suo idolo, con tal furia, con tale forsennatezza d'amore, che non aveva neppure sentito la prima scarica delle vigorosissime pacche paterne.
Alla seconda era rientrato in sé, come chi rinviene da un delirio, e s'era creduto spacciato.
Il giudizio fu una scena di commedia impagabile.
Il padre, fuori dei gangheri inveiva ancora: - Mascarson! Faccia de galea! Porco d'un ase! Te veuggio rompe o müro! - E allungava le mani per acciuffarlo.
L'altro metteva pietà, non negava nulla, diceva d'aver perso la testa, domandava scusa, affermava di essere un giovane onesto, voleva mostrare una lettera del sindaco del suo paese (Chiozzola, mi pare) e si pigliava la testa fra le mani, piangendo come un castoro, facendo degli atti di disperazione da Massinelli in vacanza.
- Ma se dico che ho perso la testa...
son stato una bestia...
giuro sul mio onore...
non avevo l'intenzione...
sono pronto a dare il mio sangue...
- E sotto al suo dolore sincero e alla vergogna, traspirava la forza della passione non ignobile che gli aveva fatto far lo sproposito, uno di quei violenti amori che divampano nei mingherlini, come fiammate di gas dentro agli scartocci di vetro.
Ma il padre non si lasciava commovere, sdegnato anche più, e come offeso nell'orgoglio paterno, che un tale atto d'audacia fosse stato commesso da un così meschino personaggio, da quel mezz'uomo che reggeva l'anima coi denti, e che poi s'avviliva a quel modo.
E continuava a gridare: - Bruttò! Strason che no' sei atro! A mae figgia! E ghe vêu da faccia! - E voleva picchiare daccapo.
E allora quello allargava le braccia, sconsolato, in atto di dire: - Son qui, fate di me quel che volete.
- E poi tornava a giurare che era un galantuomo, a domandar scusa, a offrire la lettera del sindaco.
Il Commissario era molto imbarazzato a concludere.
Io gli vidi passar negli occhi un sorriso che doveva rispondere alla tentazione teatrale di proporre un matrimonio.
Ma il padre non aveva l'aria di accettare uno scherzo.
In fine, se la cavò facendo una grande intemerata al giovane sul rispetto dovuto alle donne, e ordinandogli di non lasciarsi vedere per un po' di tempo sopra coperta; e raccomandò all'altro di quetarsi, che la cosa non intaccava punto la reputazione della sua figliuola, che era stimata da tutti, e via dicendo.
Poi li mise fuori tutti e due, pregando il padre di tornare a prua per il primo.
Questi s'allontanò, voltandosi ancora indietro a minacciar con la mano, e a lanciar due o tre aggettivi genovesi, assortiti.
Il giovane, rimasto solo davanti al Commissario, si mise una mano sul petto, e disse con accento drammatico: - Creda, signor Commissario...
parola di giovine d'onore...
è stata una disgrazia...
un momento di...
- Ma qui l'amore gli gonfiò il petto e gli strozzò la voce, e alzando gli occhi al cielo, con un'espressione comica, ma sincerissima, che riassumeva tutta la storia della sua passione oceanina, esclamò: - ...
Se sapesse! - Ma non potè dir altro, e se n'andò a capo basso, con la sua freccia a traverso al cuore.
La figura di quel povero innamorato che s'allontanava per il passaggio coperto, rimase legata nella mia memoria a un aspetto nuovo del mare e del cielo, che s'erano schiariti dopo l'acquazzone: il cielo tutto a grandi squarci d'un sereno purissimo, come lavato e rinfrescato, e corso da nuvole inquiete; il mare verde per vasti spazi, fra i quali si stendevano larghe strisce d'un azzurro cupo; in modo che pareva di vedere una prateria immensa, dove s'intersecassero canali smisurati, colmi fino agli orli; e si aveva l'illusione strana d'essere entrati in un continente metà terra e metà acqua, abbandonato dagli abitanti sotto la imminenza d'una inondazione, e veniva fatto di cercar cogli occhi all'orizzonte le punte dei campanili e delle torri, come nelle grandi pianure dell'Olanda.
E poi, essendosi increspate alquanto le acque, che diedero a quel verde l'aspetto d'una vegetazione più forte, l'illusione mutò, e mi venne alla mente quell'ampio spazio d'oceano, coperto d'un fitto tappeto d'alghe, di fuchi natanti e di traghi del tropico, che impigliò per venti giorni le navi e spaventò i marinai di Colombo.
Alcuni uccelli bianchi rigavano il cielo, lontano; il sole faceva scintillare qua e là come delle isolette coperte di smeraldi, e nell'aria spirava un tepore di primavera, in cui pareva di sentire delle fragranze terrestri, che parlavano all'anima, come un'eco di voci lontanissime, portate dai venti della pampa.
Ma il mar verde e l'episodio dell'innamorato non schiarirono che per pochi minuti la faccia scura che aveva quel giorno il Galileo.
Solamente la signora bionda trillava d'allegrezza sul cassero, passeggiando a braccetto a suo marito, che andava accarezzando con la voce, con lo sguardo e col ventaglio, come una sposa di sette giorni, forse per compensarlo di qualche grave jattura che gli preparava per più tardi, e di cui le luccicava il pensiero nell'azzurro delle pupille infantili; mentre lui, al solito, arrotondava la schiena, e facea con gli occhi socchiusi e la punta della lingua quel leggerissimo sorriso canzonatorio per sé, per lei, per gli altri, per l'universo, che era come la smorfia simbolica della sua quieta filosofia.
Su tutti gli altri pareva che gittasse un'ombra di tristezza il pensiero di quel morto che s'aveva a bordo, e che si doveva buttare in mare la notte; e tutti gli occhi si volgevano ogni tanto a prua, inquieti, come se tutti avessero temuto di vederlo apparir da un momento all'altro, resuscitato, per maledire alla sua spaventevole sepoltura.
Ed era l'argomento di tutti i discorsi, i quali si facevan gradatamente più neri, come se via via che cresceva l'oscurità, quel corpo si allungasse, e dovesse a notte fitta arrivare coi piedi fino a poppa, a urtare negli usci dei camerini.
E il pranzo fu poco allegro.
S'impegnò tra il comandante e il vecchio chileno una discussione lugubre su questo soggetto: se il cadavere buttato in mare con un peso ai piedi, sarebbe arrivato al fondo intero; o se per effetto della pressione enorme delle acque disfacendosi e staccandosi i tessuti, non sarebbe arrivato che lo scheletro.
Il comandante era del secondo parere.
Il chileno, invece, sosteneva il contrario, dicendo che la pressione della massa d'acqua soprastante essendo trasmessa da quella che impregnava il corpo, in maniera da esser sentita in tutte le direzioni e oppostamente in tutti i punti, ne seguiva che il corpo avrebbe dovuto scendere illeso.
Poi, accordandosi sulla velocità iniziale, sull'aumento di velocità nella discesa e sulla profondità massima dell'Atlantico, calcolarono che il cadavere avrebbe impiegato un'ora a compiere il suo viaggio verticale.
- Adagio, però, - disse il chileno, - il cadavere può trovar delle correnti che lo risospingano in su ad una grande altezza.
A quest'immagine del cadavere che tornava in su, m'accorsi che il mio vicino avvocato cominciava a fremere.
Nondimeno stette fermo lì, coraggiosamente.
Ma il genovese ebbe la cattiva ispirazione di riferire la descrizione, letta in un giornale di New York, della discesa d'un palombaro, il quale aveva trovato dentro alla carcassa d'un piroscafo andato a picco i cadaveri dei naufraghi mostruosamente gonfiati, ritti nell'acqua, con gli occhi fuor della fronte e con le labbra cadenti, così orrendi a vedersi al lume della lampada, che gli s'era agghiacciato il sangue nel cuore ed egli aveva preso la fuga come un pazzo; e a quell'uscita l'avvocato non poté più reggere: balzò in piedi, e sbattendo la forchetta sul piatto: - Un po' di riguardo, signori! - esclamò, e prese l'uscio.
Il comandante, stizzito di quella scena, non parlò più, e il desinare finì nel silenzio.
Ma al momento di alzarci, il genovese mi s'avvicinò col viso allegro, e mi disse all'orecchio: - È per mezzanotte!
La sepoltura era stata fissata segretamente per mezzanotte, per evitare un affollamento dei passeggieri di terza, fra i quali il Commissario aveva fatto correre la voce che sarebbe stata alle quattro della mattina.
A mezzanotte, il tempo s'era rioscurato, e non rimaneva che una lunga e sottilissima striscia chiara all'orizzonte d'occidente, come uno spiraglio lasciato aperto dalla immensa cappa nera del cielo, prima di chiudersi sul globo, per fare buio fitto: un mar d'inchiostro, l'aria morta.
Se non eran quei pochi fanali sopra coperta, si sarebbe dovuto camminare a tentoni, come nella stiva.
Andando verso prua, sentii nell'oscurità la voce del marsigliese che parlava con accento enfatico della poesia d'esser sepolti nell'oceano, d'andar a dormire in quella solitudine infinita, e diceva: - J'amerais ça, moi! - Alcuni passeggieri uscivano dal dormitorio di terza, in silenzio, guardandosi intorno.
Sotto il passaggio coperto raggiunsi il prete napoletano, in cotta e stola, che andava a passi lunghi e lenti, preceduto da un marinaio, che portava l'acqua benedetta in una scodella.
A prua, vicino al dormitorio delle donne, trovai un crocchio, rischiarato di sotto in su da una lanterna, che teneva il gobbo: v'erano il comandante e il Commissario, con pochi passeggieri di prima; più in là qualche marinaio; una ventina di emigranti stavano accanto all'osteria, come rimpiattati, e qualche figura appariva confusamente sul castello di prua.
Quando il prete arrivò, tutti si mossero, come per disporsi in semicerchio, e in disparte comparve il viso di cera del frate.
Nello stesso momento sentii un fruscìo dietro di me, e voltandomi, vidi la signorina di Mestre e la zia, che si arrestarono sotto il palco di comando, all'oscuro.
Credendo che, secondo l'uso, si gettasse il cadavere dalla punta del castello di prua, non comprendevo perché tutti restassero lì; quando a un cenno del comandante due marinai apersero lo sportello laterale dell'opera morta, e compresi.
Intanto pareva che il piroscafo andasse rallentando il cammino; dopo pochi minuti, con mio stupore, si fermò.
Non sapevo che si buttassero fuori i cadaveri a bastimento fermo per evitare che il risucchio dell'acque rotte li travolga sotto alla ruota dell'elice.
Allora tutti tacquero, e vidi al lume della lanterna il viso rosso e insonnito del comandante, che pareva irritato di dover assistere a quella cerimonia, e teneva gli occhi fissi sopra una lunga asse distesa ai suoi piedi, davanti all'apertura dello sportello.
S'intese una voce, tutti si voltarono; brillò un lume sotto il castello di prua, e subito dopo si videro uscire dalla porta dell'infermeria tre marinai che portavano una cosa informe, come un letto spezzato.
Tutti fecero largo, quelli vennero innanzi e fecero l'atto di deporre il carico sull'asse.
Ma s'eran messi di traverso.
Il Comandante disse a voce bassa: - Per drito, brüttoi.
Ci si misero meglio, e deposero adagio il cadavere, coi piedi rivolti verso il mare: le grosse spranghe di ferro che gli avevano attaccato ai piedi picchiarono sonoramente sul tavolato.
Il morto era stato ravvolto in un lenzuolo bianco, cucito a modo d'un sacco, che gli copriva il capo, e poi disteso sulla sua materassa ripiegata in su dai due lati, e legata tutt'in giro con una corda: le spranghe sporgevano fuori dell'involto.
Il tutto presentava l'aspetto miserando d'una balla di mercanzia, affastellata in furia per uno sgombero.
Il corpo pareva così rimpicciolito e accorciato, che l'avrei creduto d'un ragazzo.
Da una scucitura del lenzuolo, in fondo, sporgevano le dita nude d'un piede.
Il naso adunco e il mento, che facevan punta sotto la tela, mi ricordarono l'espressione di attenzione premurosa con cui quell'infelice aveva cercato l'indirizzo del figliuolo, la prima volta che l'avevo visto nella sua cuccetta.
E forse il figliuolo dormiva a quell'ora in qualche baracca di legno, vicino alla sua strada ferrata, e sognava con piacere che avrebbe riveduto tra pochi giorni il suo povero vecchio.
Tutti tenevan gli occhi fissi sulla forma di quel viso, come se avessero aspettato di vederla muovere.
Il silenzio e la quiete d'ogni cosa intorno erano così profondi e solenni, che ci pareva d'esser noi soli viventi nel mondo.
- A lei, reverendo! - disse il comandante.
Il prete si fece vicino allo sportello, e tuffata la mano nella scodella del marinaio, asperse il cadavere e diede la benedizione.
Tutti intorno si scoprirono, alcuni passeggieri di terza si misero in ginocchio.
Mi voltai indietro: s'era inginocchiata anche la signorina, col viso tra le mani, nell'ombra.
Il prete incominciò a recitare in fretta: - De profundis clamavi ad te, Domine; exaudi vocem meam.
Molte voci risposero: Amen.
Le due lanterne tenute dai marinai gettavano una luce rossiccia sui visi immobili e tristi, dietro ai quali era una tenebra infinita.
Fra gli altri, vidi in seconda fila il garibaldino, e fui come ferito di trovar quel viso chiuso e duro come sempre, che non mostrava il più leggiero senso di pietà, come se si stesse per gittar nel mare un sacco di zavorra; e tornai a domandarmi come fosse possibile che l'amicizia di quella santa creatura inginocchiata là dietro non avesse potuto nulla ancora sull'animo suo; e provai vergogna d'essermi ancora una volta così puerilmente ingannato, immaginando che vi fosse una grand'anima nel petto di quell'uomo senza cuore.
Il prete mormorò con rapidità crescente gli altri versetti del De profundis e l'oremus absolve.
Poi asperse un'altra volta il morto d'acqua benedetta.
Al requiem æeternam tutti s'alzarono.
- Andemmo, - disse il comandante.
Due marinai, presa l'asse alle due estremità, la sollevarono lentamente, e la posarono sull'orlo del piroscafo, spingendola un poco innanzi, in modo che sporgesse fuori d'un quarto.
Nell'atto che l'alzavano, vidi muovere qualche cosa di nero sul petto del morto, e avvicinandomi, riconobbi la croce nera della signorina.
Le lanterne s'alzarono.
I due marinai afferrarono l'asse dalla parte del capo, e presero a sollevarla dolcemente: il corpo cominciò a scorrere...
In quel punto mi suonarono dentro quelle parole desolate del moribondo, come se fossero gridate a voce altissima, con un grido immenso che coprisse l'oceano: - Oh me fieul! Oh me pover fieul!
Il corpo scivolò, disparve nelle tenebre, fece un tonfo profondo.
Allora i marinai chiusero in fretta lo sportello e tutti sparirono di qua e di là, come ombre.
Prima che fossimo rientrati a poppa, il piroscafo aveva ripreso il cammino, e il povero vecchio proseguiva già assai lontano da noi la sua discesa solitaria verso l'abisso.
LA GIORNATA DEL DIAVOLO
Se è vero che in ogni lunga navigazione v'è una così detta "giornata del diavolo" in cui tutto va alla peggio, e il piroscafo diventa un inferno, io credo che il Galileo abbia avuto la sua il giorno dopo di quella sepoltura, almeno per tre quarti, poiché, grazie al cielo, non finì com'era incominciata.
Ci può aver contribuito quella morte a bordo, il sapere che da due giorni si faceva poco cammino, e un brutto mare somigliante ad una immensa lastra di platino, la quale rifletteva una vôlta di nuvole senza colore, donde pareva che piovessero falde dilatate di fuoco, come sopra i bestemmiatori dell'inferno dantesco.
Ma tutto questo non basta a dar ragione d'una giornataccia compagna, e bisogna proprio ammettere un influsso misterioso del tropico del Capricorno, che si doveva passare nelle ventiquattr'ore.
Appena svegliato, sentii che l'aria era carica d'elettricità: una sfuriata di gelosia della cameriera genovese, portata via dalla passione a tal segno, che inveiva a voce alta per i corridoi contro il Ruy Blas infido, ripetendogli cento volte il nome dell'animale nero, senza un rispetto al mondo, come se fosse stata nel bel mezzo di piazza Caricamento: a fatica riuscì l'agente di cambio a farle chiudere la fontana degli improperi, minacciandola di andar diritto dal comandante.
Salgo su: trovo il comandante fuor della grazia di Dio, che agitava per aria un foglio, interrogando il Commissario, e minacciando di correr lui in persona a piggiali a pê in to cu tutti e quarantasette.
Gli avevan fatto ricapitare poco prima una lettera, firmata alla meglio da quarantasette passeggieri di terza classe, i quali si lagnavano del vitto, sollecitando in special modo "una maggior varietà nella guernizione dei piatti di carne" che era sempre la medesima; il che, diceva la protesta, deve cessare.
La protesta era stata promossa dal vecchio toscano dal gabbano verde, e scritta sur un foglio di carta che rivelava un istintivo abborrimento del lavatoio in tutti quanti i sottoscrittori; la qual cosa inaspriva incredibilmente la collera del comandante, che sospettava in quella sudiceria una intenzione d'offesa, e voleva dare una lezione esemplare.
Intanto ordinava un'inchiesta.
Di più, il Commissario gli riferiva che durante la notte non si sapeva quali passeggiere di terza avevan tagliuzzato colle forbici il vestito di seta nera di quella certa signora, senza motivo alcuno, per pura malvagità, e che questa volta la povera donna, stata paziente e timida fino a quel giorno in mezzo a ogni sorta di sgarbi, aveva perso il lume degli occhi, ed era corsa a chiedere giustizia, singhiozzando, soffocata dall'angoscia e dall'ira.
Si trattava di scoprir le colpevoli.
Ma c'era altro.
Non si sapeva chi, per non essere costretto a succhiare e costringere i marinai a dar l'acqua a bidoni, aveva spezzati tutti i bocchini dei cernieri dell'acqua dolce.
Ma s'era sulle tracce dei rei.
Si trattava di stabilire il castigo.
La giornata s'annunziava male.
Salii sul cassero, dov'eran quasi tutti i passeggieri: tutti visi di gente che avessero passato la notte sui pettini di lino.
Le antipatie reciproche erano salite fino a quell'ultimo limite che separa il silenzio sprezzante dall'ingiuria aperta.
Si passavan sui piedi gli uni a gli altri senza salutarsi.
La stessa "domatrice" che da vari giorni viveva in una specie d'effervescenza d'amor materno per tutti, se ne stava in disparte, abbattuta come se le girasse sul cuore tutta la Chartreuse della sua dispensa segreta.
Il genovese mi venne incontro con una faccia truce, e fissandomi in viso il suo occhio unico, mi disse di mala grazia: - Sa lei che c'è di nuovo questa mattina?...
Niente ghiaccio! S'è rotta la macchina, e il marinaio s'è sciupato una mano.
È la seconda volta.
Un'infamia! - Era nero.
E fece per allontanarsi, ma tornò indietro, e mi domandò, guardandomi di sbieco: - E quel fritto misto d'ieri sera? - E fatta una risata ironica, tirò via.
Anche il mio vicino di camerino, appoggiato all'albero di mezzana, era più stravolto del solito, e nel viso e nel vestito mostrava tutti i segni d'aver passato la notte sul cassero per non esser torturato sotto dalla sua aguzzina.
Perfino gli sposi, seduti l'uno accanto all'altro sur un sofà di ferro, avevan l'aria acciucchita, e stavan muti come se per la prima volta fossero stanchi e irritati di quel letto di Procuste, in cui erano costretti a studiar lo spagnuolo da tre settimane.
Che sorridessero non c'era che la signora argentina, vestita d'un bellissimo vestito verde carico, il cui colore si rifletteva come in uno specchio sul viso della madre della pianista; e la signorina di Mestre, che andava in giro con quel suo viso dolce e malinconico, e con un foglio tra le mani, a cercar oblatori a benefizio del contadino febbricitante, e di sua moglie, perché non arrivassero in America senza panni e senza scarpe.
Ed era una cosa che metteva pietà per lei e faceva sdegno il vedere con che facce fredde e quasi arcigne era ricevuta, e con che stento scortese, dopo molte parole, scrivevano la maggior parte il loro nome.
Pochi parlavano, e questi pochi, si capiva dalle loro guardatacce oblique che dicevano corna di qualche cosa o di qualcheduno, con l'acrimonia della gente che ha i nervi sossopra.
Intesi fra gli altri il mugnaio, il quale si lamentava che a bordo d'un piroscafo come quello si permettesse ai passeggieri di salire sopra coperta in pantofole; e accennava con gli occhi il prete napoletano, che strascicava coi piedi due vere gondole di Venezia, con cui giungeva alle spalle della gente inaspettato, come uno spettro: ciò che indispettiva più d'uno.
L'impudenza di quel rinnegato mangiafarina mi fece voltar le spalle a tutta quell'uggiosa compagnia.
E me n'andai a prua.
Ma qui trovai di peggio.
L'afa e il puzzo avevan cacciati tutti su, non ci avevo mai visto tanta gente: era una folla densa dalle cucine fino alla punta di prua, e tutti irrequieti, come se aspettassero un avvenimento, e straordinariamente arruffati, scomposti nei vestiti, e sudici, come se da vari giorni non fossero più andati a dormire.
Si vedeva che n'avevan tutti fin sopra ai capelli del mare, del piroscafo, della cucina e del regolamento, e che sarebbe bastato un nulla a farli uscire dai gangheri.
Nessuno giocava, non si sentiva cantare.
Perfino il gruppo dei belli umori del castello centrale era muto: il contadino snasato dormiva, il cuoco enciclopedico passeggiava solo, l'album pornografico del portinaio non aveva lettori: soltanto il barbiere Veneto faceva sentire di tratto in tratto il suo ululato lamentevole di cane abbaiante alla luna, col quale pareva che esprimesse il sentimento comune di quella moltitudine.
E gli emigranti affollati verso poppa guardavano le porte del salone e i passeggieri di prima con un occhio più torvo del consueto, in cui si leggeva che quella mattina ci avrebbero fatto peggio che delle spostature.
Perché, insomma, eravamo noi che rubavamo loro tanta parte del piroscafo, ingombrando noi soli, tra men di cento, quasi altrettanto spazio di quello che occupavan essi, che erano un popolo: eravamo noi che ingollavamo tutti quei piatti fini, ch'essi vedevano passare sulla piazzetta due volte al giorno, e di cui ricevevano il fumo nel naso; e per noi correvano e s'affaccendavano tutti quei camerieri in vestito nero, mentre essi erano costretti a rigovernarsi le gamelle all'acquaio, e a tender la mano in cucina, come mendicanti.
E in fondo erano scusabili.
Noi avremmo guardato con egual dispetto...
eguale? peggiore forse, una classe primissima, se ci fosse stata, di passeggieri milionari rimpinzati di fagiani e ubbriacati di Johannisberg.
Essi erano stufi alla fine di quel lungo contatto forzato con l'agiatezza spensierata, di sentirsi come pigiati nella propria miseria, dentro a quella gran piccionaia piena di stracci e di cattivi odori.
E non potendo picchiare noi, si picchiavan tra loro.
Già la mattina alle otto s'eran presi a schiaffi e a calci i due contadini gelosi della negra, e il comandante li aveva mandati tutti e due alla gogna sul terrazzino del palco di comando, obbligandoli a star ritti, l'uno in faccia all'altro, coi nasi che si toccavano; ed essendosi tamburati anche là, erano stati chiusi in due ripostigli.
Poi la bolognese, offesa d'una rispostaccia del panattiere di bordo, gli aveva rifilato un ceffone maiuscolo, per cui era stata chiamata dal Commissario.
E come accade sempre, essendo contagioso l'esempio, erano accadute altre baruffe: parecchie donne avevano le trecce disfatte e il viso graffiato.
Poi i ragazzi s'accapigliavano, aggrovigliandosi otto o dieci insieme, e rotolavano sul tavolato in gruppi confusi, che i parenti accorrevano a districare, prodigando sculacciate e scarpate alla cieca, e caricandosi fra loro di contumelie.
L'irritazione aveva invaso perfin la cucina, dove, per rivalità di vendite di contrabbando, era scoppiato un accanito diverbio fra il cuoco e i suoi aiutanti, che si sentiva per tutta la prua, accompagnato da uno strepito furioso di cazzaruole.
Per noi di prima le cose si guastarono ancora alla colazione, che fu cattiva, e resa peggiore dal silenzio e dal cipiglio addirittura tragico del comandante, il quale avea sul cuore un affare, oltre a quello dei quarantasette, assai grave.
Un'ora prima gli s'era presentata con molta dignità la madre della pianista, e gli avea sfoderata una protesta in tutte le forme contro gli svolazzamenti notturni della signora svizzera, la quale, a ore incredibili, passava in abbigliamenti leggerissimi davanti al suo camerino, attiguo a quello di lei, con molto scandalo della ragazza; quando pure lo scandalo non era peggio; il che accadeva tutte le volte ch'essa mandava il marito su, a studiare il cielo stellato, e nel camerino non restava sola.
Ci doveva essere di balla qualche persona di servizio; oramai non si parlava d'altro a poppa; era una cosa che non poteva durare; il signor comandante ci avrebbe dovuto metter riparo.
E il comandante, stuzzicato nel suo debole, aveva gettato fuoco e fiamme, e promesso in so zuamento [6] di dir quattro parole delle sue a quel barbagianni di professore, e alla signora, se fosse occorso, e anche a quell'altro o a quegli altri, che il bastimento non era quello che credevano, e che avrebbe fatto rispettare la decenza, perdio, da tutti quanti, a costo di mettere i marinai di sentinella nei corridoi.
E aveva concluso solennemente: Porcaie a bordo no ne veuggio.
C'era dunque da aspettarsi una scenata.
Durante tutta la colazione, intanto, egli saettò occhiate da Torquemada sulla signora bionda, che molti altri guardavano, parlandosi nell'orecchio, senza che ella s'avvedesse di nulla.
Stringata in una deliziosa veste color di tortora, più fresca e più vispa che mai, empiva l'orecchio a suo marito di cinguetii e di trilli, sorridendo a tutti i suoi amici coi suoi dolci occhi senza pensiero, simili a due belle finestre d'una sala vuota, mostrando in mille modi i denti bianchi, le mani piccole, il braccio tornito, l'anima misericordiosa.
E dopo colazione ricominciò il suo va e vieni sul cassero, interrotto da scomparse improvvise a cui seguivano riapparizioni aspettate, inconsapevole, poveretta, della spada di Damocle che le pendeva sui riccioli biondi; anzi sempre più gaia e più viva, quanto più le cresceva la noia d'intorno, e come animata da un ardore d'eroina che allattasse degli assediati sfiniti, dicendo con gli occhi che non era sua colpa se non poteva fare di più in sollievo dell'umanità sofferente, ma che faceva tutto quel che poteva.
Fuor d'ogni dubbio, s'era rimessa sul serio con l'argentino; ma il tenore e il toscano non erano abbandonati, e il Perù pareva che stesse per entrare nella confederazione.
Ma verso le tre essa discese per non più risalire, ed essendo scomparsa quell'unica faccia allegra, l'uggia ricascò sul cassero più soffocante di prima.
Per un momento, nondimeno, ci distrasse un'avventura comica seguita all'avvocato.
Vincendo la sua ripugnanza istintiva per l'acqua salsa, era andato a fare un bagno; ed entrato nella tinozza, s'era lasciato salir l'acqua fino al petto; ma quando poi allungò la mano per chiudere la chiavetta, sia che questa non giocasse bene, o che per turbamento egli non la girasse per il suo verso e la guastasse, il fatto è che non riuscì ad altro che a sprigionare un getto più forte, una vera colonna d'acqua impetuosa, la quale in pochi minuti colmò il recipiente, allagò il camerino, gl'infradiciò i panni e lo fece scappar fuori mezzo svestito, con la barba sgocciolante e una pauraccia di naufragato.
Noi lo vedemmo passare di gran corsa sulla piazzetta, gridando ai camerieri che corressero a chiudere, che il bastimento calava a fondo.
Ma questo non fu che un lampo che fece appena sorridere cinque o sei passeggieri.
Il caldo essendo cresciuto, e il lezzo che veniva dai dormitori di terza diventato pestifero, la maggior parte trasportarono il corpo di calza sfatta dal cassero al salone, e si abbandonavano qua e là pei divani e intorno ai tavolini.
Oh l'insopportabile gente! Conoscevo già gli atteggiamenti e i più piccoli gesti abituali di tutti, e i titoli di tutti i romanzi che leggicchiavano da due settimane, e la nota musicale dello sbadiglio di ciascheduno: mi pareva di assistere per la centesima volta a una stupida rappresentazione d'un teatro meccanico.
Non era più tedio, ma una vera malinconia, che stringeva il cuore.
Non si vedevan che facce allungate, fronti appoggiate sulle mani, occhi velati e immobili.
La pianista sonava sul pianoforte non so che musica di funerale: il brasiliano venne a pregarla rispettosamente di smettere, perché sua moglie, coricata in cuccetta, soffriva un mal di nervi terribile: la ragazza chiuse il pianoforte con un colpo secco, e se n'andò.
L'agente mi disse che la signora grassa singhiozzava nel suo camerino.
Perché? Non lo sapeva.
Effetti del Capricorno.
Anche una signorina della famiglia in lutto, su nella seconda classe, piangeva.
Una discussione acre nacque improvvisamente in un angolo tra un argentino e il marsigliese, dicendo il primo, con ragione, che dall'osservatorio di Marsiglia non si potevan vedere del Centauro altro che due stelle, quelle che segnan la testa e la spalla; mentre l'altro sosteneva che si vedevan tutte.
- Toutes les sept, monsieur, toutes les sept! - Ma è assurdo! - Mais, monsieur, vous avez une façon...
La comparsa del comandante, che cercava qualcuno intorno con un brutto sguardo, li quietò.
Il salone ricadde in un silenzio di cripta.
Non ci potendo più reggere, uscii per andare sul palco di comando.
Ma non ero ancora in fondo al passaggio coperto, che udii un grido di terrore, e vidi molta gente affollarsi ai piedi di una delle scalette del palco.
Un bambino, salito fin sull'ultimo scalino, era precipitato di lassù, dando del capo sul tavolato.
Sua madre, credendolo morto, gli si gettò sopra disperatamente, e strettolo fra le braccia, cominciò a urlare come una pazza: - Me lo jettano ammare! Me lo jettano ammare! U peccirillo mio! A criatura mia! - e faceva l'atto di difenderlo, minacciando, digrignando i denti, respingendo la folla.
Il medico accorse, e menò madre e bimbo all'infermeria.
Quest'accidente suscitò un gran fermento di lamentazioni contro il piroscafo, che era pien di pericoli, e contro il Comando, che non metteva un marinaio di guardia alle scale.
Il vecchio dal gabbano verde prese a declamare rabbiosamente, coi capelli al vento e l'indice in aria, dal castello di prua.
Ma un altro guaio era seguito poco prima.
Lo scrivanello, a cui il fatto dei baci aveva rialzato il credito a prua, perché lo consideravano come uno sfregio fatto "alla principessa", era da due giorni assediato di congratulazioni burlesche, come se fosse andato più innanzi di quanto era vero, e si può pensare fin dove; ed egli s'arrovellava, negava, s'addolorava.
Finalmente, a una congratulazione più brutale dell'altre, gli aveva dato il sangue alla testa, e s'era messo a sprangar calci e pugni come un matto furioso; ma, poveretto, per aver la peggio, perché gli s'eran stretti intorno tre o quattro, e impedendogli le braccia e le gambe, gli avevano strofinata la faccia col cappello, ed era stato fortuna che potesse scappare nel dormitorio, col naso scoriato.
Cercai la genovese: era al solito posto, che lavorava, bella e composta come sempre, ma con un'ombra di sdegno negli occhi; poiché oramai indovinava l'insolenza oscena dei discorsi e sentiva le occhiate d'odio che le vibravano d'intorno, e da due giorni il padre le faceva la guardia accanto, in piedi, risoluto a romper la testa a qualcuno.
Ma il prurito alle mani l'avevan tutti.
Ogni mezz'ora si formava un attruppamento intorno a due passeggieri che si mettevan le mani sul muso o si agguantavano per la cravatta.
Quando la presenza d'un ufficiale impediva loro di venire alle mani, si sfidavano con le debite forme: - A prua! - A prua! - Questa sera a notte! - A notte! - Il castello di prua era il campo chiuso prescelto solitamente dai cavalieri.
Tre o quattro volte, per altro, se le diedero subito e di santa ragione, prima due, poi tre, poi una mezza dozzina, producendo un ondeggiamento in tutta la folla, e dovettero accorrere gli ufficiali e i marinai.
Due ubbriachi, che avevano il vino triste, s'avvinghiarono come due belve, e s'ammaccarono le costole cascando tutti e due insieme sopra le ruote del verricello.
E questa volta accorse il comandante, furibondo, col proposito manifesto di dare qualche mascà memoranda, per rifarsi la mano.
Ma non giunse in tempo.
Le cose erano al punto ch'io m'aspettavo di veder prima di sera tutta quella massa di gente avviticchiarsi e accavallarsi in un monte informe di membra, come nelle mischie guerresche del Dorè, e traboccare fuori dai parapetti nel mare.
Ma invece d'avversione, sentivo più forte, in quei brutti momenti, la compassione delle loro miserie, e come un impulso affettuoso e triste verso di loro; poiché sotto l'espressione provocante di tutti quei visi, s'indovinava un oscuramento passeggiero di ogni speranza, una grande stanchezza della vita, un pianto segreto, che usciva in ira; e si vedeva che soffrivano, e che, in fondo, avevano pietà gli uni degli altri, e ciascuno di sé stesso.
L'immagine vivente del loro stato d'animo erano quei due vecchi contadini del castello di prua, marito e moglie, che anche allora stavano seduti accanto sopra due bitte, con le braccia incrociate sulle ginocchia e il capo abbandonato sulle braccia, mostrando i colli magri e rugosi, che raccontavano cinquant'anni di fatiche senza compenso.
Mentre stavo guardandoli, una donna incinta cadde in deliquio, sopra i coperchi vetrati della boccaporta del dormitorio, arrovesciando la faccia bianca tra le braccia delle vicine.
E subito corsero cento voci: - È morta una donna, - È morta una donna.
- Io me n'andai.
Dove andare? Sei ore eterne dovevano passare prima di notte.
Rientrai nel salone, e cominciai a sfogliare l'album di bordo, in cui varii passeggieri avevano scritto; ma era pieno di sciocchezze, di luoghi comuni e di bugie.
Allora discesi nel camerino, ultimo rifugio, per tentar di dormire.
Ma il camerino mi parve più stretto, più asfissiante, più odioso che non mi fosse mai parso.
I passeggieri dovevano esser discesi quasi tutti; eppure non si sentiva nessuno, come se quelle cento pareti di legno non racchiudessero che cadaveri.
Non si udiva che la nenia lamentevole della negra, come un canto solitario per le vie d'una necropoli.
E mi pareva che mi pesassero su l'anima non soltanto i miei, ma tutti i tedi, tutti i ricordi amari e gli affetti lacerati e i tristi presentimenti ch'erano ammucchiati su all'aria aperta, tra quei mille e seicento figliuoli d'Italia, che andavano a cercare un'altra madre di là dall'oceano.
Ed era inutile che cercassi di ragionarmi, analizzando il mio stato d'animo, per dimostrare a me stesso che non c'era un perché logico del veder tutto fosco quel giorno, come gli altri, mentre pel solito, diversamente dagli altri, vedevo ogni cosa in un buon aspetto.
I pensieri foschi, tenuti per un momento con uno sforzo fuor della mente, vi rientravano, appena cessato quello, come un'onda di torrente, e ne invadevano tutti i recessi.
E non so quanto tempo stetti su questi pensieri; poi m'addormentai.
Ma ebbi un sogno orribile: casa mia di notte, - un via vai di lumi e di facce che non conoscevo, - un rantolo in una camera di cui non mi riusciva di trovar la porta, - e poi mutata la scena in un lampo, uno spaventevole grido: - Si salvi chi può! - e il disordine disperato d'un piroscafo che si sprofonda nell'abisso...
Nel punto stesso mi svegliò un forte rumore.
Non so se avessi dormito tre ore o cinque minuti.
Nel camerino brillava un raggio di sole.
Il rumore cresceva sopra il mio capo.
Era un gridìo di gente che si chiamava per nome, un suono di passi affrettati, un tramestìo come all'annunzio d'un pericolo.
Feci un salto fuori: da tutti gli altri camerini uscivano i passeggieri correndo, e si slanciavano su per le scale.
Salii in coperta, mi trovai tra una folla.
Guardai verso prua: quanto c'era di vivo nelle più profonde cavità del bastimento era sbucato fuori; un brulicame nero da un capo all'altro; tutti si gettavano contro al parapetto di destra, salivano sulle stie, sulle panche e sulle scale a corda, guardando il mare.
Io non vedevo nulla, un baluardo di schiene mi nascondeva l'orizzonte.
Interrogai due che passavano: scapparono senza rispondere.
Allora salii sul palco di comando...
Ah! la benedetta apparizione! La divina cosa che vidi! Un piroscafo enorme e nero, imbandierato e affollato, veniva maestosamente verso di noi, fendendo il mare azzurro, sotto il cielo limpidissimo, con la prua alta e con le vele gonfie, dorato dal sole, fumante e festoso, che pareva balzato come un prodigio dal seno dell'oceano.
Era il Dante, della stessa società di navigazione del Galileo, proveniente dal Plata, diretto in Italia, carico di emigrati che tornavano in patria.
Era il primo grande piroscafo che incontravamo dopo l'uscita dal Mediterraneo, ed era un fratello.
Ad ogni sbuffo dei suoi grandi fumaioli stellati, ingigantiva, e apparivano più nette le mille figure umane che lo coronavano.
Le due moltitudini, affollate sulle due prue, si guardavano in silenzio; ma tutti fremevano.
Il Dante ci s'avvicinò tanto che un'improvvisa ondata ci fece rullare violentemente.
Quando fu alla massima vicinanza, a portata di voce da noi, presentandoci tutta la lunghezza del suo fianco superbo, un altissimo grido, da molto tempo trattenuto, proruppe quasi ad un punto dalle due folle, accompagnato da un frenetico sventolìo di cappelli e di fazzoletti; un grido interminabile d'augurio e d'addio, d'un accento strano, diverso da ogni altro grido di popolo che avessi inteso mai, uno scoppio di voci violente e tremanti, in cui si espandevano e si confondevano le tristezze del viaggio, il rimpianto della patria, la gioia di rivederla tra breve, la speranza di ritornarvi un giorno, la maraviglia e l'allegrezza affettuosa d'incontrar dei fratelli, di sentir la voce e l'alito dell'Italia nella solitudine dell'Atlantico immenso.
Furono pochi minuti.
In pochi minuti il Dante non fu più che una macchia nera nell'azzurro, dentellata appena dalle mille teste confuse dei suoi passeggieri.
Ma quella rapida visione aveva tutto mutato a bordo del Galileo, aveva risuscitato le speranze di buona fortuna, ridestati i canti, le risa, la benevolenza, la vita.
- Signore! - intesi dire vicino a me.
Mi voltai: era la signorina di Mestre che toccava il garibaldino col ventaglio.
Questi si voltò, e la ragazza, con un viso come illuminato da un baleno dell'anima, accennandogli con la mano scarna il piroscafo che s'allontanava, gli disse con la sua dolcissima voce: - Ecco la patria.
IN EXTREMIS
La mattina dopo tutti si salutarono sul cassero con le stesse parole allegre: - Ancora tre giorni! - Siamo agli sgoccioli! - Dopodomani, dunque! - E, singolare! quella benevolenza insolita tra i passeggieri nasceva in gran parte dal pensiero di essere tra poco liberati per sempre gli uni dagli altri.
Il tempo era buono, l'aria tepida.
La prua pareva un villaggio in festa.
Andandovi, incontrai il marinaio gobbo, meditabondo, che teneva a mano un paio di stivali.
Si soffermò e mi disse piano: - E donne, l'è brutto quando cianzan, ma l'è pezo quando rian.
- E mi spiegò il suo giudizio, che era fondato sull'esperienza.
Quando lungo il giorno passava sul piroscafo una grande allegrezza, come quella del dì innanzi, seguiva quasi sempre che la sera e la notte fossero una disperazione; per lui, s'intende, e per quella certa ragione.
La notte scorsa per esempio, gli sarebbe stata contata lasciù.
- Grandi cose, dunque? - gli domandai.
Alzò gli occhi al cielo.
Poi disse bruscamente: - Son stüffo de fa o ruffian! - E se n'andò, vedendo avvicinarsi l'agente.
Il quale pure era pensieroso, tormentato da due misteri che non gli riusciva di penetrare: l'uno, già detto, chi fosse il sospiro segreto di quel crostino della pianista, di cui coglieva sempre a volo lo sguardo e mai il guardato, come se facesse all'amore con uno spirito; e l'altro, il non aver veduto nessun indizio, neppure leggerissimo, sul viso di nessuno, della scenata che il comandante aveva promesso di fare per la signora svizzera.
Ed era comico il veder quell'uomo coi capelli bianchi preoccupato sul serio di quelle due bazzecole, come un ministro delle fila d'una congiura di stato.
E dicono che l'oceano ingrandisce l'anima! Eppure il comandante egli lo conosceva: non era uomo da aver minacciato a vuoto, in un affare di quella natura: chi poteva aver scongiurato la tempesta? Oh! l'avrebbe scoperto, se avesse dovuto logorarsi il cervello e star appostato tre giorni e tre notti, come un cacciatore di tigri.
La buona disposizione d'animo dei passeggieri favoriva i suoi studi.
Poco dopo le nove, quasi tutti stavan sul cassero, e i gruppi e gli atteggiamenti loro mi rimasero stampati netti nella memoria come ci soglion rimanere quelli che presentava la nostra famiglia il momento prima dell'annunzio o dell'avvenimento d'una sventura domestica.
Gli argentini formavano un cerchio vicino al timone a mano, col marsigliese, che si dondolava, motteggiando, davanti alla signora porteña; la quale lo stava a sentire con quel doppio sorriso finissimo delle donne, che sfuma la cortesia nella canzonatura.
La famiglia brasiliana, seduta al posto solito, girava intorno silenziosamente i suoi dodici occhi neri, come se vedesse tutti i presenti per la prima volta; e ai piedi della signora era accucciata la negra, come un cane.
Vicino all'albero stavano in piedi il ladro, l'impiccato e il direttore della società di spurgo inodoro, che da vari giorni erano sempre insieme, senza discorrer mai, come tre amici sordomuti.
L'avvocato sonnecchiava sur una seggiola lunga, con un libro sul ventre.
La signora bionda sedeva sopra un sofà, pigolando in mezzo al tenore e al peruviano, a cui copriva un ginocchio con la gonnella allargata; e pareva che il contatto di quella stoffa facesse balenare agli occhi gravi del quichua la visione delle mille e cinquecento sacerdotesse del Sole, ma di quelle del tempo della corruzione.
E sull'ultimo sedile verso poppa c'era la signorina di Mestre, più pallida degli altri giorni, fuorché alle sommità delle guance, che le ardevano; la quale parlava con una specie di eccitazione di febbricitante, ma con un sorriso d'una dolcezza inesprimibile, al garibaldino, seduto accanto a lei, col capo poderoso e bello un po' chino, nell'atto d'un uomo triste, intento a una musica che gli rammenti dei tempi felici, ma non gli ridesti più alcuna illusione.
Gli altri passeggiavano, col passo vivo e irregolare della gente allegra.
L'orizzonte era velato da una nebbia leggera, e c'era una certa gravezza nell'aria, che faceva sentire tratto tratto il bisogno di tirare un lungo respiro.
Ma la temperatura era gradevole in confronto dei giorni passati.
Gli argentini dicevano di sentir già los aires della patria.
Dovevamo trovarci presso a poco alla latitudine di Santa Caterina del Brasile.
A un dato momento salì sul cassero il genovese, fregandosi le mani, e mi disse passando: - Il barometro s'abbassa.
Pur di scuotere la noia mortale che gli tarlava l'anima, egli desiderava perfin la tempesta.
Ma non doveva avere il fatto suo l'uccellaccio del cattivo augurio.
Altre volte aveva dato giù a un tratto il barometro, ma il mare non s'era rabbuffato.
È del mare quello che si dice del popolo: che quando si vede in calma, non si capisce in che modo ne possa uscire, come non par possibile che s'abbia mai a racquetare, quando si vede in furia.
Il velo dell'orizzonte, peraltro, s'andava facendo più alto e più fitto: era ora una grande fascia di vapori grigiastri, che stava per coprire il sole; e il mare, di color plumbeo, s'increspava.
Ero però tanto lontano, io, dal prevedere il cattivo tempo, che mi divertivo a osservare l'avvocato, il quale, rizzatosi sul busto, girava sul grande nemico uno sguardo lento, in cui si vedeva crescere l'inquietudine, poi guardava verso il camerino del comandante, e più lontano, verso il palco di comando.
Un gridìo stridulo d'uccelli mi fece levar gli occhi in su: erano gabbiani che roteavano intorno agli alberi.
Quello veramente era un cattivo segno.
Ma ciò che fece senso più che altro fu di vedere all'orizzonte, come sorto all'improvviso, un nuvolone di forma bizzarra, spesso e scuro, orlato di bianco dalla luce del sole impallidito, e che s'alzava rapidamente, gettando un'ombra tetra sul mare; il quale cominciava a ribollire.
E facea quasi freddo.
Già i passeggieri s'erano avveduti tutti del cambiamento.
I lettori avevano chiusi i libri; tutti s'erano alzati da sedere, e guardavano l'orizzonte con quello sguardo che si fissa in viso a uno sconosciuto, il quale ci si presenti per trattare d'un affare grave.
Un lampo, e un brontolìo di tuono lontano, a cui tenne dietro subito un movimento brusco di rullìo, provocarono qualche esclamazione: - Ed ora? - Cos'è questo? - Si comincia male! - Le signore cercavano con gli occhi il comandante.
L'avvocato era già scomparso.
Alcuni altri se n'andarono pure, all'inglese.
Questo bastò perché vari dei rimasti mostrassero uno straordinario buon umore, e pigliassero in faccia all'oceano degli atteggiamenti di ammiragli spavaldi, guardando le signore con la coda dell'occhio.
Il marsigliese girava di gruppo in gruppo, dicendo allegramente: - Ça se brouille, ça se brouille.
Nous allons voir un joli spectacle.
- Lo spettacolo, in fatti, pareva che non si volesse far molto aspettare.
Il nuvolone c'era già quasi sul capo, e altre nuvole accorrevano velocemente, alcune delle quali, lunghe e sottili, ci passavan sopra a volo così basse, che pareva che toccassero l'alberata.
Il vento, intanto, si faceva più forte, e il mare principiava a ondeggiare, e il piroscafo a ballare più che fino allora non avesse mai fatto, tanto che tutti dovettero afferrarsi ai parapetti e ai sedili.
Qualcuno, però, non credeva ancora che ci sarebbe stata tempesta.
- Non è che un piovasco, - dicevano.
Ma quelli che avevano già fatti molti viaggi, scrollavano il capo, strizzando un occhio.
Io mi ricordo bene che, osservando più che gli altri me stesso, stavo aspettando con una certa curiosità psicologica quando e come mi sarebbe entrato dentro quel sentimento che ci vergogniamo tanto di confessare; e m'illudevo di potere tener dietro al suo lento avvicinarsi, senza sospettare che mi dovesse balzar addosso tutt'a un tratto, nel punto in cui traboccando sulla bilancia dell'anima l'istinto della conservazione, il piattello della curiosità sarebbe andato per aria.
Insomma, stando a terra, avevo pur desiderato molte volte di trovarmi a una tempesta di mare.
Ecco dunque una buona fortuna per l'artista.
Ma quando, voltatomi a guardare sulla piazzetta, vidi accorrere intorno al comandante, ufficiali, macchinisti, marinai, camerieri, e il comandante gesticolare come se desse ordini premurosi, e poi tutti sparpagliarsi di corsa da varie parti, e gittarsi ad assicurare le lance, a fermare le stie, a chiudere le boccaporte, con furia precipitosa, aprendo a spintoni la folla che fuggiva sotto i primi spruzzi del mare, allora, dico la verità, cercai in me l'artista e non ce lo trovai più.
Mi parve anzi che fosse già scappato da un quarto d'ora.
I lampi spesseggiavano, il tuono brontolava più forte, i buoi muggivano.
Guardai intorno a me: c'eran già dei visi pallidi.
Ma in alcuni la curiosità, in altri l'avversione ad andarsi a chiudere in camerino, prevaleva ancora.
Le signore si stringevano al braccio dei mariti.
Gli uomini si tastavano a quando a quando con un'occhiata, ciascuno pigliando animo e alterezza dalla faccia dell'altro, che gli pareva più brutta di quello che supponesse la sua.
A un tratto passò sul cassero uno spruzzo violento, e s'intese un: Nom de Dieu! - e poi una risata forzata.
Il marsigliese era stato scappellato e infradiciato da capo a piedi.
Nello stesso punto salirono correndo quattro marinai a portar via i sofà e le seggiole.
Poi arrivò il Commissario gridando: - Sotto, signori! Si chiude il salone, si spiccino.
- Allora s'intese un grido dell'anima: - Oh Dio! Dio mio! - Era la sposa.
Non si può immaginare l'eco intima che ha in tutti quel primo grido, quella prima irresistibile confessione del terrore della morte, da cui tutti sentono smascherato violentemente lo stato d'animo che dissimulano agli altri e a sé stessi.
E allora fu una fuga disordinata e precipitosa a traverso al polvischio degli spruzzi che già saltavano per tutta la larghezza della coperta, in mezzo a una confusione di voci concitate e discordanti: - Oh Pablos! Pablos! Presto, signori, presto.
Santa Maria benedetta.
- Siamo serviti.
Dio mio! - Accidémpoli! Coraggio, Nina.
- Que relàmpagos! Sciä faççan presto, per dio santo! - Ebbi appena il tempo di vedere le punte degli alberi che descrivevan per aria dei grandi archi di cerchio, e un infernale rimescolo di gente alla porta del dormitorio di terza, e fui spinto nel salone.
Una signora inciampò e cadde a traverso all'uscio.
Per un momento m'apparì sulla piazzetta il Commissario, come ravvolto in una nuvola d'acqua, e sentii il nitrito lontano d'un cavallo.
L'uscio fu chiuso.
E nello stesso tempo uno scroscio formidabile e vicinissimo del fulmine e uno spaventoso movimento di fianco del piroscafo, che sbattè i passeggieri parte sul tavolato e parte contro le pareti, tolsero l'ultimo dubbio a chi ne poteva ancora avere: era una tempesta.
La maggior parte, afferrandosi ai tavolini e alle seggiole fisse della mensa, e barcollando come feriti al capo, si diressero verso i camerini.
Altri si buttarono sui divani.
Alcune signore piangevano.
Lo strepitio del bastimento e del mare copriva le voci.
Pareva quasi notte.
Mi sembravan mutati il luogo e le persone.
In quel momento in cui tutte le affettazioni, tutti gli aspetti finti cadevano, e appariva di sotto nudo l'animale atterrito, dominato tutto dal suo furioso amor della vita, eran come facce nuove, voci sconosciute, mosse e sguardi che rivelavano lati dell'anima non prima indovinati.
Nella mezza oscurità dei corridoi, dove tutti cercavano brancoloni il proprio camerino, urtandosi malamente gli uni cogli altri, intravvidi dei visi decomposti di condannati a morte, che a primo aspetto non capivo di chi fossero.
Quando arrivai al mio covo, sonavan già qua e là i primi rantoli del mal di mare, delle voci di pianto chiamavan le cameriere, gli usci sbacchiavano con fracasso, le valigie e le cassette danzanti urtavano contro i tramezzi: era il disordine e il vocìo strano e lugubre che si sente entrando in un manicomio, dove tutte le consuetudini della vita sono sconvolte.
Un movimento subitaneo di beccheggio mi gettò nel camerino come un sacco; l'uscio si chiuse da sé; un lampo m'abbagliò.
E un pensiero improvviso m'agghiacciò il sangue: - Se non uscissi più di qua dentro? - E mi sentii in una solitudine immensa, come se mi fossi chiuso da me nella tomba.
Sì, è la verità, e la dico tutta.
Questo è il pensiero che mi si confisse nel cervello, acuminato, freddo, immobile, come un punteruolo d'acciaio, e tutti gli altri pensieri e immagini che susseguirono nella mia menate per varie ore non fecero che girare intorno a quello vertiginosamente.
Una immaginazione cento volte scacciata si ripresentava cento volte: quella del rumore che avrebbe fatto l'acqua irrompendo dentro, in quanti secondi sarebbe giunta all'uscio, il buio repentino, la prima ondata nella gola, e quel dubbio orribile, se avrei sofferto per lungo tempo.
Confusamente cercavo di ricordarmi di notizie lette e intese a quel proposito, che mi confermassero nella speranza di un'agonia breve.
E mi ricordo che il pensiero d'avere una volta desiderato per curiosità una tempesta, mi pareva una cosa insensata, mostruosa, incredibile, fuori della natura umana.
Ecco dunque la realtà che desideravi, stupido pazzo! Ma questi pensieri eran come spezzati dagli sforzi vigorosi che dovevo fare per tenermi afferrato all'orlo sporgente della cuccetta, in ginocchioni sul tavolato; che era l'unica maniera di non essere sbatacchiato là dentro come un topo nella topaiola; e scompigliati anche dai fragori assordanti che si succedevano sopra nel salone, dove le vetrate degli armadi, sbattute, andavano in pezzi, e torri di piatti precipitavano frantumandosi, e il pianoforte, staccatosi dalla parete, andava di qua e di là cozzando nelle colonnine e nelle tavole.
Ma assai peggio di quel frastuono di palazzo messo a sacco, peggio dei gemiti umani e del muggito del mare, era il rumore che faceva la membratura del piroscafo, uno scricchiolìo sinistro di edificio dislogato dalle fondamenta, una musica di scrosci, di schianti, di lamenti acuti, come se il corpo vivente del colosso soffrisse e gridasse, e corressero dei fremiti di terrore per le sue ossa lunghe e sottili, vicine a spezzarsi.
Avevo un bel tentare di farmi animo con la statistica dei naufragi, uno ogni tante migliaia di viaggi, o che so io, e con l'idea della solidità grande di quei piroscafi enormi, che l'onda non può spezzare: quella musica smentiva ogni statistica e scherniva ogni consolazione.
Frattanto il mare ingrossava sempre, la pioggia cadeva a torrenti, i lampi raffittivano, il tuono rumoreggiava quasi continuo, il piroscafo faceva degli sbalzi tali che, a occhi chiusi, mi pareva di esser sopra una gigantesca altalena a corda, che descrivesse archi di mezzo miglio, e ad ogni volata perdevo il fiato, per non ripigliarlo che nei pochi momenti di quiete che passavano tra l'una e l'altra.
E quell'essere in assoluta balìa d'una forza prodigiosa che non mi lasciava più libero né il movimento né il pensiero, mi dava un senso d'avvilimento fisico inesprimibile, come d'una bestia legata e mulinata nel vuoto da una grua colossale, e l'idea che quel supplizio potesse durare dieci ore, un giorno, tre giorni, mi sgomentava l'anima come il concetto dell'infinito.
Pure fino a un certo punto serbai la mente lucida, tanto da ricordarmi ora presso a poco quello che in quel frattempo pensavo.
Ma dopo una o due ore, credo, crescendo fuor di misura la furia della tempesta, mi si fece un gran torbido nel capo, e di quello che pensassi allora saprei più dir poco.
Ricordo la voce immensa del mare, più strana e più formidabile d'ogni più spaventosa immaginazione, una voce come di tutta l'umanità affollata e forsennata che urlasse, mescolata ai ruggiti e ai bramiti di tutte le belve della terra, a fragori di città crollanti, a urrà d'eserciti innumerevoli, a scoppi di risa beffarde di popoli interi; e dentro a quella voce, il fischio acutissimo del vento nei cordami, un turbinìo di note lunghe, sonore e discordanti, come se ogni corda fosse uno strumento suonato da un demonio, grida di disperazione e di delirio che pareano uscire dai prigionieri d'una carcere in fiamme, e sibili che facevano fremere come se attorno alle antenne si attorcigliassero migliaia di serpenti furiosi.
A un terribile movimento di beccheggio s'univa un rullìo violentissimo, da parere che il bastimento si volesse coricare ora sur un lato ora sull'altro, e ad ogni colpo dell'onda nel fianco, tutto, dalla coperta alla carena, tremava, come per l'urto d'uno scoglio o per il cozzo d'un altro piroscafo, e gli assiti intorno davano uno schianto da far rabbrividire da capo a piedi come il fischio d'una palla o d'una lama di scure che ci rada le tempie.
Si sentiva ad ogni ondata come la botta d'un artiglio gigante che piombasse sul bastimento e ne strappasse via un pezzo; s'udiva il tonfo tremendo di centinaia di tonnellate d'acqua cadenti sul tavolato, come se un torrente vi si rovesciasse da una grande altezza, e poi il rumore di cento torrentelli correnti in tutte le direzioni, con la furia d'un'orda di pirati che fossero saliti all'arrembaggio.
Dei movimenti del piroscafo non capivo più nulla, non ne prevedevo più alcuno: era come preso a calci e a schiaffi, sollevato, buttato via, palleggiato e rigirato dalle mani d'un titano.
La macchina aveva degli arresti e dei silenzi improvvisi, come colpita da paralisi, l'asse dell'elice dava degli scossoni di terremoto, l'elice dei colpi interrotti e pazzi, e si sentiva a momenti girar furiosa fuori dell'acqua, e poi tuffarvisi di nuovo, con un terribile colpo.
E negli intervalli fra i rumori più grandi, s'udivano sopra passi precipitati, sonerie elettriche, grida lontane d'una risonanza strana, come gli echi delle valli piene di neve, e dai camerini dei lamenti strozzati come di gente scannata, che vomitasse le viscere.
A un certo punto vi fu una scossa di sotto in su così violenta, che la bottiglia dell'acqua saltò fuori del suo sostegno, e s'andò a spezzare contro il soffitto.
E quello fu il principio d'un nuovo e più matto scatenìo degli elementi, e di una successione di volate così fatte del piroscafo, che credevo di balzare dalla cima d'un monte sulla cima di un altro monte, sorvolando un abisso smisurato, e ad ogni nuova discesa pensavo che fosse l'ultima, e dicevo tra me: Ora è finita.
- E avevo delle illusioni vivissime: ecco, il tavolato si spezza, le coste s'infrangono a decine, i bagli si schiantano, la chiglia s'è rotta, tutti i legamenti si schiodano, tutto lo scafo si sfascia.
Non ancora? A quest'altra dunque.
E un caos di pensieri, un succedersi rapidissimo di ricordi della vita recenti e remoti, una fuga turbinosa di facce e di luoghi, rischiarati ciascuno da un lampo di luce livida, confusi e sformati come per una congestione cerebrale, accompagnati da un incalzarsi egualmente rapido e disordinato di rimpianti, di tenerezze, di rimorsi, di preghiere senza parola, e tutto fuggiva e tornava, come rigirato dal vento stesso della tempesta.
Seguivano quando a quando dei brevi intervalli d'istupidimento, e come il sollievo che da l'azione incipiente del cloroformio; ma poi di nuovo il sentimento della realtà, più tremendo di prima, e improvviso, come se due braccia gagliarde mi scotessero per le spalle, e una voce brutale mi urlasse sul viso: - Ma sei tu, tu che sei qui, e che devi morire! - Oh! quanto mi pareva assurda quell'idea dei tempi ordinari che sia lo stesso morire in un modo o nell'altro!...
Oh morire d'una palla nel petto! Morire in un letto, con le persone care d'attorno, - esser sepolti - avere un pezzo di terra dove i figliuoli e gli amici possano andare qualche volta e dire: - È qui! - Alle volte tutti quei pensieri cadevano, e mi pareva di sentire per qualche momento che la tempesta cominciasse a rimettere un poco della sua furia; ma una nuova formidabile ondata, un nuovo roteamento vertiginoso dell'elice sollevata, come se la poppa saltasse per aria, mi strappava l'illusione.
E mi rammento d'una ripugnanza invincibile a guardar il mare, d'un senso di ribrezzo profondo, come della vittima per l'assassino, quasi che in quei momenti avessi davvero coscienza d'una sorta di animalità dell'oceano, e dell'odio suo contro gli uomini, e che, affacciandomi al finestrino, dovessi incontrare mille sguardi orribili fissi nei miei.
Guardavo qualche volta, ma ritorcevo gli occhi immediatamente, intravvisti appena i contorni mostruosi delle montagne nere che s'avanzavano e i profili delle muraglie ciclopiche che rovinavano d'un colpo, e tra l'una e l'altra saetta che rigavan di fuoco l'ammasso spaventevole delle nubi caliginose, una luce non mai vista al mondo, da non saper dire se fosse notte o giorno, la luce indeterminata dei paesaggi dei sogni, in cui pare che non splenda il nostro sole.
E così mi s'era turbata pure l'idea del tempo, che non avrei saputo dire in alcun modo da quante ore la tempesta durasse.
E mi sembrava che avesse a durare un tempo incalcolabile, non sapendo immaginare una cagione abbastanza potente per cui quell'enorme commovimento dovesse aver fine.
Mi sembrava incredibile che non tutto l'oceano e il mondo intero fossero a soqquadro come quel mare, che ci fossero poco lontano e poco al di sotto di noi delle acque tranquille, e della gente sulla terra che attendeva in pace alle proprie faccende.
Ma mentre mi passavano questi pensieri, che erano come un breve respiro dell'anima, ecco un'altra ondata di fianco, come un colpo di cannone da costa, un altro sussulto del piroscafo, come di balena ferita al cuore, un altro schianto di travi, d'assiti, di tavoloni scricchiolanti e gementi, il senso dell'imminenza del disastro, la morte sull'uscio, un addio a tutto, l'angoscia d'un anno in un minuto.
Dio eterno! Quanto durerà quest'agonia?
Durò molte ore.
N'eran passate sette od otto, suppongo, quando l'illusione, continuamente perduta e rinascente, che la burrasca sfuriasse, mi parve che durasse più delle altre volte, poi si cangiò in una speranza, a cui la mente si rifiutava di credere ancora, ma che tutti i sensi andavano a poco a poco raffermando.
I movimenti del piroscafo erano ancora impetuosissimi; ma quell'odioso fischio e miagolìo arrabbiato dei cordami pareva quetato un poco, e l'urto dell'onda, se non scemato di forza, meno frequente.
Considerai come un buon segno il risentire tutto il corpo indolenzito dagli atteggiamenti acrobatici a cui ero stato costretto per tanto tempo, mentre fino allora non ci avevo badato, e il riprovare curiosità di sapere che cosa fosse accaduto e accadesse dintorno a me.
Tra gli schianti degli assiti e i mugghi del mare, sentii il pianto del bambino brasiliano, e altri piagnucolii, pure infantili, ma che dovevan essere di signore.
Delle voci affannose chiamavano da varie parti i camerieri, i campanelli tintinnavano, i bauli viaggiavano ancora pei corridoi come se vi saltassero dentro tante bestie rabbiose.
Cogliendo bene il momento per non ammaccarmi il cranio contro una parete, spiccai un salto e m'afferrai agli spigoli dell'uscio, per guardar fuori, e vidi due o tre corpi umani moversi, tenendosi di qua e di là, a passi e a tracolloni di briachi, coi vestiti scomposti e i capelli arruffati fra i quali il marsigliese, i cui connotati accusavano una maledetta paura, già passata in gran parte, ma che non voleva finir di passare.
Ogni tanto, infatti, una volata del piroscafo e uno scoppio istantaneo come dello spezzarsi di dieci travi, mi faceva dare indietro e ricercar la cuccetta a due mani, col terrore che ricominciasse il ballo più indiavolato di prima.
Tra l'una e l'altra recrudescenza, tesi l'orecchio verso il camerino accanto, curioso di sentire se l'angoscia del pericolo comune avesse rallentato un poco fra i miei vicini la corda tesa dell'odio; e rimasi un momento sbalordito, udendo una respirazione rotta e dei gemiti fitti che potevano far sospettare una riconciliazione più che amichevole; ma subito mi disingannò una voce scellerata che fischiò queste parole: - Speravi che tutto fosse finito, non è vero? - Ma non intesi risposta.
La prima nota incoraggiante che udii fu una risata di varie voci, che venne dalla parte degli argentini.
Di faccia, sentii la voce del tenore, un tentativo di gorgheggio, interrotto bruscamente da un colpo sordo, che mi parve d'una capata.
Poi per un pezzo non sentii più voci umane.
Lo strepito del bastimento e del mare era ancora assordante, e il rullìo tale da stramazzare un quadrupede.
Ma si poteva tentare una sortita.
Aggrappandomi qua e là, e premeditando bene ogni passo, riuscii a trascinarmi fino al crocicchio dei corridoi.
Che spettacolo! Per le porte delle cabine che s'aprivano e si chiudevano di continuo, si vedeva dentro un indescrivibile arruffio di valigie, di cuscini, di panni, teste ciondolanti sulle catinelle, corpi allungati come cadaveri, gambe di signore scoperte fino al ginocchio, vesti spettorate, visi bianchi, fazzoletti e boccette sparse sul tavolato.
Incoraggito dallo scemare del movimento, svoltai nel corridoio principale, e mi trovai faccia a faccia col genovese, che veniva avanti a sbalzi lungo la parete, con la testa fasciata, bestemmiando.
- Cos'è stato? - domandai.
Rispose attaccando un moccolo.
Poi spiegò: morto di fame, s'era arrampicato fin su alla dispensa, per pigliar due fette di prosciutto, un rostin, una cosa da nulla, insomma, e nel meglio un salto del piroscafo l'aveva gettato con la fronte contro uno spigolo della credenza, e s'era fatto uno spacco.
In quel punto uscì una voce chiara dai camerini degli argentini:
Hijo audaz de la llanura
Y guardian de nuestro cielo...
Quei tristi inneggiavano al vento pampero, a cui dovevano quelle otto ore di morte.
Ma il vento pareva che fosse caduto quasi del tutto, benché il mare durasse agitatissimo.
Delle facce immelensite si sporgevano fuori degli usci, in aria interrogativa, e poi rientravano in fretta.
Una voce, che mi parve quella del Secondo, gridò dall'alto della scala: - È passata, signori! - e gli risposero varie esclamazioni dei camerini: - Oh buon Dio! - Ma è vero proprio? - Laudate Dominum! - Che il diavolo ti porti! - Ah! son mezz'andato! - Ma un fremito di vita ricorreva da tutte le parti, come in un cimitero sotterraneo, dove i morti cominciassero a fregarsi gli occhi e a stirare le braccia.
Mi sentii toccare la spalla: era l'agente, in veste da camera, con un livido a traverso il mento, ma allegro.
- Ah! che scena! - disse - ho sentito tutto.
- Parlava degli sposi: nel momento del pericolo s'eran messi a pregare, e poi s'erano scambiati gli addii, singhiozzando; lui le aveva chiesto perdono d'averla indotta a quel viaggio; s'erano dato il bacio supremo, anzi molti baci supremi.
- Ah! Nina mia! -Ah! mæ poveo Geumo! - E...
niente spagnuolo, oh no davvero.
Detto questo, scomparve, ma tornò un minuto dopo, a zig zag, facendomi cenno d'accorrere presto, che c'era una grande cosa da vedere.
Lo seguitai alla meglio: si fermò davanti al camerino dell'avvocato, ch'era aperto, e mi disse di guardare, dando in una risata.
Oh mostro non mai veduto! Io non riconobbi subito una creatura umana in quella informe cosa che vidi distesa a traverso al tavolato, e da cui usciva il guaito che fa Ernesto Rossi sotto le spoglie di Luigi undecimo atterrato da Nemours.
L'avvocato, bocconi, insaccato in non so quale vestimento di salvataggio inglese o americano, imbottito di sughero, aveva una gobba sul petto e una sul dorso, ricoperte da una specie di corazza di cotone forte, e una corona di vesciche gonfiate intorno al busto, che gli davan l'aspetto d'un bizzarro animale mammelluto, cascato a terra senza sensi, vinto dai dolori d'un'esuberanza di latte.
Quel carico enorme di ridicolo su quel pover'uomo così disfatto e così infelice destava una compassione infinita.
L'agente si chinò per richiamarlo in vita, ed io lo lasciai all'ufficio pietoso.
A stento salii nel salone dov'eran già molti passeggieri: il marsigliese, il mugnaio, il toscano, il commesso parigino, il prete lungo, ed altri.
Nessuna signora.
Balenavano ancora dei lampi; ma il tuono scoppiava più rado e più lontano; il mare sempre gonfio e nero, e nessuno poteva reggersi ritto.
Mirabile natura umana! Dal modo d'atteggiarsi delle persone già si vedeva che anche quell'avvenimento della tempesta era convertito a soddisfazione d'amor proprio, come se il non essere andati a fondo fosse stato effetto del valor personale di ciascuno, e tutti pregustassero fin d'allora l'orgoglio con cui, molto tempo dopo, per tutta la vita, avrebbero raccontato d'aver fatto fronte a quel pericolo senza paura.
Era stupefacente la disinvoltura con cui più d'uno, che avevo visto pallido come un moribondo, si metteva la maschera del coraggio in faccia a coloro stessi a cui sapeva d'aver mostrato poco innanzi i segni visibilissimi del terrore.
Alcuni mutavan qualche passo da un tavolino all'altro, facendo ostentazione di piede marino, e ridevano a tutti i propositi con le labbra ancora senza sangue.
Il marsigliese diceva: Je me suis enormément amusé.
E il mugnaio fingeva di legger l'album di bordo! I camerieri intanto riferivan le prime notizie.
Il mare aveva portato via varie lance, strappato e travolto le stie dei tacchini, annegato due buoi, sfondato uno sportello dell'opera morta di prua.
Un marinaio, scaraventato contro l'albero di trinchetto, s'era ferito gravemente alla testa.
L'osteria era stata mezzo sconquassata.
Ma il poderoso corpo del Galileo non aveva patito altri danni, e non s'era arrestato un minuto; e a quella notizia rinasceva e si vedeva risplendere negli occhi di tutti il sentimento già umiliato dell'orgoglio umano, la fede ardita nell'opera dell'industria e della scienza dei propri simili; sulla quale quella immane forza dell'oceano ostile non aveva potuto far altro che minacce ed insulti, di cui appena c'eravamo accorti, e che già eran dimenticati.
E non dimeno all'aprirsi della porta della sala, che equivaleva al permesso d'uscire, misero tutti un sospiro di soddisfazione, come se allora soltanto si fosse veramente certi che era tutto finito.
Ah! rieccolo dunque, il formidabile animale! Ci torniamo a guardare faccia a faccia.
Ma com'era brutto ancora, e malauguroso! Grandi onde nere, biancheggianti di schiuma alle creste, tumultuavano, restringendo l'orizzonte da ogni parte, sotto una volta tenebrosa di nuvole, rotta qua e là da squarci grigi di luce crepuscolare, e come agitata da una nuvolaglia sottostante mobilissima e maligna, che volesse ricominciare la lotta.
Il piroscafo era tutto bagnato come se in quelle sette od otto ore fosse stato sommerso da un capo all'altro.
Per tutto correvan rigagnoli e s'allargavan chiazze d'acqua sudicia.
I tetti, le pareti, gli alberi, le lance sgocciolavano come del sudore della battaglia.
A poppa e a prua s'agitavano ancora i marinai, con grandi stivaloni, inzuppati da capo a piedi, coi capelli appiccicati alla fronte e al collo, rotti dalla fatica.
Incontrammo nel passaggio coperto il comandante, tutto rosso, sudato e sbuffante, che ci passò accanto senza vederci.
E picchiando spallate e fiancate dalle due parti del passaggio, sguazzando nella melletta color di carbone, urtati dalle persone affaccendate dell'equipaggio, arrivammo a prua.
Qui c'era già molta gente uscita dai dormitori, che si teneva con le mani ai guardacorpi, stati tesi a traverso alla coperta per uso dei marinai; e presentavano l'aspetto compassionevole d'una folla fuggita per quindici giorni dinanzi a un esercito invasore.
Il Commissario, che era sceso più volte nei dormitori, ci fece delle descrizioni da stringere il cuore e da vincer lo stomaco.
Aveva visto là sotto delle masse intricate di corpi umani, gli uni sopra e a traverso agli altri, con le schiene sui petti, coi piedi contro i visi, e le sottane all'aria; viluppi di gambe, di braccia, di teste coi capelli sciolti, striscianti, rotolanti sul tavolato immondo, in un'aria ammorbata, in cui d'ogni parte suonavano pianti, guaiti, invocazioni di santi e grida di disperazione.
Delle donne inginocchiate in gruppi, con le teste prone, dicevano il rosario, picchiandosi il petto; alcune facevano ad alta voce il voto di andare scalze a certi santuari, appena fossero ritornate in patria; altre volevano ad ogni costo confessarsi, e pregavano piangendo il Commissario che mandasse a chiamare il frate; il quale intanto stava confessando parecchi nel dormitorio degli uomini.
Varie donne avevan domandato supplicando che le lasciassero andare a salutare l'ultima volta i loro mariti prima di morire, e altre di poter salire un momento in coperta, un momento solo, per gettare in mare un'immagine di santo o una crocetta che avrebbero calmate le onde.
Ce n'era pure che lo scongiuravano in nome del cielo che facesse voltare il bastimento per tornare indietro.
Una delle più atterrite era stata quella falsa leonessa della bolognese, che singhiozzava e s'arruffava i capelli apostrofando il destino, come un'attrice di circo.
E raccontava anche degli esempi di paura ingenua.
Una povera vecchia l'aveva chiamato dalla sua cuccetta, e, con la voce strozzata dal pianto, mettendogli in mano settanta lire in argento, l'aveva pregato, già che era destino che s'andasse a fondo, che gli facesse la carità di far pervenire quella somma a suo fratello, a Paranà; come se, qualunque disastro avvenisse, fosse legge di natura che gli ufficiali di un piroscafo dovessero giungere salvi a destinazione.
Una povera contadina, cadendo da una cuccetta del secondo piano, aveva abortito.
Altre dallo spavento avevano perso la parola, e non facevano più che voci inarticolate e gesti di deliranti.
In quel momento ancora ce n'erano molte che non volevano credere che fosse cessato il pericolo, e stavano sempre afferrate convulsamente alla loro cuccetta, respingendo ogni parola di consolazione.
Povere donne! Esse mettevano anche più compassione perché non nascondevano per orgoglio l'animo loro.
Quelle già risalite sopra coperta, alcune con la testa fasciata, molte con dei gonfi sul viso, tutte spossate e come inebetite, che guardavano il mare con quell'occhio che si dice proprio dei groenlandesi, quasi pietrificato dalla visione abituale d'un infinito lugubre, davano una dolorosa immagine dello stato in cui dovevan essere ridotte quelle di sotto.
La vivacità loquace che suol succedere ai pericoli scampati non era nata ancora.
Tutti erano ancora agitati per modo che ad ogni ondata più grossa, ad ogni sbalzo forte del piroscafo, davano indietro dai parapetti, rimescolandosi, pronti a ricadere nel terrore di prima, e volgevan gli occhi dilatati verso il palco di comando, per consultare il viso degli ufficiali.
Non cominciarono a rasserenarsi che quando videro uscire dalla macchina, coi torsi nudi e coi visi infiammati e sudanti, superbi della loro vittoria, i fuochisti di ricambio, che andavano a riposare delle loro fatiche straordinarie: perché, durante la tempesta, tutti erano stati chiamati, dovendo quelli che lavoravano ai fuochi esser tenuti ritti a braccia dai loro compagni, per non rompersi la nuca contro le caldaie o bruciarsi la faccia nelle fornaci.
Ma allo spuntare delle prime stelle rinacquero la spensieratezza e l'allegria, e sorse un tale cicaleccio da ogni parte che pareva che tutti i mille e settecento passeggieri parlassero insieme.
Tutti descrivevano, tutti raccontavano, ed eran racconti concitati, interminabili e dieci volte ripetuti di mille piccoli incidenti di nulla, che la paura aveva ingigantiti nella immaginazione di ognuno, e che assumevano nell'esagerazione del discorso l'importanza di fatti degni di poema e di storia.
Metà dei passeggieri, dimenticando o negando la paura propria, dipingeva a colori comici, e fingeva di sprezzare, e forse disprezzava realmente la paura dell'altra metà.
Dopo la cena, s'intese a prua un chiasso straordinario di canti e di grida di briachi.
E anche alla nostra mensa ci fu festa.
Tutti sgranocchiarono come lupi, contenti della vita, beffandosi dell'oceano.
E il pranzo finì comicamente con un brindisi che fece il marsigliese all'intrepidité froide del comandante, con l'accento e il sorriso consapevole di uno che se ne intende.
Ma l'avvocato non c'era.
E, con rammarico di tutti, mancava anche la signorina di Mestre, che da quelle otto ore di strapazzo era stata scossa profondamente, e aveva avuto un trabocco di sangue.
DOMANI!
La mattina seguente il cielo e il mare erano splendidi, e tutta la popolazione del Galileo si dava moto, perché se il tempo durava bello, si sarebbe arrivati in America la sera dopo, forse ancora in tempo per isbarcare, e bisognava preparar le robe con comodo, e intendersi un po' tra amici e conoscenti intorno al da farsi.
L'affare più grave era l'iscrizione per lo sbarco, il decidere, cioè, se convenisse di andare o no dal Commissario a farsi notare fra coloro che intendevan di valersi delle offerte del Governo argentino, il quale pagava le spese dello sbarco agli immigranti che lo chiedessero, e dava loro vitto e ricovero per cinque giorni, e a quelli che si recavano nelle provincie dell'interno, il viaggio gratuito.
Quell'atto di farsi o non farsi iscrivere era chiamato dagli emigranti "dichiarar di voler essere o no con l'emigrazione".
Certo, i vantaggi erano grandi; ma eran grandi anche le diffidenze, poiché quella generosità del Governo (era un Governo!) dava a sospettare che vi si celasse qualche tranello, e che l'accettarla, fra l'altre cose, fosse un vincolare fin d'allora la propria libertà riguardo alla scelta dei luoghi e alle condizioni dei contratti.
Ciò non ostante, i più accettavano, e v'era una processione continua all'uffizio del Commissario, che pareva ridotto un'agenzia.
Entravano e, dando il nome, stroppiavano in cento modi quell'unica parola difficile che avevan da dire: - Mi noti con l'amigrazione.
- Accetto l'anmigrazione.
- Vado con l'inimigrazione.
- O pure, senz'altro: - Tal dei tali, migrazione.
- Molti, peraltro, ci andavano senz'aver anche preso una risoluzione, come si va a chiedere un parere a un uomo di legge, e dopo essersi fatti dare molti ragguagli, rifiutavano.
Le più perplesse erano le donne, le quali, quasi tutte, si fermavano a riflettere ancora una volta sull'uscio, grattandosi la fronte, come se si fosse trattato del destino di tutta la loro vita; e alcune, dato il nome ed uscite, ritornavano in fretta mezz'ora dopo a farsi cancellare, perché avevan saputo che il governo tradiva.
E con questi, era un affollarsi d'altri emigranti che venivano a chiedere informazioni intorno alla dogana, se per la tal cosa avrebbero dovuto pagare o no, e quanto, e anche se ci fosse modo di scansar la visita, per via di favore o d'astuzia.
E commoveva il sentire di che povere cose si trattasse, di regali, per lo più, che portavano a parenti o ad amici d'America: chi una bottiglia di vino particolare, chi un caciocavallo, chi un salame, o un chilogramma di paste di Genova e di Napoli, un litro d'olio, una scatola di fichi secchi, perfino una grembialata di fagiuoli, ma di casa propria, di quel tal angolo dell'orto, di cui il parente o l'amico si doveva ricordare sicuramente.
E venivano a domandare se fosse soggetto a dazio un piffero, una zampogna, un merlo, una cassapanca piena di padelle e di pentole usate.
Tutti parevano compresi dal terrore della dogana di Montevideo e di Buenos Ayres, della quale avevano udite raccontare cose favolose, e ne parlavano come d'un passaggio di foresta di mala fama, dove fosse appostata una banda, che li avrebbe ridotti in camicia.
Ma quelli che mettevan più compassione erano i malaticci, e certi vecchi soli: gli uni timorosi che la loro brutta cera desse nell'occhio al medico americano, alla visita dell'arrivo, e che questi li facesse cacciare in un lazzaretto; gli altri tormentati dal dubbio che non salissero a bordo in tempo, secondo l'intesa, il figliuolo o un parente prossimo, che doveva far garanzia dei loro mezzi di sussistenza; senza di che, giusta la legge argentina, che respinge le bocche inutili di sessant'anni, non avrebbero potuto sbarcare.
Gli uni e gli altri venivano a domandare al Commissario, ansiosi, che cosa sarebbe accaduto di loro in quei due casi di disgrazia, e uscivano crollando il capo, tristamente.
E il Commissario scriveva e scriveva, e si vedeva ripassar dinanzi l'un dopo l'altro i protestanti della montagna a cui aveva fatto delle reprimende, le ragazze che gli avevan rotto la testa con gli amori, le mamme che l'avevano infastidito con le gelosie, gli innamorati impudenti, le comari mettiscandoli, i rissanati che era stato costretto a spartire e a punire; e a ciascuno mostrava di riconoscerlo con un sorriso, o con un scotimento di capo, o con una buona parola.
Ed io, accanto a lui, non mi stancavo di riguardar quel camerino pieno di registri e di tabelle, pensando a quanti racconti di miserie e bugie romanzesche di ragazze e ire di litiganti e pianti di donne aveva già intesi.
E più che altro mi attiravano i sacchi della posta, accumulati in un canto, legati e suggellati.
Poiché v'eran là dentro i frammenti del dialogo di due mondi: chi sa quante lettere di donne che per la terza o la quarta volta chiedevano dolorosamente notizie del figliuolo o del marito, che non si facevan vivi da anni; e supplicazioni perché tornassero o le chiamassero a raggiungerli; domande di soccorso, annunzi di malattie, e di morti; e ritratti di ragazzi che i padri non avrebbero più riconosciuti, e richiami desolati di fidanzate e menzogne impudenti di mogli infedeli e ultimi consigli di vecchi: tutto questo mescolato a letteroni irti di cifre di banchieri, a epistole amorose di ballerine e di coriste, a prospetti di negozianti di vérmut, a fasci di giornali aspettati dalla colonia italiana, avida di notizie della patria; forse anche l'ultima poesia del Carducci e il nuovo romanzo del Verga: una confusione di fogli di tutti i colori, scritti in capanne, in palazzi, in officine, in soffitte, ridendo, piangendo, fremendo.
E tutti quei sacchi si sarebbero sparpagliati fra pochi giorni dalle foci del Plata ai confini del Brasile e della Bolivia e fino alle rive del Pacifico e nell'interno del Paraguay e su per i fianchi delle Ande, a suscitare allegrezze, rimorsi, dolori, timori; i quali poi, alla volta loro, pigiati in altri sacchi, avrebbero fatto in direzione opposta il medesimo viaggio, ammucchiati in un altro camerino come quello, dove avrebbero visto passare altre processioni di povere genti, che se ne ritornavano al mondo vecchio, forse meno poveri, ma non più felici di quando l'avevano abbandonato con la speranza d'una sorte migliore.
Intanto la processione continuava.
- Tal di tali: sta col Governo.
Tizio: con la migrazione.
Caio: disambarco ed asilo.
- Il lavoro fu interrotto da un'apparizione improvvisa della bolognese, che veniva con tutte le furie addosso a lagnarsi d'una nuova sanguinosa offesa d'un canaglia d'erbóff, il quale, passandole accanto e toccandole la borsa misteriosa, le aveva detto, con evidente allusione a quel certo supposto irripetibile: - Pagano dogana.
- Essa lo voleva vedere sul palco di comando coi ferri ai piedi e alle mani, o avrebbe proclamato davanti a tutti i Consoli d'America che gli ufficiali del piroscafo tenevano mano a tutti i più sfacciati boletàri di terza per avvilire le ragazze onorate.
Essendo vicina l'America, non parlava più del parente giornalista.
Il Commissario la rimbeccò, senz'alterarsi, promise che, finita l'iscrizione, avrebbe fatto giustizia, e si voltò in tronco verso due contadini irritati, i quali ritornavano a farsi cancellare dall'elenco, per non cadere nelle mani di quei boia de lader che si offrivano di sbarcare gratis gli emigranti per essere i primi a spogliarli e a far delle proposte sporche alle loro donne.
Erano evidentemente notizie raccolte calde calde a prua, dove degli agitatori lavoravano a scaldare le teste.
Andato là, in fatti, vidi sul castello il vecchio dal gabbano verde che perorava in mezzo a un uditorio più numeroso del solito, appoggiandosi, forse per simpatia politica pel color rosso, all'ancora di speranza, e scotendo al vento i capelli grigi.
La sbarbazzata del comandante per la protesta dei quarantasette non l'aveva punto intimidito; egli aveva risposto che si sarebbe fatto sentire sui giornali.
Ora poi la vicinanza della terra della libertà lo imbaldanziva anche più, e non solo non abbassava più la voce quando qualche dissanguatore del popolo passava da quelle parti, ma la gonfiava, rauca e rude come il suono d'un trombone, tendendo le corde del collo da far crepare la pelle.
Egli dava degli ammonimenti da cui si capiva che non faceva quel viaggio per la prima volta: che si guardassero dagli argentini, dai faccendieri della colonia italiana, dai Consoli, dai protettori di tutte le tinte, ch'eran tutti d'accordo, tutti farabutti che tiravano a ingrassarsi a spese dell'immigrazione.
Badassero sopra tutto, sbarcando, ai bagagli, ch'eran rubati a man salva; tenessero d'occhio le mogli e le figliuole, che s'eran dati dei casi nefandi, delle violenze consumate dagli agenti del governo, alla faccia del sole, sotto gli occhi dei padri e delle madri.
E niente asili, ch'eran baracche sconquassate, dove ci pioveva nei letti, e non davano da sfamarsi, o mettevan nella minestra delle porcherie che istupidivano, che riducevano un uomo a non saper più fare il più semplice conto, e allora venivano innanzi le birbe a proporre i contratti.
- All'erta, figliuoli! - gridava, all'erta bene, o sarete assassinati peggio che in patria! Guai a chi si fida! - Ma non era il solo che arringasse: altri crocchi qua e là stavano intenti ad altri oratori, sorti lì per lì, quella mattina.
Sul castello centrale teneva conferenza l'ex cuoco dottore, dilettante d'ocarina.
Egli ne aveva visto d'ogni colore, sapeva ogni cosa, aveva un consiglio franco e sicuro per tutti, in qualunque parte dell'America andassero, come se in ogni parte fosse vissuto molti anni, e avesse esercitato tutti i mestieri.
Diceva dei tiri scellerati che si facevano agli emigranti che avevan qualche cosa: cessioni di terre lontane per un boccon di pane; terre fertili e irrigate, dove si sarebbero fatti ricconi in dieci anni; e i merli, vuotata la borsa e partiti, trovavan poi dei deserti di sabbia, un'aria miasmatica, gli indiani a poche miglia, i leoni in volta la notte, e dei serpenti di cinque metri che s'infilavano nelle case.
E costretti a scappare dalla fame, dovevano viaggiare a piedi per centinaia di miglia prima di trovare un luogo abitabile, flagellati dalla pioggia per settimane intere, e portati via da venti d'inferno, che travolgevano i cani e le vacche come foglie secche.
A quei discorsi alcuni, sospettando l'esagerazione, alzavan le spalle, e se ne andavano; ma molti bevevan tutto, e rimanevano pensierosi, con gli occhi al tavolato.
In altri crocchi, però, predicavano degli ottimisti: un mondo nuovo, non più tasse, non più leva, non più tirannie: la terra germogliava a toccarla appena con l'aratro, la carne a cinquanta centesimi il chilogrammo, paesi di quattromila anime dove non si vedeva la grinta d'un "signore".
E citavano casi di rapide fortune, i granai ricolmi, i lavoratori dei campi che pagavano un professore apposta per i loro figliuoli.
"Viva l'America! Finirete di tribolare, sangue d'un cane!"
In quella preoccupazione generale si riconosceva a primo sguardo che l'eterno femminino era passato in seconda fila, che molti amori dovevano esser stati lasciati in asso: non si vedevano più tutti quegli adoratori a occhi fissi, che covavano per dell'ore la loro bella, o le giravano intorno mezza giornata per cogliere il momento di metterle una parola nell'orecchio o un livido nel braccio.
Ma quella preoccupazione appunto lasciava più liberi i pochi rimasti fedeli.
Tra questi notai il povero scrivano modenese, ch'era ritornato all'antica contemplazione, appostato un po' più lontano che per l'addietro, ma più immobile, più estatico, più spasimatamente innamorato di prima, come se i mali trattamenti, i cappiotti e le umiliazioni, poveretto, non avessero fatto che rendergli più bello e più caro l'oggetto adorato per cui aveva tutto sofferto.
Io l'osservai per un pezzo dal palco di comando, e non gli vidi né mover collo, né piegar costa, né sviar gli occhi, se non per la durata d'un attimo, dalla ragazza, la quale stava seduta al posto solito, facendo la calza, accanto al piccolo fratello, ritta sul suo bel torso di vergine sana e robusta, più bianca, più pulita, più fresca che mai.
E aveva sempre quel suo viso placido, che da vari giorni era leggermente adombrato; ma non tardai ad accorgermi che quell'umile e infaticabile adorazione di quel povero ragazzo solo, debole, brutto, deriso, le doveva avere destato un sentimento di pietà e di benevolenza d'amica e di sorella, che ella forse si credeva in debito di lasciar trasparire, per gratitudine; perché nel punto che stavo per allontanarmi, mentre essa girava intorno quel solito sguardo tranquillo, vidi i suoi occhi fissarsi per qualche momento, con una espressione chiarissima di bontà e di simpatia, - e non mi parve che dovess'essere la prima volta, su quel viso.
Ah! Dei del cielo! Quegli lampeggiò come uno specchio al sole, s'invermigliò, si riscosse tutto, e poi tirò un grande respiro, passandosi la mano sulla fronte e guardando intorno, come stupito che tutto il piroscafo non si fosse accorto del prodigioso avvenimento che era accaduto.
Ma nessuno intorno gli badava.
E quella fissità di tutti in un pensiero solo fruttò a me pure di poter girare un pezzo, liberamente, in mezzo alla folla, e di cogliere a volo molti discorsi.
Quella imminenza dell'arrivo aveva finalmente svegliato in quasi tutti una certa curiosità di sapere qualche cosa delle città e delle province dove si dovevano andar a stabilire; e molti interrogavano ora un ufficiale or un altro, o i passeggieri più istruiti di prua, tirando fuori le lettere sgualcite dei parenti e degli amici, e gesticolandovi su, e dandole a leggere e rileggendole insieme essi pure, con quella considerazione straordinaria che mostrano le persone illetterate o quasi per ogni specie di documento scritto, in cui suppongono sempre la possibilità di varie e sottili interpretazioni.
E sentivo pronunciare da molti quei nomi di colonie agricole, che poi mi dovevano essere così cari, Esperanza, Filar, Cavour, Garibaldi, Nuova Torino, Candelaria.
Ma, Dio santo, era una pena a veder la ignoranza tenebrosa in cui brancolavano quasi tutti, la nessuna idea della divisione degli Stati e delle distanze, come se l'America del Sud fosse un'isola di cento miglia di circuito, dove tutti i paesi si trovassero a un trar di fucile l'un dall'altro.
Buenos-Aires, Tucuman, Mendoza, Asuncion, Montevideo, Entre-Rios, Chilì, Stati Uniti, formavan nella mente dei più un indescrivibile e inestricabile imbroglio di idee false od oscure, dove il più accorto e paziente uomo del mondo non avrebbe saputo da che parte rifarsi per mettere un principio d'ordine e un barlume di luce.
E il pensiero che pure molti di loro, dei più giovani, erano andati a scuola, e avevano imparato a leggere e a scrivere, mi faceva cascar le braccia.
Qua e là, nei crocchi di famiglia, calcolavan le spese sulle dita.
- Dunque, cinque per lo sbarco, tre all'osteria mettiamo per il primo giorno...
- Più in là: Vapurino pe Rrusario, quatto pezz' e mèza, tanto; nu muorz' e pane pe' u viaggio, restano cinche ducate, senza cuntà 'e scarpe pe Ciccillo.
Sentii, fra l'altre cose, che correvan cattive notizie della signorina di Mestre, alla quale più d'uno contava di rivolgersi per avere dei consigli e raccomandazioni.
Parlavano d'una caduta grave; alcuni la credevano addirittura moribonda; certe donne dicevano che era già morta, ma che lo tenevan segreto, perché ci aveva colpa (in che modo non sapevano) il comandante.
Il contadino di Mestre me ne domandò notizie ansiosamente.
Tutta la sua famiglia s'era tornata a rincantucciare nell'antico posto, tra la stia e la botte, sotto una tenda di fasce stese ad asciugare, all'ombra delle quali il piccolo Galileo, rosso come un gambero, poppava come un vitello, tra le braccia della mamma sorridente.
- Ah! povareta! - esclamò il contadino.
- Vardemo se quela disgrassia ghe doveva capitar a un anzolo come quela! La xé tropo bona, no la pol far vita lunga.
- E la donna soggiunse: - La ghe diga che pregheremo per ela, a la nostra sántola, che Dio la benedissa! - Lui aveva fede nel governo, s'era iscritto con l'amigrazion, non poteva credere a tutte quelle pantalonae che andavan dicendo quei mati del castello di prua.
- Poi mi domandò se era vero quello che diceva l'ex cuoco sapiente del castello centrale, che dall'equatore in giù l'acqua in cui si navigava la xera bona da bévar, per via del gran fiume d'America che ributtava indietro le onde del mare.
Ma s'interruppe per esclamare: - Ecco i nostri noviparoni!
Erano i cinque argentini, in compagnia del prete napoletano, che venivano per la prima volta a prua a dare un'occhiata ai loro ospiti.
Il prete doveva spiegare al deputato un qualche suo progetto d'impresa finanziaria, perché gli dicea forte, agitando la mano come un ventaglio: - ...
si se encontràran los accionistas para un gran banco agricola-colonizador...
- Ed io mi unii a loro, spinto da una più viva simpatia, in quegli ultimi giorni, per i figli di quel paese a cui tanti miei concittadini stavano per affidare le sorti della propria vita.
E cercavo sul loro viso le impressioni dell'animo.
Ma essi guardavano e non dicevano nulla.
Gli occhi loro, per altro, e ogni minimo atto rivelavan la soddisfazione d'orgoglio ch'ei risentivano al veder tutta quella gente, la quale andava a chieder sostentamento alla loro patria, la maggior parte per sempre, e i cui figliuoli a venire, nati cittadini della repubblica, avrebbero parlato la loro lingua e non più imparato la propria, e mostrato forse vergogna, come troppo spesso accade, della loro origine straniera.
Essi forse, guardandoli, si rappresentavano con l'immaginazione tutti quei mangiatori di terra e trafficanti liguri all'opera, e vedevan guizzare le barche cariche sulle acque del Paranà e dell'Uruguay, allungarsi a traverso alle foreste le nuove strade ferrate degli stati tropicali, alzarsi i canneti di zucchero nei campi di Tucuman, e i vigneti sui colli di Mendoza, e le piantagioni di tabacco nel Gran Chaco, e le case e i palazzi sorgere a mille a mille, e miriametri quadrati di deserto verdeggiare e indorarsi sotto la pioggia dei loro sudori.
Un'onda di cose mi venne allora alla bocca, da dir loro.
Voi accoglierete bene questa gente, non è vero? Sono volontari valorosi che vanno a ingrossare l'esercito col quale voi conquistate un mondo.
Son buoni, credetelo; sono operosi, lo vedrete, e sobrii, e pazienti, che non emigrano per arricchire, ma per trovar da mangiare ai loro figliuoli, e che s'affezioneranno facilmente alla terra che darà loro da vivere.
Sono poveri, ma non per non aver lavorato; sono incolti, ma non per colpa loro, e orgogliosi quando si tocca il loro paese, ma perché hanno la coscienza confusa d'una grandezza e d'una gloria antica; e qualche volta sono violenti; ma voi pure, nipoti dei conquistatori del Messico e del Perù, siete violenti.
E lasciate che amino ancora e vantino da lontano la loro patria, perché se fossero capaci di rinnegar la propria, non sarebbero capaci d'amar la vostra.
Proteggeteli dai trafficanti disonesti, rendete loro giustizia quando la chiedono, e non fate sentir loro, povera gente, che sono intrusi e tollerati in mezzo a voi.
Trattateli con bontà e con amorevolezza.
Ve ne saremo tanto grati! Sono nostro sangue, li amiamo, siete una razza generosa, ve li raccomandiamo con tutta l'anima nostra!
E non so che riserbo sciocco, - che in quel caso era peggio che sciocco, vile - mi trattenne dal dire quelle cose.
Essi m'avrebbero ascoltato con stupore, certo; ma forse non senza commozione.
Il mare era così bello! E pareva che ognuno lo dovesse rispecchiare dentro di sé.
Fin dal mattino s'eran visti all'orizzonte dei velieri e dei piroscafi di paesi diversi, diretti al Plata, e vari stormi d'uccelli erano venuti intorno al Galileo a gridargli il ben arrivato.
Finito quel rimescolìo per l'iscrizione, tutti s'erano quetati, e si mostravano inclinati alla benevolenza.
Parecchi emigranti che avevano ottenuto di entrare in prima classe a cercar sottoscrizioni per due lotterie, d'un orologio d'argento e d'una vecchia incisione della Madonna, a benefizio di due famiglie povere, raccolsero un monte di firme a sessanta centesimi: la estrazione, diceva il foglio, si sarebbe fatta la mattina del giorno dopo "con le garanzie volute, davanti al macello".
Dopo mezzodì, non nacque più alcun diverbio a bordo.
Le terze classi ebb
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