SULL'OCEANO, di Edmondo De Amicis - pagina 31
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Tutti fecero largo, quelli vennero innanzi e fecero l'atto di deporre il carico sull'asse.
Ma s'eran messi di traverso.
Il Comandante disse a voce bassa: - Per drito, brüttoi.
Ci si misero meglio, e deposero adagio il cadavere, coi piedi rivolti verso il mare: le grosse spranghe di ferro che gli avevano attaccato ai piedi picchiarono sonoramente sul tavolato.
Il morto era stato ravvolto in un lenzuolo bianco, cucito a modo d'un sacco, che gli copriva il capo, e poi disteso sulla sua materassa ripiegata in su dai due lati, e legata tutt'in giro con una corda: le spranghe sporgevano fuori dell'involto.
Il tutto presentava l'aspetto miserando d'una balla di mercanzia, affastellata in furia per uno sgombero.
Il corpo pareva così rimpicciolito e accorciato, che l'avrei creduto d'un ragazzo.
Da una scucitura del lenzuolo, in fondo, sporgevano le dita nude d'un piede.
Il naso adunco e il mento, che facevan punta sotto la tela, mi ricordarono l'espressione di attenzione premurosa con cui quell'infelice aveva cercato l'indirizzo del figliuolo, la prima volta che l'avevo visto nella sua cuccetta.
E forse il figliuolo dormiva a quell'ora in qualche baracca di legno, vicino alla sua strada ferrata, e sognava con piacere che avrebbe riveduto tra pochi giorni il suo povero vecchio.
Tutti tenevan gli occhi fissi sulla forma di quel viso, come se avessero aspettato di vederla muovere.
Il silenzio e la quiete d'ogni cosa intorno erano così profondi e solenni, che ci pareva d'esser noi soli viventi nel mondo.
- A lei, reverendo! - disse il comandante.
Il prete si fece vicino allo sportello, e tuffata la mano nella scodella del marinaio, asperse il cadavere e diede la benedizione.
Tutti intorno si scoprirono, alcuni passeggieri di terza si misero in ginocchio.
Mi voltai indietro: s'era inginocchiata anche la signorina, col viso tra le mani, nell'ombra.
Il prete incominciò a recitare in fretta: - De profundis clamavi ad te, Domine; exaudi vocem meam.
Molte voci risposero: Amen.
Le due lanterne tenute dai marinai gettavano una luce rossiccia sui visi immobili e tristi, dietro ai quali era una tenebra infinita.
Fra gli altri, vidi in seconda fila il garibaldino, e fui come ferito di trovar quel viso chiuso e duro come sempre, che non mostrava il più leggiero senso di pietà, come se si stesse per gittar nel mare un sacco di zavorra; e tornai a domandarmi come fosse possibile che l'amicizia di quella santa creatura inginocchiata là dietro non avesse potuto nulla ancora sull'animo suo; e provai vergogna d'essermi ancora una volta così puerilmente ingannato, immaginando che vi fosse una grand'anima nel petto di quell'uomo senza cuore.
Il prete mormorò con rapidità crescente gli altri versetti del De profundis e l'oremus absolve.
Poi asperse un'altra volta il morto d'acqua benedetta.
Al requiem æeternam tutti s'alzarono.
- Andemmo, - disse il comandante.
Due marinai, presa l'asse alle due estremità, la sollevarono lentamente, e la posarono sull'orlo del piroscafo, spingendola un poco innanzi, in modo che sporgesse fuori d'un quarto.
Nell'atto che l'alzavano, vidi muovere qualche cosa di nero sul petto del morto, e avvicinandomi, riconobbi la croce nera della signorina.
Le lanterne s'alzarono.
I due marinai afferrarono l'asse dalla parte del capo, e presero a sollevarla dolcemente: il corpo cominciò a scorrere...
In quel punto mi suonarono dentro quelle parole desolate del moribondo, come se fossero gridate a voce altissima, con un grido immenso che coprisse l'oceano: - Oh me fieul! Oh me pover fieul!
Il corpo scivolò, disparve nelle tenebre, fece un tonfo profondo.
Allora i marinai chiusero in fretta lo sportello e tutti sparirono di qua e di là, come ombre.
Prima che fossimo rientrati a poppa, il piroscafo aveva ripreso il cammino, e il povero vecchio proseguiva già assai lontano da noi la sua discesa solitaria verso l'abisso.
LA GIORNATA DEL DIAVOLO
Se è vero che in ogni lunga navigazione v'è una così detta "giornata del diavolo" in cui tutto va alla peggio, e il piroscafo diventa un inferno, io credo che il Galileo abbia avuto la sua il giorno dopo di quella sepoltura, almeno per tre quarti, poiché, grazie al cielo, non finì com'era incominciata.
Ci può aver contribuito quella morte a bordo, il sapere che da due giorni si faceva poco cammino, e un brutto mare somigliante ad una immensa lastra di platino, la quale rifletteva una vôlta di nuvole senza colore, donde pareva che piovessero falde dilatate di fuoco, come sopra i bestemmiatori dell'inferno dantesco.
Ma tutto questo non basta a dar ragione d'una giornataccia compagna, e bisogna proprio ammettere un influsso misterioso del tropico del Capricorno, che si doveva passare nelle ventiquattr'ore.
Appena svegliato, sentii che l'aria era carica d'elettricità: una sfuriata di gelosia della cameriera genovese, portata via dalla passione a tal segno, che inveiva a voce alta per i corridoi contro il Ruy Blas infido, ripetendogli cento volte il nome dell'animale nero, senza un rispetto al mondo, come se fosse stata nel bel mezzo di piazza Caricamento: a fatica riuscì l'agente di cambio a farle chiudere la fontana degli improperi, minacciandola di andar diritto dal comandante.
Salgo su: trovo il comandante fuor della grazia di Dio, che agitava per aria un foglio, interrogando il Commissario, e minacciando di correr lui in persona a piggiali a pê in to cu tutti e quarantasette.
Gli avevan fatto ricapitare poco prima una lettera, firmata alla meglio da quarantasette passeggieri di terza classe, i quali si lagnavano del vitto, sollecitando in special modo "una maggior varietà nella guernizione dei piatti di carne" che era sempre la medesima; il che, diceva la protesta, deve cessare.
La protesta era stata promossa dal vecchio toscano dal gabbano verde, e scritta sur un foglio di carta che rivelava un istintivo abborrimento del lavatoio in tutti quanti i sottoscrittori; la qual cosa inaspriva incredibilmente la collera del comandante, che sospettava in quella sudiceria una intenzione d'offesa, e voleva dare una lezione esemplare.
Intanto ordinava un'inchiesta.
Di più, il Commissario gli riferiva che durante la notte non si sapeva quali passeggiere di terza avevan tagliuzzato colle forbici il vestito di seta nera di quella certa signora, senza motivo alcuno, per pura malvagità, e che questa volta la povera donna, stata paziente e timida fino a quel giorno in mezzo a ogni sorta di sgarbi, aveva perso il lume degli occhi, ed era corsa a chiedere giustizia, singhiozzando, soffocata dall'angoscia e dall'ira.
Si trattava di scoprir le colpevoli.
Ma c'era altro.
Non si sapeva chi, per non essere costretto a succhiare e costringere i marinai a dar l'acqua a bidoni, aveva spezzati tutti i bocchini dei cernieri dell'acqua dolce.
Ma s'era sulle tracce dei rei.
Si trattava di stabilire il castigo.
La giornata s'annunziava male.
Salii sul cassero, dov'eran quasi tutti i passeggieri: tutti visi di gente che avessero passato la notte sui pettini di lino.
Le antipatie reciproche erano salite fino a quell'ultimo limite che separa il silenzio sprezzante dall'ingiuria aperta.
Si passavan sui piedi gli uni a gli altri senza salutarsi.
La stessa "domatrice" che da vari giorni viveva in una specie d'effervescenza d'amor materno per tutti, se ne stava in disparte, abbattuta come se le girasse sul cuore tutta la Chartreuse della sua dispensa segreta.
Il genovese mi venne incontro con una faccia truce, e fissandomi in viso il suo occhio unico, mi disse di mala grazia: - Sa lei che c'è di nuovo questa mattina?...
Niente ghiaccio! S'è rotta la macchina, e il marinaio s'è sciupato una mano.
È la seconda volta.
Un'infamia! - Era nero.
E fece per allontanarsi, ma tornò indietro, e mi domandò, guardandomi di sbieco: - E quel fritto misto d'ieri sera? - E fatta una risata ironica, tirò via.
Anche il mio vicino di camerino, appoggiato all'albero di mezzana, era più stravolto del solito, e nel viso e nel vestito mostrava tutti i segni d'aver passato la notte sul cassero per non esser torturato sotto dalla sua aguzzina.
Perfino gli sposi, seduti l'uno accanto all'altro sur un sofà di ferro, avevan l'aria acciucchita, e stavan muti come se per la prima volta fossero stanchi e irritati di quel letto di Procuste, in cui erano costretti a studiar lo spagnuolo da tre settimane.
Che sorridessero non c'era che la signora argentina, vestita d'un bellissimo vestito verde carico, il cui colore si rifletteva come in uno specchio sul viso della madre della pianista; e la signorina di Mestre, che andava in giro con quel suo viso dolce e malinconico, e con un foglio tra le mani, a cercar oblatori a benefizio del contadino febbricitante, e di sua moglie, perché non arrivassero in America senza panni e senza scarpe.
Ed era una cosa che metteva pietà per lei e faceva sdegno il vedere con che facce fredde e quasi arcigne era ricevuta, e con che stento scortese, dopo molte parole, scrivevano la maggior parte il loro nome.
Pochi parlavano, e questi pochi, si capiva dalle loro guardatacce oblique che dicevano corna di qualche cosa o di qualcheduno, con l'acrimonia della gente che ha i nervi sossopra.
Intesi fra gli altri il mugnaio, il quale si lamentava che a bordo d'un piroscafo come quello si permettesse ai passeggieri di salire sopra coperta in pantofole; e accennava con gli occhi il prete napoletano, che strascicava coi piedi due vere gondole di Venezia, con cui giungeva alle spalle della gente inaspettato, come uno spettro: ciò che indispettiva più d'uno.
L'impudenza di quel rinnegato mangiafarina mi fece voltar le spalle a tutta quell'uggiosa compagnia.
E me n'andai a prua.
Ma qui trovai di peggio.
L'afa e il puzzo avevan cacciati tutti su, non ci avevo mai visto tanta gente: era una folla densa dalle cucine fino alla punta di prua, e tutti irrequieti, come se aspettassero un avvenimento, e straordinariamente arruffati, scomposti nei vestiti, e sudici, come se da vari giorni non fossero più andati a dormire.
Si vedeva che n'avevan tutti fin sopra ai capelli del mare, del piroscafo, della cucina e del regolamento, e che sarebbe bastato un nulla a farli uscire dai gangheri.
Nessuno giocava, non si sentiva cantare.
Perfino il gruppo dei belli umori del castello centrale era muto: il contadino snasato dormiva, il cuoco enciclopedico passeggiava solo, l'album pornografico del portinaio non aveva lettori: soltanto il barbiere Veneto faceva sentire di tratto in tratto il suo ululato lamentevole di cane abbaiante alla luna, col quale pareva che esprimesse il sentimento comune di quella moltitudine.
E gli emigranti affollati verso poppa guardavano le porte del salone e i passeggieri di prima con un occhio più torvo del consueto, in cui si leggeva che quella mattina ci avrebbero fatto peggio che delle spostature.
Perché, insomma, eravamo noi che rubavamo loro tanta parte del piroscafo, ingombrando noi soli, tra men di cento, quasi altrettanto spazio di quello che occupavan essi, che erano un popolo: eravamo noi che ingollavamo tutti quei piatti fini, ch'essi vedevano passare sulla piazzetta due volte al giorno, e di cui ricevevano il fumo nel naso; e per noi correvano e s'affaccendavano tutti quei camerieri in vestito nero, mentre essi erano costretti a rigovernarsi le gamelle all'acquaio, e a tender la mano in cucina, come mendicanti.
E in fondo erano scusabili.
Noi avremmo guardato con egual dispetto...
eguale? peggiore forse, una classe primissima, se ci fosse stata, di passeggieri milionari rimpinzati di fagiani e ubbriacati di Johannisberg.
Essi erano stufi alla fine di quel lungo contatto forzato con l'agiatezza spensierata, di sentirsi come pigiati nella propria miseria, dentro a quella gran piccionaia piena di stracci e di cattivi odori.
E non potendo picchiare noi, si picchiavan tra loro.
Già la mattina alle otto s'eran presi a schiaffi e a calci i due contadini gelosi della negra, e il comandante li aveva mandati tutti e due alla gogna sul terrazzino del palco di comando, obbligandoli a star ritti, l'uno in faccia all'altro, coi nasi che si toccavano; ed essendosi tamburati anche là, erano stati chiusi in due ripostigli.
Poi la bolognese, offesa d'una rispostaccia del panattiere di bordo, gli aveva rifilato un ceffone maiuscolo, per cui era stata chiamata dal Commissario.
E come accade sempre, essendo contagioso l'esempio, erano accadute altre baruffe: parecchie donne avevano le trecce disfatte e il viso graffiato.
Poi i ragazzi s'accapigliavano, aggrovigliandosi otto o dieci insieme, e rotolavano sul tavolato in gruppi confusi, che i parenti accorrevano a districare, prodigando sculacciate e scarpate alla cieca, e caricandosi fra loro di contumelie.
L'irritazione aveva invaso perfin la cucina, dove, per rivalità di vendite di contrabbando, era scoppiato un accanito diverbio fra il cuoco e i suoi aiutanti, che si sentiva per tutta la prua, accompagnato da uno strepito furioso di cazzaruole.
Per noi di prima le cose si guastarono ancora alla colazione, che fu cattiva, e resa peggiore dal silenzio e dal cipiglio addirittura tragico del comandante, il quale avea sul cuore un affare, oltre a quello dei quarantasette, assai grave.
Un'ora prima gli s'era presentata con molta dignità la madre della pianista, e gli avea sfoderata una protesta in tutte le forme contro gli svolazzamenti notturni della signora svizzera, la quale, a ore incredibili, passava in abbigliamenti leggerissimi davanti al suo camerino, attiguo a quello di lei, con molto scandalo della ragazza; quando pure lo scandalo non era peggio; il che accadeva tutte le volte ch'essa mandava il marito su, a studiare il cielo stellato, e nel camerino non restava sola.
Ci doveva essere di balla qualche persona di servizio; oramai non si parlava d'altro a poppa; era una cosa che non poteva durare; il signor comandante ci avrebbe dovuto metter riparo.
E il comandante, stuzzicato nel suo debole, aveva gettato fuoco e fiamme, e promesso in so zuamento [6] di dir quattro parole delle sue a quel barbagianni di professore, e alla signora, se fosse occorso, e anche a quell'altro o a quegli altri, che il bastimento non era quello che credevano, e che avrebbe fatto rispettare la decenza, perdio, da tutti quanti, a costo di mettere i marinai di sentinella nei corridoi.
E aveva concluso solennemente: Porcaie a bordo no ne veuggio.
C'era dunque da aspettarsi una scenata.
Durante tutta la colazione, intanto, egli saettò occhiate da Torquemada sulla signora bionda, che molti altri guardavano, parlandosi nell'orecchio, senza che ella s'avvedesse di nulla.
Stringata in una deliziosa veste color di tortora, più fresca e più vispa che mai, empiva l'orecchio a suo marito di cinguetii e di trilli, sorridendo a tutti i suoi amici coi suoi dolci occhi senza pensiero, simili a due belle finestre d'una sala vuota, mostrando in mille modi i denti bianchi, le mani piccole, il braccio tornito, l'anima misericordiosa.
E dopo colazione ricominciò il suo va e vieni sul cassero, interrotto da scomparse improvvise a cui seguivano riapparizioni aspettate, inconsapevole, poveretta, della spada di Damocle che le pendeva sui riccioli biondi; anzi sempre più gaia e più viva, quanto più le cresceva la noia d'intorno, e come animata da un ardore d'eroina che allattasse degli assediati sfiniti, dicendo con gli occhi che non era sua colpa se non poteva fare di più in sollievo dell'umanità sofferente, ma che faceva tutto quel che poteva.
Fuor d'ogni dubbio, s'era rimessa sul serio con l'argentino; ma il tenore e il toscano non erano abbandonati, e il Perù pareva che stesse per entrare nella confederazione.
Ma verso le tre essa discese per non più risalire, ed essendo scomparsa quell'unica faccia allegra, l'uggia ricascò sul cassero più soffocante di prima.
Per un momento, nondimeno, ci distrasse un'avventura comica seguita all'avvocato.
Vincendo la sua ripugnanza istintiva per l'acqua salsa, era andato a fare un bagno; ed entrato nella tinozza, s'era lasciato salir l'acqua fino al petto; ma quando poi allungò la mano per chiudere la chiavetta, sia che questa non giocasse bene, o che per turbamento egli non la girasse per il suo verso e la guastasse, il fatto è che non riuscì ad altro che a sprigionare un getto più forte, una vera colonna d'acqua impetuosa, la quale in pochi minuti colmò il recipiente, allagò il camerino, gl'infradiciò i panni e lo fece scappar fuori mezzo svestito, con la barba sgocciolante e una pauraccia di naufragato.
Noi lo vedemmo passare di gran corsa sulla piazzetta, gridando ai camerieri che corressero a chiudere, che il bastimento calava a fondo.
Ma questo non fu che un lampo che fece appena sorridere cinque o sei passeggieri.
Il caldo essendo cresciuto, e il lezzo che veniva dai dormitori di terza diventato pestifero, la maggior parte trasportarono il corpo di calza sfatta dal cassero al salone, e si abbandonavano qua e là pei divani e intorno ai tavolini.
Oh l'insopportabile gente! Conoscevo già gli atteggiamenti e i più piccoli gesti abituali di tutti, e i titoli di tutti i romanzi che leggicchiavano da due settimane, e la nota musicale dello sbadiglio di ciascheduno: mi pareva di assistere per la centesima volta a una stupida rappresentazione d'un teatro meccanico.
Non era più tedio, ma una vera malinconia, che stringeva il cuore.
Non si vedevan che facce allungate, fronti appoggiate sulle mani, occhi velati e immobili.
La pianista sonava sul pianoforte non so che musica di funerale: il brasiliano venne a pregarla rispettosamente di smettere, perché sua moglie, coricata in cuccetta, soffriva un mal di nervi terribile: la ragazza chiuse il pianoforte con un colpo secco, e se n'andò.
L'agente mi disse che la signora grassa singhiozzava nel suo camerino.
Perché? Non lo sapeva.
Effetti del Capricorno.
Anche una signorina della famiglia in lutto, su nella seconda classe, piangeva.
Una discussione acre nacque improvvisamente in un angolo tra un argentino e il marsigliese, dicendo il primo, con ragione, che dall'osservatorio di Marsiglia non si potevan vedere del Centauro altro che due stelle, quelle che segnan la testa e la spalla; mentre l'altro sosteneva che si vedevan tutte.
- Toutes les sept, monsieur, toutes les sept! - Ma è assurdo! - Mais, monsieur, vous avez une façon...
La comparsa del comandante, che cercava qualcuno intorno con un brutto sguardo, li quietò.
Il salone ricadde in un silenzio di cripta.
Non ci potendo più reggere, uscii per andare sul palco di comando.
Ma non ero ancora in fondo al passaggio coperto, che udii un grido di terrore, e vidi molta gente affollarsi ai piedi di una delle scalette del palco.
Un bambino, salito fin sull'ultimo scalino, era precipitato di lassù, dando del capo sul tavolato.
Sua madre, credendolo morto, gli si gettò sopra disperatamente, e strettolo fra le braccia, cominciò a urlare come una pazza: - Me lo jettano ammare! Me lo jettano ammare! U peccirillo mio! A criatura mia! - e faceva l'atto di difenderlo, minacciando, digrignando i denti, respingendo la folla.
Il medico accorse, e menò madre e bimbo all'infermeria.
Quest'accidente suscitò un gran fermento di lamentazioni contro il piroscafo, che era pien di pericoli, e contro il Comando, che non metteva un marinaio di guardia alle scale.
Il vecchio dal gabbano verde prese a declamare rabbiosamente, coi capelli al vento e l'indice in aria, dal castello di prua.
Ma un altro guaio era seguito poco prima.
Lo scrivanello, a cui il fatto dei baci aveva rialzato il credito a prua, perché lo consideravano come uno sfregio fatto "alla principessa", era da due giorni assediato di congratulazioni burlesche, come se fosse andato più innanzi di quanto era vero, e si può pensare fin dove; ed egli s'arrovellava, negava, s'addolorava.
Finalmente, a una congratulazione più brutale dell'altre, gli aveva dato il sangue alla testa, e s'era messo a sprangar calci e pugni come un matto furioso; ma, poveretto, per aver la peggio, perché gli s'eran stretti intorno tre o quattro, e impedendogli le braccia e le gambe, gli avevano strofinata la faccia col cappello, ed era stato fortuna che potesse scappare nel dormitorio, col naso scoriato.
Cercai la genovese: era al solito posto, che lavorava, bella e composta come sempre, ma con un'ombra di sdegno negli occhi; poiché oramai indovinava l'insolenza oscena dei discorsi e sentiva le occhiate d'odio che le vibravano d'intorno, e da due giorni il padre le faceva la guardia accanto, in piedi, risoluto a romper la testa a qualcuno.
Ma il prurito alle mani l'avevan tutti.
Ogni mezz'ora si formava un attruppamento intorno a due passeggieri che si mettevan le mani sul muso o si agguantavano per la cravatta.
Quando la presenza d'un ufficiale impediva loro di venire alle mani, si sfidavano con le debite forme: - A prua! - A prua! - Questa sera a notte! - A notte! - Il castello di prua era il campo chiuso prescelto solitamente dai cavalieri.
Tre o quattro volte, per altro, se le diedero subito e di santa ragione, prima due, poi tre, poi una mezza dozzina, producendo un ondeggiamento in tutta la folla, e dovettero accorrere gli ufficiali e i marinai.
Due ubbriachi, che avevano il vino triste, s'avvinghiarono come due belve, e s'ammaccarono le costole cascando tutti e due insieme sopra le ruote del verricello.
E questa volta accorse il comandante, furibondo, col proposito manifesto di dare qualche mascà memoranda, per rifarsi la mano.
Ma non giunse in tempo.
Le cose erano al punto ch'io m'aspettavo di veder prima di sera tutta quella massa di gente avviticchiarsi e accavallarsi in un monte informe di membra, come nelle mischie guerresche del Dorè, e traboccare fuori dai parapetti nel mare.
Ma invece d'avversione, sentivo più forte, in quei brutti momenti, la compassione delle loro miserie, e come un impulso affettuoso e triste verso di loro; poiché sotto l'espressione provocante di tutti quei visi, s'indovinava un oscuramento passeggiero di ogni speranza, una grande stanchezza della vita, un pianto segreto, che usciva in ira; e si vedeva che soffrivano, e che, in fondo, avevano pietà gli uni degli altri, e ciascuno di sé stesso.
L'immagine vivente del loro stato d'animo erano quei due vecchi contadini del castello di prua, marito e moglie, che anche allora stavano seduti accanto sopra due bitte, con le braccia incrociate sulle ginocchia e il capo abbandonato sulle braccia, mostrando i colli magri e rugosi, che raccontavano cinquant'anni di fatiche senza compenso.
Mentre stavo guardandoli, una donna incinta cadde in deliquio, sopra i coperchi vetrati della boccaporta del dormitorio, arrovesciando la faccia bianca tra le braccia delle vicine.
E subito corsero cento voci: - È morta una donna, - È morta una donna.
- Io me n'andai.
Dove andare? Sei ore eterne dovevano passare prima di notte.
Rientrai nel salone, e cominciai a sfogliare l'album di bordo, in cui varii passeggieri avevano scritto; ma era pieno di sciocchezze, di luoghi comuni e di bugie.
Allora discesi nel camerino, ultimo rifugio, per tentar di dormire.
Ma il camerino mi parve più stretto, più asfissiante, più odioso che non mi fosse mai parso.
I passeggieri dovevano esser discesi quasi tutti; eppure non si sentiva nessuno, come se quelle cento pareti di legno non racchiudessero che cadaveri.
Non si udiva che la nenia lamentevole della negra, come un canto solitario per le vie d'una necropoli.
E mi pareva che mi pesassero su l'anima non soltanto i miei, ma tutti i tedi, tutti i ricordi amari e gli affetti lacerati e i tristi presentimenti ch'erano ammucchiati su all'aria aperta, tra quei mille e seicento figliuoli d'Italia, che andavano a cercare un'altra madre di là dall'oceano.
Ed era inutile che cercassi di ragionarmi, analizzando il mio stato d'animo, per dimostrare a me stesso che non c'era un perché logico del veder tutto fosco quel giorno, come gli altri, mentre pel solito, diversamente dagli altri, vedevo ogni cosa in un buon aspetto.
I pensieri foschi, tenuti per un momento con uno sforzo fuor della mente, vi rientravano, appena cessato quello, come un'onda di torrente, e ne invadevano tutti i recessi.
E non so quanto tempo stetti su questi pensieri; poi m'addormentai.
Ma ebbi un sogno orribile: casa mia di notte, - un via vai di lumi e di facce che non conoscevo, - un rantolo in una camera di cui non mi riusciva di trovar la porta, - e poi mutata la scena in un lampo, uno spaventevole grido: - Si salvi chi può! - e il disordine disperato d'un piroscafo che si sprofonda nell'abisso...
Nel punto stesso mi svegliò un forte rumore.
Non so se avessi dormito tre ore o cinque minuti.
Nel camerino brillava un raggio di sole.
Il rumore cresceva sopra il mio capo.
Era un gridìo di gente che si chiamava per nome, un suono di passi affrettati, un tramestìo come all'annunzio d'un pericolo.
Feci un salto fuori: da tutti gli altri camerini uscivano i passeggieri correndo, e si slanciavano su per le scale.
Salii in coperta, mi trovai tra una folla.
Guardai verso prua: quanto c'era di vivo nelle più profonde cavità del bastimento era sbucato fuori; un brulicame nero da un capo all'altro; tutti si gettavano contro al parapetto di destra, salivano sulle stie, sulle panche e sulle scale a corda, guardando il mare.
Io non vedevo nulla, un baluardo di schiene mi nascondeva l'orizzonte.
Interrogai due che passavano: scapparono senza rispondere.
Allora salii sul palco di comando...
Ah! la benedetta apparizione! La divina cosa che vidi! Un piroscafo enorme e nero, imbandierato e affollato, veniva maestosamente verso di noi, fendendo il mare azzurro, sotto il cielo limpidissimo, con la prua alta e con le vele gonfie, dorato dal sole, fumante e festoso, che pareva balzato come un prodigio dal seno dell'oceano.
Era il Dante, della stessa società di navigazione del Galileo, proveniente dal Plata, diretto in Italia, carico di emigrati che tornavano in patria.
Era il primo grande piroscafo che incontravamo dopo l'uscita dal Mediterraneo, ed era un fratello.
Ad ogni sbuffo dei suoi grandi fumaioli stellati, ingigantiva, e apparivano più nette le mille figure umane che lo coronavano.
Le due moltitudini, affollate sulle due prue, si guardavano in silenzio; ma tutti fremevano.
Il Dante ci s'avvicinò tanto che un'improvvisa ondata ci fece rullare violentemente.
Quando fu alla massima vicinanza, a portata di voce da noi, presentandoci tutta la lunghezza del suo fianco superbo, un altissimo grido, da molto tempo trattenuto, proruppe quasi ad un punto dalle due folle, accompagnato da un frenetico sventolìo di cappelli e di fazzoletti; un grido interminabile d'augurio e d'addio, d'un accento strano, diverso da ogni altro grido di popolo che avessi inteso mai, uno scoppio di voci violente e tremanti, in cui si espandevano e si confondevano le tristezze del viaggio, il rimpianto della patria, la gioia di rivederla tra breve, la speranza di ritornarvi un giorno, la maraviglia e l'allegrezza affettuosa d'incontrar dei fratelli, di sentir la voce e l'alito dell'Italia nella solitudine dell'Atlantico immenso.
Furono pochi minuti.
In pochi minuti il Dante non fu più che una macchia nera nell'azzurro, dentellata appena dalle mille teste confuse dei suoi passeggieri.
Ma quella rapida visione aveva tutto mutato a bordo del Galileo, aveva risuscitato le speranze di buona fortuna, ridestati i canti, le risa, la benevolenza, la vita.
- Signore! - intesi dire vicino a me.
Mi voltai: era la signorina di Mestre che toccava il garibaldino col ventaglio.
Questi si voltò, e la ragazza, con un viso come illuminato da un baleno dell'anima, accennandogli con la mano scarna il piroscafo che s'allontanava, gli disse con la sua dolcissima voce: - Ecco la patria.
IN EXTREMIS
La mattina dopo tutti si salutarono sul cassero con le stesse parole allegre: - Ancora tre giorni! - Siamo agli sgoccioli! - Dopodomani, dunque! - E, singolare! quella benevolenza insolita tra i passeggieri nasceva in gran parte dal pensiero di essere tra poco liberati per sempre gli uni dagli altri.
Il tempo era buono, l'aria tepida.
La prua pareva un villaggio in festa.
Andandovi, incontrai il marinaio gobbo, meditabondo, che teneva a mano un paio di stivali.
Si soffermò e mi disse piano: - E donne, l'è brutto quando cianzan, ma l'è pezo quando rian.
- E mi spiegò il suo giudizio, che era fondato sull'esperienza.
Quando lungo il giorno passava sul piroscafo una grande allegrezza, come quella del dì innanzi, seguiva quasi sempre che la sera e la notte fossero una disperazione; per lui, s'intende, e per quella certa ragione.
La notte scorsa per esempio, gli sarebbe stata contata lasciù.
- Grandi cose, dunque? - gli domandai.
Alzò gli occhi al cielo.
Poi disse bruscamente: - Son stüffo de fa o ruffian! - E se n'andò, vedendo avvicinarsi l'agente.
Il quale pure era pensieroso, tormentato da due misteri che non gli riusciva di penetrare: l'uno, già detto, chi fosse il sospiro segreto di quel crostino della pianista, di cui coglieva sempre a volo lo sguardo e mai il guardato, come se facesse all'amore con uno spirito; e l'altro, il non aver veduto nessun indizio, neppure leggerissimo, sul viso di nessuno, della scenata che il comandante aveva promesso di fare per la signora svizzera.
Ed era comico il veder quell'uomo coi capelli bianchi preoccupato sul serio di quelle due bazzecole, come un ministro delle fila d'una congiura di stato.
E dicono che l'oceano ingrandisce l'anima! Eppure il comandante egli lo conosceva: non era uomo da aver minacciato a vuoto, in un affare di quella natura: chi poteva aver scongiurato la tempesta? Oh! l'avrebbe scoperto, se avesse dovuto logorarsi il cervello e star appostato tre giorni e tre notti, come un cacciatore di tigri.
La buona disposizione d'animo dei passeggieri favoriva i suoi studi.
Poco dopo le nove, quasi tutti stavan sul cassero, e i gruppi e gli atteggiamenti loro mi rimasero stampati netti nella memoria come ci soglion rimanere quelli che presentava la nostra famiglia il momento prima dell'annunzio o dell'avvenimento d'una sventura domestica.
Gli argentini formavano un cerchio vicino al timone a mano, col marsigliese, che si dondolava, motteggiando, davanti alla signora porteña; la quale lo stava a sentire con quel doppio sorriso finissimo delle donne, che sfuma la cortesia nella canzonatura.
La famiglia brasiliana, seduta al posto solito, girava intorno silenziosamente i suoi dodici occhi neri, come se vedesse tutti i presenti per la prima volta; e ai piedi della signora era accucciata la negra, come un cane.
Vicino all'albero stavano in piedi il ladro, l'impiccato e il direttore della società di spurgo inodoro, che da vari giorni erano sempre insieme, senza discorrer mai, come tre amici sordomuti.
L'avvocato sonnecchiava sur una seggiola lunga, con un libro sul ventre.
La signora bionda sedeva sopra un sofà, pigolando in mezzo al tenore e al peruviano, a cui copriva un ginocchio con la gonnella allargata; e pareva che il contatto di quella stoffa facesse balenare agli occhi gravi del quichua la visione delle mille e cinquecento sacerdotesse del Sole, ma di quelle del tempo della corruzione.
E sull'ultimo sedile verso poppa c'era la signorina di Mestre, più pallida degli altri giorni, fuorché alle sommità delle guance, che le ardevano; la quale parlava con una specie di eccitazione di febbricitante, ma con un sorriso d'una dolcezza inesprimibile, al garibaldino, seduto accanto a lei, col capo poderoso e bello un po' chino, nell'atto d'un uomo triste, intento a una musica che gli rammenti dei tempi felici, ma non gli ridesti più alcuna illusione.
Gli altri passeggiavano, col passo vivo e irregolare della gente allegra.
L'orizzonte era velato da una nebbia leggera, e c'era una certa gravezza nell'aria, che faceva sentire tratto tratto il bisogno di tirare un lungo respiro.
Ma la temperatura era gradevole in confronto dei giorni passati.
Gli argentini dicevano di sentir già los aires della patria.
Dovevamo trovarci presso a poco alla latitudine di Santa Caterina del Brasile.
A un dato momento salì sul cassero il genovese, fregandosi le mani, e mi disse passando: - Il barometro s'abbassa.
Pur di scuotere la noia mortale che gli tarlava l'anima, egli desiderava perfin la tempesta.
Ma non doveva avere il fatto suo l'uccellaccio del cattivo augurio.
Altre volte aveva dato giù a un tratto il barometro, ma il mare non s'era rabbuffato.
È del mare quello che si dice del popolo: che quando si vede in calma, non si capisce in che modo ne possa uscire, come non par possibile che s'abbia mai a racquetare, quando si vede in furia.
Il velo dell'orizzonte, peraltro, s'andava facendo più alto e più fitto: era ora una grande fascia di vapori grigiastri, che stava per coprire il sole; e il mare, di color plumbeo, s'increspava.
Ero però tanto lontano, io, dal prevedere il cattivo tempo, che mi divertivo a osservare l'avvocato, il quale, rizzatosi sul busto, girava sul grande nemico uno sguardo lento, in cui si vedeva crescere l'inquietudine, poi guardava verso il camerino del comandante, e più lontano, verso il palco di comando.
Un gridìo stridulo d'uccelli mi fece levar gli occhi in su: erano gabbiani che roteavano intorno agli alberi.
Quello veramente era un cattivo segno.
Ma ciò che fece senso più che altro fu di vedere all'orizzonte, come sorto all'improvviso, un nuvolone di forma bizzarra, spesso e scuro, orlato di bianco dalla luce del sole impallidito, e che s'alzava rapidamente, gettando un'ombra tetra sul mare; il quale cominciava a ribollire.
E facea quasi freddo.
Già i passeggieri s'erano avveduti tutti del cambiamento.
I lettori avevano chiusi i libri; tutti s'erano alzati da sedere, e guardavano l'orizzonte con quello sguardo che si fissa in viso a uno sconosciuto, il quale ci si presenti per trattare d'un affare grave.
Un lampo, e un brontolìo di tuono lontano, a cui tenne dietro subito un movimento brusco di rullìo, provocarono qualche esclamazione: - Ed ora? - Cos'è questo? - Si comincia male! - Le signore cercavano con gli occhi il comandante.
L'avvocato era già scomparso.
Alcuni altri se n'andarono pure, all'inglese.
Questo bastò perché vari dei rimasti mostrassero uno straordinario buon umore, e pigliassero in faccia all'oceano degli atteggiamenti di ammiragli spavaldi, guardando le signore con la coda dell'occhio.
Il marsigliese girava di gruppo in gruppo, dicendo allegramente: - Ça se brouille, ça se brouille.
Nous allons voir un joli spectacle.
- Lo spettacolo, in fatti, pareva che non si volesse far molto aspettare.
Il nuvolone c'era già quasi sul capo, e altre nuvole accorrevano velocemente, alcune delle quali, lunghe e sottili, ci passavan sopra a volo così basse, che pareva che toccassero l'alberata.
Il vento, intanto, si faceva più forte, e il mare principiava a ondeggiare, e il piroscafo a ballare più che fino allora non avesse mai fatto, tanto che tutti dovettero afferrarsi ai parapetti e ai sedili.
Qualcuno, però, non credeva ancora che ci sarebbe stata tempesta.
- Non è che un piovasco, - dicevano.
Ma quelli che avevano già fatti molti viaggi, scrollavano il capo, strizzando un occhio.
Io mi ricordo bene che, osservando più che gli altri me stesso, stavo aspettando con una certa curiosità psicologica quando e come mi sarebbe entrato dentro quel sentimento che ci vergogniamo tanto di confessare; e m'illudevo di potere tener dietro al suo lento avvicinarsi, senza sospettare che mi dovesse balzar addosso tutt'a un tratto, nel punto in cui traboccando sulla bilancia dell'anima l'istinto della conservazione, il piattello della curiosità sarebbe andato per aria.
Insomma, stando a terra, avevo pur desiderato molte volte di trovarmi a una tempesta di mare.
Ecco dunque una buona fortuna per l'artista.
Ma quando, voltatomi a guardare sulla piazzetta, vidi accorrere intorno al comandante, ufficiali, macchinisti, marinai, camerieri, e il comandante gesticolare come se desse ordini premurosi, e poi tutti sparpagliarsi di corsa da varie parti, e gittarsi ad assicurare le lance, a fermare le stie, a chiudere le boccaporte, con furia precipitosa, aprendo a spintoni la folla che fuggiva sotto i primi spruzzi del mare, allora, dico la verità, cercai in me l'artista e non ce lo trovai più.
Mi parve anzi che fosse già scappato da un quarto d'ora.
I lampi spesseggiavano, il tuono brontolava più forte, i buoi muggivano.
Guardai intorno a me: c'eran già dei visi pallidi.
Ma in alcuni la curiosità, in altri l'avversione ad andarsi a chiudere in camerino, prevaleva ancora.
Le signore si stringevano al braccio dei mariti.
Gli uomini si tastavano a quando a quando con un'occhiata, ciascuno pigliando animo e alterezza dalla faccia dell'altro, che gli pareva più brutta di quello che supponesse la sua.
A un tratto passò sul cassero uno spruzzo violento, e s'intese un: Nom de Dieu! - e poi una risata forzata.
Il marsigliese era stato scappellato e infradiciato da capo a piedi.
Nello stesso punto salirono correndo quattro marinai a portar via i sofà e le seggiole.
Poi arrivò il Commissario gridando: - Sotto, signori! Si chiude il salone, si spiccino.
- Allora s'intese un grido dell'anima: - Oh Dio! Dio mio! - Era la sposa.
Non si può immaginare l'eco intima che ha in tutti quel primo grido, quella prima irresistibile confessione del terrore della morte, da cui tutti sentono smascherato violentemente lo stato d'animo che dissimulano agli altri e a sé stessi.
E allora fu una fuga disordinata e precipitosa a traverso al polvischio degli spruzzi che già saltavano per tutta la larghezza della coperta, in mezzo a una confusione di voci concitate e discordanti: - Oh Pablos! Pablos! Presto, signori, presto.
Santa Maria benedetta.
- Siamo serviti.
Dio mio! - Accidémpoli! Coraggio, Nina.
- Que relàmpagos! Sciä faççan presto, per dio santo! - Ebbi appena il tempo di vedere le punte degli alberi che descrivevan per aria dei grandi archi di cerchio, e un infernale rimescolo di gente alla porta del dormitorio di terza, e fui spinto nel salone.
Una signora inciampò e cadde a traverso all'uscio.
Per un momento m'apparì sulla piazzetta il Commissario, come ravvolto in una nuvola d'acqua, e sentii il nitrito lontano d'un cavallo.
L'uscio fu chiuso.
E nello stesso tempo uno scroscio formidabile e vicinissimo del fulmine e uno spaventoso movimento di fianco del piroscafo, che sbattè i passeggieri parte sul tavolato e parte contro le pareti, tolsero l'ultimo dubbio a chi ne poteva ancora avere: era una tempesta.
La maggior parte, afferrandosi ai tavolini e alle seggiole fisse della mensa, e barcollando come feriti al capo, si diressero verso i camerini.
Altri si buttarono sui divani.
Alcune signore piangevano.
Lo strepitio del bastimento e del mare copriva le voci.
Pareva quasi notte.
Mi sembravan mutati il luogo e le persone.
In quel momento in cui tutte le affettazioni, tutti gli aspetti finti cadevano, e appariva di sotto nudo l'animale atterrito, dominato tutto dal suo furioso amor della vita, eran come facce nuove, voci sconosciute, mosse e sguardi che rivelavano lati dell'anima non prima indovinati.
Nella mezza oscurità dei corridoi, dove tutti cercavano brancoloni il proprio camerino, urtandosi malamente gli uni cogli altri, intravvidi dei visi decomposti di condannati a morte, che a primo aspetto non capivo di chi fossero.
Quando arrivai al mio covo, sonavan già qua e là i primi rantoli del mal di mare, delle voci di pianto chiamavan le cameriere, gli usci sbacchiavano con fracasso, le valigie e le cassette danzanti urtavano contro i tramezzi: era il disordine e il vocìo strano e lugubre che si sente entrando in un manicomio, dove tutte le consuetudini della vita sono sconvolte.
Un movimento subitaneo di beccheggio mi gettò nel camerino come un sacco; l'uscio si chiuse da sé; un lampo m'abbagliò.
E un pensiero improvviso m'agghiacciò il sangue: - Se non uscissi più di qua dentro? - E mi sentii in una solitudine immensa, come se mi fossi chiuso da me nella tomba.
Sì, è la verità, e la dico tutta.
Questo è il pensiero che mi si confisse nel cervello, acuminato, freddo, immobile, come un punteruolo d'acciaio, e tutti gli altri pensieri e immagini che susseguirono nella mia menate per varie ore non fecero che girare intorno a quello vertiginosamente.
Una immaginazione cento volte scacciata si ripresentava cento volte: quella del rumore che avrebbe fatto l'acqua irrompendo dentro, in quanti secondi sarebbe giunta all'uscio, il buio repentino, la prima ondata nella gola, e quel dubbio orribile, se avrei sofferto per lungo tempo.
Confusamente cercavo di ricordarmi di notizie lette e intese a quel proposito, che mi confermassero nella speranza di un'agonia breve.
E mi ricordo che il pensiero d'avere una volta desiderato per curiosità una tempesta, mi pareva una cosa insensata, mostruosa, incredibile, fuori della natura umana.
Ecco dunque la realtà che desideravi, stupido pazzo! Ma questi pensieri eran come spezzati dagli sforzi vigorosi che dovevo fare per tenermi afferrato all'orlo sporgente della cuccetta, in ginocchioni sul tavolato; che era l'unica maniera di non essere sbatacchiato là dentro come un topo nella topaiola; e scompigliati anche dai fragori assordanti che si succedevano sopra nel salone, dove le vetrate degli armadi, sbattute, andavano in pezzi, e torri di piatti precipitavano frantumandosi, e il pianoforte, staccatosi dalla parete, andava di qua e di là cozzando nelle colonnine e nelle tavole.
Ma assai peggio di quel frastuono di palazzo messo a sacco, peggio dei gemiti umani e del muggito del mare, era il rumore che faceva la membratura del piroscafo, uno scricchiolìo sinistro di edificio dislogato dalle fondamenta, una musica di scrosci, di schianti, di lamenti acuti, come se il corpo vivente del colosso soffrisse e gridasse, e corressero dei fremiti di terrore per le sue ossa lunghe e sottili, vicine a spezzarsi.
Avevo un bel tentare di farmi animo con la statistica dei naufragi, uno ogni tante migliaia di viaggi, o che so io, e con l'idea della solidità grande di quei piroscafi enormi, che l'onda non può spezzare: quella musica smentiva ogni statistica e scherniva ogni consolazione.
Frattanto il mare ingrossava sempre, la pioggia cadeva a torrenti, i lampi raffittivano, il tuono rumoreggiava quasi continuo, il piroscafo faceva degli sbalzi tali che, a occhi chiusi, mi pareva di esser sopra una gigantesca altalena a corda, che descrivesse archi di mezzo miglio, e ad ogni volata perdevo il fiato, per non ripigliarlo che nei pochi momenti di quiete che passavano tra l'una e l'altra.
E quell'essere in assoluta balìa d'una forza prodigiosa che non mi lasciava più libero né il movimento né il pensiero, mi dava un senso d'avvilimento fisico inesprimibile, come d'una bestia legata e mulinata nel vuoto da una grua colossale, e l'idea che quel supplizio potesse durare dieci ore, un giorno, tre giorni, mi sgomentava l'anima come il concetto dell'infinito.
Pure fino a un certo punto serbai la mente lucida, tanto da ricordarmi ora presso a poco quello che in quel frattempo pensavo.
Ma dopo una o due ore, credo, crescendo fuor di misura la furia della tempesta, mi si fece un gran torbido nel capo, e di quello che pensassi allora saprei più dir poco.
Ricordo la voce immensa del mare, più strana e più formidabile d'ogni più spaventosa immaginazione, una voce come di tutta l'umanità affollata e forsennata che urlasse, mescolata ai ruggiti e ai bramiti di tutte le belve della terra, a fragori di città crollanti, a urrà d'eserciti innumerevoli, a scoppi di risa beffarde di popoli interi; e dentro a quella voce, il fischio acutissimo del vento nei cordami, un turbinìo di note lunghe, sonore e discordanti, come se ogni corda fosse uno strumento suonato da un demonio, grida di disperazione e di delirio che pareano uscire dai prigionieri d'una carcere in fiamme, e sibili che facevano fremere come se attorno alle antenne si attorcigliassero migliaia di serpenti furiosi.
A un terribile movimento di beccheggio s'univa un rullìo violentissimo, da parere che il bastimento si volesse coricare ora sur un lato ora sull'altro, e ad ogni colpo dell'onda nel fianco, tutto, dalla coperta alla carena, tremava, come per l'urto d'uno scoglio o per il cozzo d'un altro piroscafo, e gli assiti intorno davano uno schianto da far rabbrividire da capo a piedi come il fischio d'una palla o d'una lama di scure che ci rada le tempie.
Si sentiva ad ogni ondata come la botta d'un artiglio gigante che piombasse sul bastimento e ne strappasse via un pezzo; s'udiva il tonfo tremendo di centinaia di tonnellate d'acqua cadenti sul tavolato, come se un torrente vi si rovesciasse da una grande altezza, e poi il rumore di cento torrentelli correnti in tutte le direzioni, con la furia d'un'orda di pirati che fossero saliti all'arrembaggio.
Dei movimenti del piroscafo non capivo più nulla, non ne prevedevo più alcuno: era come preso a calci e a schiaffi, sollevato, buttato via, palleggiato e rigirato dalle mani d'un titano.
La macchina aveva degli arresti e dei silenzi improvvisi, come colpita da paralisi, l'asse dell'elice dava degli scossoni di terremoto, l'elice dei colpi interrotti e pazzi, e si sentiva a momenti girar furiosa fuori dell'acqua, e poi tuffarvisi di nuovo, con un terribile colpo.
E negli intervalli fra i rumori più grandi, s'udivano sopra passi precipitati, sonerie elettriche, grida lontane d'una risonanza strana, come gli echi delle valli piene di neve, e dai camerini dei lamenti strozzati come di gente scannata, che vomitasse le viscere.
A un certo punto vi fu una scossa di sotto in su così violenta, che la bottiglia dell'acqua saltò fuori del suo sostegno, e s'andò a spezzare contro il soffitto.
E quello fu il principio d'un nuovo e più matto scatenìo degli elementi, e di una successione di volate così fatte del piroscafo, che credevo di balzare dalla cima d'un monte sulla cima di un altro monte, sorvolando un abisso smisurato, e ad ogni nuova discesa pensavo che fosse l'ultima, e dicevo tra me: Ora è finita.
- E avevo delle illusioni vivissime: ecco, il tavolato si spezza, le coste s'infrangono a decine, i bagli si schiantano, la chiglia s'è rotta, tutti i legamenti si schiodano, tutto lo scafo si sfascia.
Non ancora? A quest'altra dunque.
E un caos di pensieri, un succedersi rapidissimo di ricordi della vita recenti e remoti, una fuga turbinosa di facce e di luoghi, rischiarati ciascuno da un lampo di luce livida, confusi e sformati come per una congestione cerebrale, accompagnati da un incalzarsi egualmente rapido e disordinato di rimpianti, di tenerezze, di rimorsi, di preghiere senza parola, e tutto fuggiva e tornava, come rigirato dal vento stesso della tempesta.
Seguivano quando a quando dei brevi intervalli d'istupidimento, e come il sollievo che da l'azione incipiente del cloroformio; ma poi di nuovo il sentimento della realtà, più tremendo di prima, e improvviso, come se due braccia gagliarde mi scotessero per le spalle, e una voce brutale mi urlasse sul viso: - Ma sei tu, tu che sei qui, e che devi morire! - Oh! quanto mi pareva assurda quell'idea dei tempi ordinari che sia lo stesso morire in un modo o nell'altro!...
Oh morire d'una palla nel petto! Morire in un letto, con le persone care d'attorno, - esser sepolti - avere un pezzo di terra dove i figliuoli e gli amici possano andare qualche volta e dire: - È qui! - Alle volte tutti quei pensieri cadevano, e mi pareva di sentire per qualche momento che la tempesta cominciasse a rimettere un poco della sua furia; ma una nuova formidabile ondata, un nuovo roteamento vertiginoso dell'elice sollevata, come se la poppa saltasse per aria, mi strappava l'illusione.
E mi rammento d'una ripugnanza invincibile a guardar il mare, d'un senso di ribrezzo profondo, come della vittima per l'assassino, quasi che in quei momenti avessi davvero coscienza d'una sorta di animalità dell'oceano, e dell'odio suo contro gli uomini, e che, affacciandomi al finestrino, dovessi incontrare mille sguardi orribili fissi nei miei.
Guardavo qualche volta, ma ritorcevo gli occhi immediatamente, intravvisti appena i contorni mostruosi delle montagne nere che s'avanzavano e i profili delle muraglie ciclopiche che rovinavano d'un colpo, e tra l'una e l'altra saetta che rigavan di fuoco l'ammasso spaventevole delle nubi caliginose, una luce non mai vista al mondo, da non saper dire se fosse notte o giorno, la luce indeterminata dei paesaggi dei sogni, in cui pare che non splenda il nostro sole.
E così mi s'era turbata pure l'idea del tempo, che non avrei saputo dire in alcun modo da quante ore la tempesta durasse.
E mi sembrava che avesse a durare un tempo incalcolabile, non sapendo immaginare una cagione abbastanza potente per cui quell'enorme commovimento dovesse aver fine.
Mi sembrava incredibile che non tutto l'oceano e il mondo intero fossero a soqquadro come quel mare, che ci fossero poco lontano e poco al di sotto di noi delle acque tranquille, e della gente sulla terra che attendeva in pace alle proprie faccende.
Ma mentre mi passavano questi pensieri, che erano come un breve respiro dell'anima, ecco un'altra ondata di fianco, come un colpo di cannone da costa, un altro sussulto del piroscafo, come di balena ferita al cuore, un altro schianto di travi, d'assiti, di tavoloni scricchiolanti e gementi, il senso dell'imminenza del disastro, la morte sull'uscio, un addio a tutto, l'angoscia d'un anno in un minuto.
Dio eterno! Quanto durerà quest'agonia?
Durò molte ore.
N'eran passate sette od otto, suppongo, quando l'illusione, continuamente perduta e rinascente, che la burrasca sfuriasse, mi parve che durasse più delle altre volte, poi si cangiò in una speranza, a cui la mente si rifiutava di credere ancora, ma che tutti i sensi andavano a poco a poco raffermando.
I movimenti del piroscafo erano ancora impetuosissimi; ma quell'odioso fischio e miagolìo arrabbiato dei cordami pareva quetato un poco, e l'urto dell'onda, se non scemato di forza, meno frequente.
Considerai come un buon segno il risentire tutto il corpo indolenzito dagli atteggiamenti acrobatici a cui ero stato costretto per tanto tempo, mentre fino allora non ci avevo badato, e il riprovare curiosità di sapere che cosa fosse accaduto e accadesse dintorno a me.
Tra gli schianti degli assiti e i mugghi del mare, sentii il pianto del bambino brasiliano, e altri piagnucolii, pure infantili, ma che dovevan essere di signore.
Delle voci affannose chiamavano da varie parti i camerieri, i campanelli tintinnavano, i bauli viaggiavano ancora pei corridoi come se vi saltassero dentro tante bestie rabbiose.
Cogliendo bene il momento per non ammaccarmi il cranio contro una parete, spiccai un salto e m'afferrai agli spigoli dell'uscio, per guardar fuori, e vidi due o tre corpi umani moversi, tenendosi di qua e di là, a passi e a tracolloni di briachi, coi vestiti scomposti e i capelli arruffati fra i quali il marsigliese, i cui connotati accusavano una maledetta paura, già passata in gran parte, ma che non voleva finir di passare.
Ogni tanto, infatti, una volata del piroscafo e uno scoppio istantaneo come dello spezzarsi di dieci travi, mi faceva dare indietro e ricercar la cuccetta a due mani, col terrore che ricominciasse il ballo più indiavolato di prima.
Tra l'una e l'altra recrudescenza, tesi l'orecchio verso il camerino accanto, curioso di sentire se l'angoscia del pericolo comune avesse rallentato un poco fra i miei vicini la corda tesa dell'odio; e rimasi un momento sbalordito, udendo una respirazione rotta e dei gemiti fitti che potevano far sospettare una riconciliazione più che amichevole; ma subito mi disingannò una voce scellerata che fischiò queste parole: - Speravi che tutto fosse finito, non è vero? - Ma non intesi risposta.
La prima nota incoraggiante che udii fu una risata di varie voci, che venne dalla parte degli argentini.
Di faccia, sentii la voce del tenore, un tentativo di gorgheggio, interrotto bruscamente da un colpo sordo, che mi parve d'una capata.
Poi per un pezzo non sentii più voci umane.
Lo strepito del bastimento e del mare era ancora assordante, e il rullìo tale da stramazzare un quadrupede.
Ma si poteva tentare una sortita.
Aggrappandomi qua e là, e premeditando bene ogni passo, riuscii a trascinarmi fino al crocicchio dei corridoi.
Che spettacolo! Per le porte delle cabine che s'aprivano e si chiudevano di continuo, si vedeva dentro un indescrivibile arruffio di valigie, di cuscini, di panni, teste ciondolanti sulle catinelle, corpi allungati come cadaveri, gambe di signore scoperte fino al ginocchio, vesti spettorate, visi bianchi, fazzoletti e boccette sparse sul tavolato.
Incoraggito dallo scemare del movimento, svoltai nel corridoio principale, e mi trovai faccia a faccia col genovese, che veniva avanti a sbalzi lungo la parete, con la testa fasciata, bestemmiando.
- Cos'è stato? - domandai.
Rispose attaccando un moccolo.
Poi spiegò: morto di fame, s'era arrampicato fin su alla dispensa, per pigliar due fette di prosciutto, un rostin, una cosa da nulla, insomma, e nel meglio un salto del piroscafo l'aveva gettato con la fronte contro uno spigolo della credenza, e s'era fatto uno spacco.
In quel punto uscì una voce chiara dai camerini degli argentini:
Hijo audaz de la llanura
Y guardian de nuestro cielo...
Quei tristi inneggiavano al vento pampero, a cui dovevano quelle otto ore di morte.
Ma il vento pareva che fosse caduto quasi del tutto, benché il mare durasse agitatissimo.
Delle facce immelensite si sporgevano fuori degli usci, in aria interrogativa, e poi rientravano in fretta.
Una voce, che mi parve quella del Secondo, gridò dall'alto della scala: - È passata, signori! - e gli risposero varie esclamazioni dei camerini: - Oh buon Dio! - Ma è vero proprio? - Laudate Dominum! - Che il diavolo ti porti! - Ah! son mezz'andato! - Ma un fremito di vita ricorreva da tutte le parti, come in un cimitero sotterraneo, dove i morti cominciassero a fregarsi gli occhi e a stirare le braccia.
Mi sentii toccare la spalla: era l'agente, in veste da camera, con un livido a traverso il mento, ma allegro.
- Ah! che scena! - disse - ho sentito tutto.
- Parlava degli sposi: nel momento del pericolo s'eran messi a pregare, e poi s'erano scambiati gli addii, singhiozzando; lui le aveva chiesto perdono d'averla indotta a quel viaggio; s'erano dato il bacio supremo, anzi molti baci supremi.
- Ah! Nina mia! -Ah! mæ poveo Geumo! - E...
niente spagnuolo, oh no davvero.
Detto questo, scomparve, ma tornò un minuto dopo, a zig zag, facendomi cenno d'accorrere presto, che c'era una grande cosa da vedere.
Lo seguitai alla meglio: si fermò davanti al camerino dell'avvocato, ch'era aperto, e mi disse di guardare, dando in una risata.
Oh mostro non mai veduto! Io non riconobbi subito una creatura umana in quella informe cosa che vidi distesa a traverso al tavolato, e da cui usciva il guaito che fa Ernesto Rossi sotto le spoglie di Luigi undecimo atterrato da Nemours.
L'avvocato, bocconi, insaccato in non so quale vestimento di salvataggio inglese o americano, imbottito di sughero, aveva una gobba sul petto e una sul dorso, ricoperte da una specie di corazza di cotone forte, e una corona di vesciche gonfiate intorno al busto, che gli davan l'aspetto d'un bizzarro animale mammelluto, cascato a terra senza sensi, vinto dai dolori d'un'esuberanza di latte.
Quel carico enorme di ridicolo su quel pover'uomo così disfatto e così infelice destava una compassione infinita.
L'agente si chinò per richiamarlo in vita, ed io lo lasciai all'ufficio pietoso.
A stento salii nel salone dov'eran già molti passeggieri: il marsigliese, il mugnaio, il toscano, il commesso parigino, il prete lungo, ed altri.
Nessuna signora.
Balenavano ancora dei lampi; ma il tuono scoppiava più rado e più lontano; il mare sempre gonfio e nero, e nessuno poteva reggersi ritto.
Mirabile natura umana! Dal modo d'atteggiarsi delle persone già si vedeva che anche quell'avvenimento della tempesta era convertito a soddisfazione d'amor proprio, come se il non essere andati a fondo fosse stato effetto del valor personale di ciascuno, e tutti pregustassero fin d'allora l'orgoglio con cui, molto tempo dopo, per tutta la vita, avrebbero raccontato d'aver fatto fronte a quel pericolo senza paura.
Era stupefacente la disinvoltura con cui più d'uno, che avevo visto pallido come un moribondo, si metteva la maschera del coraggio in faccia a coloro stessi a cui sapeva d'aver mostrato poco innanzi i segni visibilissimi del terrore.
Alcuni mutavan qualche passo da un tavolino all'altro, facendo ostentazione di piede marino, e ridevano a tutti i propositi con le labbra ancora senza sangue.
Il marsigliese diceva: Je me suis enormément amusé.
E il mugnaio fingeva di legger l'album di bordo! I camerieri intanto riferivan le prime notizie.
Il mare aveva portato via varie lance, strappato e travolto le stie dei tacchini, annegato due buoi, sfondato uno sportello dell'opera morta di prua.
Un marinaio, scaraventato contro l'albero di trinchetto, s'era ferito gravemente alla testa.
L'osteria era stata mezzo sconquassata.
Ma il poderoso corpo del Galileo non aveva patito altri danni, e non s'era arrestato un minuto; e a quella notizia rinasceva e si vedeva risplendere negli occhi di tutti il sentimento già umiliato dell'orgoglio umano, la fede ardita nell'opera dell'industria e della scienza dei propri simili; sulla quale quella immane forza dell'oceano ostile non aveva potuto far altro che minacce ed insulti, di cui appena c'eravamo accorti, e che già eran dimenticati.
E non dimeno all'aprirsi della porta della sala, che equivaleva al permesso d'uscire, misero tutti un sospiro di soddisfazione, come se allora soltanto si fosse veramente certi che era tutto finito.
Ah! rieccolo dunque, il formidabile animale! Ci torniamo a guardare faccia a faccia.
Ma com'era brutto ancora, e malauguroso! Grandi onde nere, biancheggianti di schiuma alle creste, tumultuavano, restringendo l'orizzonte da ogni parte, sotto una volta tenebrosa di nuvole, rotta qua e là da squarci grigi di luce crepuscolare, e come agitata da una nuvolaglia sottostante mobilissima e maligna, che volesse ricominciare la lotta.
Il piroscafo era tutto bagnato come se in quelle sette od otto ore fosse stato sommerso da un capo all'altro.
Per tutto correvan rigagnoli e s'allargavan chiazze d'acqua sudicia.
I tetti, le pareti, gli alberi, le lance sgocciolavano come del sudore della battaglia.
A poppa e a prua s'agitavano ancora i marinai, con grandi stivaloni, inzuppati da capo a piedi, coi capelli appiccicati alla fronte e al collo, rotti dalla fatica.
Incontrammo nel passaggio coperto il comandante, tutto rosso, sudato e sbuffante, che ci passò accanto senza vederci.
E picchiando spallate e fiancate dalle due parti del passaggio, sguazzando nella melletta color di carbone, urtati dalle persone affaccendate dell'equipaggio, arrivammo a prua.
Qui c'era già molta gente uscita dai dormitori, che si teneva con le mani ai guardacorpi, stati tesi a traverso alla coperta per uso dei marinai; e presentavano l'aspetto compassionevole d'una folla fuggita per quindici giorni dinanzi a un esercito invasore.
Il Commissario, che era sceso più volte nei dormitori, ci fece delle descrizioni da stringere il cuore e da vincer lo stomaco.
Aveva visto là sotto delle masse intricate di corpi umani, gli uni sopra e a traverso agli altri, con le schiene sui petti, coi piedi contro i visi, e le sottane all'aria; viluppi di gambe, di braccia, di teste coi capelli sciolti, striscianti, rotolanti sul tavolato immondo, in un'aria ammorbata, in cui d'ogni parte suonavano pianti, guaiti, invocazioni di santi e grida di disperazione.
Delle donne inginocchiate in gruppi, con le teste prone, dicevano il rosario, picchiandosi il petto; alcune facevano ad alta voce il voto di andare scalze a certi santuari, appena fossero ritornate in patria; altre volevano ad ogni costo confessarsi, e pregavano piangendo il Commissario che mandasse a chiamare il frate; il quale intanto stava confessando parecchi nel dormitorio degli uomini.
Varie donne avevan domandato supplicando che le lasciassero andare a salutare l'ultima volta i loro mariti prima di morire, e altre di poter salire un momento in coperta, un momento solo, per gettare in mare un'immagine di santo o una crocetta che avrebbero calmate le onde.
Ce n'era pure che lo scongiuravano in nome del cielo che facesse voltare il bastimento per tornare indietro.
Una delle più atterrite era stata quella falsa leonessa della bolognese, che singhiozzava e s'arruffava i capelli apostrofando il destino, come un'attrice di circo.
E raccontava anche degli esempi di paura ingenua.
Una povera vecchia l'aveva chiamato dalla sua cuccetta, e, con la voce strozzata dal pianto, mettendogli in mano settanta lire in argento, l'aveva pregato, già che era destino che s'andasse a fondo, che gli facesse la carità di far pervenire quella somma a suo fratello, a Paranà; come se, qualunque disastro avvenisse, fosse legge di natura che gli ufficiali di un piroscafo dovessero giungere salvi a destinazione.
Una povera contadina, cadendo da una cuccetta del secondo piano, aveva abortito.
Altre dallo spavento avevano perso la parola, e non facevano più che voci inarticolate e gesti di deliranti.
In quel momento ancora ce n'erano molte che non volevano credere che fosse cessato il pericolo, e stavano sempre afferrate convulsamente alla loro cuccetta, respingendo ogni parola di consolazione.
Povere donne! Esse mettevano anche più compassione perché non nascondevano per orgoglio l'animo loro.
Quelle già risalite sopra coperta, alcune con la testa fasciata, molte con dei gonfi sul viso, tutte spossate e come inebetite, che guardavano il mare con quell'occhio che si dice proprio dei groenlandesi, quasi pietrificato dalla visione abituale d'un infinito lugubre, davano una dolorosa immagine dello stato in cui dovevan essere ridotte quelle di sotto.
La vivacità loquace che suol succedere ai pericoli scampati non era nata ancora.
Tutti erano ancora agitati per modo che ad ogni ondata più grossa, ad ogni sbalzo forte del piroscafo, davano indietro dai parapetti, rimescolandosi, pronti a ricadere nel terrore di prima, e volgevan gli occhi dilatati verso il palco di comando, per consultare il viso degli ufficiali.
Non cominciarono a rasserenarsi che quando videro uscire dalla macchina, coi torsi nudi e coi visi infiammati e sudanti, superbi della loro vittoria, i fuochisti di ricambio, che andavano a riposare delle loro fatiche straordinarie: perché, durante la tempesta, tutti erano stati chiamati, dovendo quelli che lavoravano ai fuochi esser tenuti ritti a braccia dai loro compagni, per non rompersi la nuca contro le caldaie o bruciarsi la faccia nelle fornaci.
Ma allo spuntare delle prime stelle rinacquero la spensieratezza e l'allegria, e sorse un tale cicaleccio da ogni parte che pareva che tutti i mille e settecento passeggieri parlassero insieme.
Tutti descrivevano, tutti raccontavano, ed eran racconti concitati, interminabili e dieci volte ripetuti di mille piccoli incidenti di nulla, che la paura aveva ingigantiti nella immaginazione di ognuno, e che assumevano nell'esagerazione del discorso l'importanza di fatti degni di poema e di storia.
Metà dei passeggieri, dimenticando o negando la paura propria, dipingeva a colori comici, e fingeva di sprezzare, e forse disprezzava realmente la paura dell'altra metà.
Dopo la cena, s'intese a prua un chiasso straordinario di canti e di grida di briachi.
E anche alla nostra mensa ci fu festa.
Tutti sgranocchiarono come lupi, contenti della vita, beffandosi dell'oceano.
E il pranzo finì comicamente con un brindisi che fece il marsigliese all'intrepidité froide del comandante, con l'accento e il sorriso consapevole di uno che se ne intende.
Ma l'avvocato non c'era.
E, con rammarico di tutti, mancava anche la signorina di Mestre, che da quelle otto ore di strapazzo era stata scossa profondamente, e aveva avuto un trabocco di sangue.
DOMANI!
La mattina seguente il cielo e il mare erano splendidi, e tutta la popolazione del Galileo si dava moto, perché se il tempo durava bello, si sarebbe arrivati in America la sera dopo, forse ancora in tempo per isbarcare, e bisognava preparar le robe con comodo, e intendersi un po' tra amici e conoscenti intorno al da farsi.
L'affare più grave era l'iscrizione per lo sbarco, il decidere, cioè, se convenisse di andare o no dal Commissario a farsi notare fra coloro che intendevan di valersi delle offerte del Governo argentino, il quale pagava le spese dello sbarco agli immigranti che lo chiedessero, e dava loro vitto e ricovero per cinque giorni, e a quelli che si recavano nelle provincie dell'interno, il viaggio gratuito.
Quell'atto di farsi o non farsi iscrivere era chiamato dagli emigranti "dichiarar di voler essere o no con l'emigrazione".
Certo, i vantaggi erano grandi; ma eran grandi anche le diffidenze, poiché quella generosità del Governo (era un Governo!) dava a sospettare che vi si celasse qualche tranello, e che l'accettarla, fra l'altre cose, fosse un vincolare fin d'allora la propria libertà riguardo alla scelta dei luoghi e alle condizioni dei contratti.
Ciò non ostante, i più accettavano, e v'era una processione continua all'uffizio del Commissario, che pareva ridotto un'agenzia.
Entravano e, dando il nome, stroppiavano in cento modi quell'unica parola difficile che avevan da dire: - Mi noti con l'amigrazione.
- Accetto l'anmigrazione.
- Vado con l'inimigrazione.
- O pure, senz'altro: - Tal dei tali, migrazione.
- Molti, peraltro, ci andavano senz'aver anche preso una risoluzione, come si va a chiedere un parere a un uomo di legge, e dopo essersi fatti dare molti ragguagli, rifiutavano.
Le più perplesse erano le donne, le quali, quasi tutte, si fermavano a riflettere ancora una volta sull'uscio, grattandosi la fronte, come se si fosse trattato del destino di tutta la loro vita; e alcune, dato il nome ed uscite, ritornavano in fretta mezz'ora dopo a farsi cancellare, perché avevan saputo che il governo tradiva.
E con questi, era un affollarsi d'altri emigranti che venivano a chiedere informazioni intorno alla dogana, se per la tal cosa avrebbero dovuto pagare o no, e quanto, e anche se ci fosse modo di scansar la visita, per via di favore o d'astuzia.
E commoveva il sentire di che povere cose si trattasse, di regali, per lo più, che portavano a parenti o ad amici d'America: chi una bottiglia di vino particolare, chi un caciocavallo, chi un salame, o un chilogramma di paste di Genova e di Napoli, un litro d'olio, una scatola di fichi secchi, perfino una grembialata di fagiuoli, ma di casa propria, di quel tal angolo dell'orto, di cui il parente o l'amico si doveva ricordare sicuramente.
E venivano a domandare se fosse soggetto a dazio un piffero, una zampogna, un merlo, una cassapanca piena di padelle e di pentole usate.
Tutti parevano compresi dal terrore della dogana di Montevideo e di Buenos Ayres, della quale avevano udite raccontare cose favolose, e ne parlavano come d'un passaggio di foresta di mala fama, dove fosse appostata una banda, che li avrebbe ridotti in camicia.
Ma quelli che mettevan più compassione erano i malaticci, e certi vecchi soli: gli uni timorosi che la loro brutta cera desse nell'occhio al medico americano, alla visita dell'arrivo, e che questi li facesse cacciare in un lazzaretto; gli altri tormentati dal dubbio che non salissero a bordo in tempo, secondo l'intesa, il figliuolo o un parente prossimo, che doveva far garanzia dei loro mezzi di sussistenza; senza di che, giusta la legge argentina, che respinge le bocche inutili di sessant'anni, non avrebbero potuto sbarcare.
Gli uni e gli altri venivano a domandare al Commissario, ansiosi, che cosa sarebbe accaduto di loro in quei due casi di disgrazia, e uscivano crollando il capo, tristamente.
E il Commissario scriveva e scriveva, e si vedeva ripassar dinanzi l'un dopo l'altro i protestanti della montagna a cui aveva fatto delle reprimende, le ragazze che gli avevan rotto la testa con gli amori, le mamme che l'avevano infastidito con le gelosie, gli innamorati impudenti, le comari mettiscandoli, i rissanati che era stato costretto a spartire e a punire; e a ciascuno mostrava di riconoscerlo con un sorriso, o con un scotimento di capo, o con una buona parola.
Ed io, accanto a lui, non mi stancavo di riguardar quel camerino pieno di registri e di tabelle, pensando a quanti racconti di miserie e bugie romanzesche di ragazze e ire di litiganti e pianti di donne aveva già intesi.
E più che altro mi attiravano i sacchi della posta, accumulati in un canto, legati e suggellati.
Poiché v'eran là dentro i frammenti del dialogo di due mondi: chi sa quante lettere di donne che per la terza o la quarta volta chiedevano dolorosamente notizie del figliuolo o del marito, che non si facevan vivi da anni; e supplicazioni perché tornassero o le chiamassero a raggiungerli; domande di soccorso, annunzi di malattie, e di morti; e ritratti di ragazzi che i padri non avrebbero più riconosciuti, e richiami desolati di fidanzate e menzogne impudenti di mogli infedeli e ultimi consigli di vecchi: tutto questo mescolato a letteroni irti di cifre di banchieri, a epistole amorose di ballerine e di coriste, a prospetti di negozianti di vérmut, a fasci di giornali aspettati dalla colonia italiana, avida di notizie della patria; forse anche l'ultima poesia del Carducci e il nuovo romanzo del Verga: una confusione di fogli di tutti i colori, scritti in capanne, in palazzi, in officine, in soffitte, ridendo, piangendo, fremendo.
E tutti quei sacchi si sarebbero sparpagliati fra pochi giorni dalle foci del Plata ai confini del Brasile e della Bolivia e fino alle rive del Pacifico e nell'interno del Paraguay e su per i fianchi delle Ande, a suscitare allegrezze, rimorsi, dolori, timori; i quali poi, alla volta loro, pigiati in altri sacchi, avrebbero fatto in direzione opposta il medesimo viaggio, ammucchiati in un altro camerino come quello, dove avrebbero visto passare altre processioni di povere genti, che se ne ritornavano al mondo vecchio, forse meno poveri, ma non più felici di quando l'avevano abbandonato con la speranza d'una sorte migliore.
Intanto la processione continuava.
- Tal di tali: sta col Governo.
Tizio: con la migrazione.
Caio: disambarco ed asilo.
- Il lavoro fu interrotto da un'apparizione improvvisa della bolognese, che veniva con tutte le furie addosso a lagnarsi d'una nuova sanguinosa offesa d'un canaglia d'erbóff, il quale, passandole accanto e toccandole la borsa misteriosa, le aveva detto, con evidente allusione a quel certo supposto irripetibile: - Pagano dogana.
- Essa lo voleva vedere sul palco di comando coi ferri ai piedi e alle mani, o avrebbe proclamato davanti a tutti i Consoli d'America che gli ufficiali del piroscafo tenevano mano a tutti i più sfacciati boletàri di terza per avvilire le ragazze onorate.
Essendo vicina l'America, non parlava più del parente giornalista.
Il Commissario la rimbeccò, senz'alterarsi, promise che, finita l'iscrizione, avrebbe fatto giustizia, e si voltò in tronco verso due contadini irritati, i quali ritornavano a farsi cancellare dall'elenco, per non cadere nelle mani di quei boia de lader che si offrivano di sbarcare gratis gli emigranti per essere i primi a spogliarli e a far delle proposte sporche alle loro donne.
Erano evidentemente notizie raccolte calde calde a prua, dove degli agitatori lavoravano a scaldare le teste.
Andato là, in fatti, vidi sul castello il vecchio dal gabbano verde che perorava in mezzo a un uditorio più numeroso del solito, appoggiandosi, forse per simpatia politica pel color rosso, all'ancora di speranza, e scotendo al vento i capelli grigi.
La sbarbazzata del comandante per la protesta dei quarantasette non l'aveva punto intimidito; egli aveva risposto che si sarebbe fatto sentire sui giornali.
Ora poi la vicinanza della terra della libertà lo imbaldanziva anche più, e non solo non abbassava più la voce quando qualche dissanguatore del popolo passava da quelle parti, ma la gonfiava, rauca e rude come il suono d'un trombone, tendendo le corde del collo da far crepare la pelle.
Egli dava degli ammonimenti da cui si capiva che non faceva quel viaggio per la prima volta: che si guardassero dagli argentini, dai faccendieri della colonia italiana, dai Consoli, dai protettori di tutte le tinte, ch'eran tutti d'accordo, tutti farabutti che tiravano a ingrassarsi a spese dell'immigrazione.
Badassero sopra tutto, sbarcando, ai bagagli, ch'eran rubati a man salva; tenessero d'occhio le mogli e le figliuole, che s'eran dati dei casi nefandi, delle violenze consumate dagli agenti del governo, alla faccia del sole, sotto gli occhi dei padri e delle madri.
E niente asili, ch'eran baracche sconquassate, dove ci pioveva nei letti, e non davano da sfamarsi, o mettevan nella minestra delle porcherie che istupidivano, che riducevano un uomo a non saper più fare il più semplice conto, e allora venivano innanzi le birbe a proporre i contratti.
- All'erta, figliuoli! - gridava, all'erta bene, o sarete assassinati peggio che in patria! Guai a chi si fida! - Ma non era il solo che arringasse: altri crocchi qua e là stavano intenti ad altri oratori, sorti lì per lì, quella mattina.
Sul castello centrale teneva conferenza l'ex cuoco dottore, dilettante d'ocarina.
Egli ne aveva visto d'ogni colore, sapeva ogni cosa, aveva un consiglio franco e sicuro per tutti, in qualunque parte dell'America andassero, come se in ogni parte fosse vissuto molti anni, e avesse esercitato tutti i mestieri.
Diceva dei tiri scellerati che si facevano agli emigranti che avevan qualche cosa: cessioni di terre lontane per un boccon di pane; terre fertili e irrigate, dove si sarebbero fatti ricconi in dieci anni; e i merli, vuotata la borsa e partiti, trovavan poi dei deserti di sabbia, un'aria miasmatica, gli indiani a poche miglia, i leoni in volta la notte, e dei serpenti di cinque metri che s'infilavano nelle case.
E costretti a scappare dalla fame, dovevano viaggiare a piedi per centinaia di miglia prima di trovare un luogo abitabile, flagellati dalla pioggia per settimane intere, e portati via da venti d'inferno, che travolgevano i cani e le vacche come foglie secche.
A quei discorsi alcuni, sospettando l'esagerazione, alzavan le spalle, e se ne andavano; ma molti bevevan tutto, e rimanevano pensierosi, con gli occhi al tavolato.
In altri crocchi, però, predicavano degli ottimisti: un mondo nuovo, non più tasse, non più leva, non più tirannie: la terra germogliava a toccarla appena con l'aratro, la carne a cinquanta centesimi il chilogrammo, paesi di quattromila anime dove non si vedeva la grinta d'un "signore".
E citavano casi di rapide fortune, i granai ricolmi, i lavoratori dei campi che pagavano un professore apposta per i loro figliuoli.
"Viva l'America! Finirete di tribolare, sangue d'un cane!"
In quella preoccupazione generale si riconosceva a primo sguardo che l'eterno femminino era passato in seconda fila, che molti amori dovevano esser stati lasciati in asso: non si vedevano più tutti quegli adoratori a occhi fissi, che covavano per dell'ore la loro bella, o le giravano intorno mezza giornata per cogliere il momento di metterle una parola nell'orecchio o un livido nel braccio.
Ma quella preoccupazione appunto lasciava più liberi i pochi rimasti fedeli.
Tra questi notai il povero scrivano modenese, ch'era ritornato all'antica contemplazione, appostato un po' più lontano che per l'addietro, ma più immobile, più estatico, più spasimatamente innamorato di prima, come se i mali trattamenti, i cappiotti e le umiliazioni, poveretto, non avessero fatto che rendergli più bello e più caro l'oggetto adorato per cui aveva tutto sofferto.
Io l'osservai per un pezzo dal palco di comando, e non gli vidi né mover collo, né piegar costa, né sviar gli occhi, se non per la durata d'un attimo, dalla ragazza, la quale stava seduta al posto solito, facendo la calza, accanto al piccolo fratello, ritta sul suo bel torso di vergine sana e robusta, più bianca, più pulita, più fresca che mai.
E aveva sempre quel suo viso placido, che da vari giorni era leggermente adombrato; ma non tardai ad accorgermi che quell'umile e infaticabile adorazione di quel povero ragazzo solo, debole, brutto, deriso, le doveva avere destato un sentimento di pietà e di benevolenza d'amica e di sorella, che ella forse si credeva in debito di lasciar trasparire, per gratitudine; perché nel punto che stavo per allontanarmi, mentre essa girava intorno quel solito sguardo tranquillo, vidi i suoi occhi fissarsi per qualche momento, con una espressione chiarissima di bontà e di simpatia, - e non mi parve che dovess'essere la prima volta, su quel viso.
Ah! Dei del cielo! Quegli lampeggiò come uno specchio al sole, s'invermigliò, si riscosse tutto, e poi tirò un grande respiro, passandosi la mano sulla fronte e guardando intorno, come stupito che tutto il piroscafo non si fosse accorto del prodigioso avvenimento che era accaduto.
Ma nessuno intorno gli badava.
E quella fissità di tutti in un pensiero solo fruttò a me pure di poter girare un pezzo, liberamente, in mezzo alla folla, e di cogliere a volo molti discorsi.
Quella imminenza dell'arrivo aveva finalmente svegliato in quasi tutti una certa curiosità di sapere qualche cosa delle città e delle province dove si dovevano andar a stabilire; e molti interrogavano ora un ufficiale or un altro, o i passeggieri più istruiti di prua, tirando fuori le lettere sgualcite dei parenti e degli amici, e gesticolandovi su, e dandole a leggere e rileggendole insieme essi pure, con quella considerazione straordinaria che mostrano le persone illetterate o quasi per ogni specie di documento scritto, in cui suppongono sempre la possibilità di varie e sottili interpretazioni.
E sentivo pronunciare da molti quei nomi di colonie agricole, che poi mi dovevano essere così cari, Esperanza, Filar, Cavour, Garibaldi, Nuova Torino, Candelaria.
Ma, Dio santo, era una pena a veder la ignoranza tenebrosa in cui brancolavano quasi tutti, la nessuna idea della divisione degli Stati e delle distanze, come se l'America del Sud fosse un'isola di cento miglia di circuito, dove tutti i paesi si trovassero a un trar di fucile l'un dall'altro.
Buenos-Aires, Tucuman, Mendoza, Asuncion, Montevideo, Entre-Rios, Chilì, Stati Uniti, formavan nella mente dei più un indescrivibile e inestricabile imbroglio di idee false od oscure, dove il più accorto e paziente uomo del mondo non avrebbe saputo da che parte rifarsi per mettere un principio d'ordine e un barlume di luce.
E il pensiero che pure molti di loro, dei più giovani, erano andati a scuola, e avevano imparato a leggere e a scrivere, mi faceva cascar le braccia.
Qua e là, nei crocchi di famiglia, calcolavan le spese sulle dita.
- Dunque, cinque per lo sbarco, tre all'osteria mettiamo per il primo giorno...
- Più in là: Vapurino pe Rrusario, quatto pezz' e mèza, tanto; nu muorz' e pane pe' u viaggio, restano cinche ducate, senza cuntà 'e scarpe pe Ciccillo.
Sentii, fra l'altre cose, che correvan cattive notizie della signorina di Mestre, alla quale più d'uno contava di rivolgersi per avere dei consigli e raccomandazioni.
Parlavano d'una caduta grave; alcuni la credevano addirittura moribonda; certe donne dicevano che era già morta, ma che lo tenevan segreto, perché ci aveva colpa (in che modo non sapevano) il comandante.
Il contadino di Mestre me ne domandò notizie ansiosamente.
Tutta la sua famiglia s'era tornata a rincantucciare nell'antico posto, tra la stia e la botte, sotto una tenda di fasce stese ad asciugare, all'ombra delle quali il piccolo Galileo, rosso come un gambero, poppava come un vitello, tra le braccia della mamma sorridente.
- Ah! povareta! - esclamò il contadino.
- Vardemo se quela disgrassia ghe doveva capitar a un anzolo come quela! La xé tropo bona, no la pol far vita lunga.
- E la donna soggiunse: - La ghe diga che pregheremo per ela, a la nostra sántola, che Dio la benedissa! - Lui aveva fede nel governo, s'era iscritto con l'amigrazion, non poteva credere a tutte quelle pantalonae che andavan dicendo quei mati del castello di prua.
- Poi mi domandò se era vero quello che diceva l'ex cuoco sapiente del castello centrale, che dall'equatore in giù l'acqua in cui si navigava la xera bona da bévar, per via del gran fiume d'America che ributtava indietro le onde del mare.
Ma s'interruppe per esclamare: - Ecco i nostri noviparoni!
Erano i cinque argentini, in compagnia del prete napoletano, che venivano per la prima volta a prua a dare un'occhiata ai loro ospiti.
Il prete doveva spiegare al deputato un qualche suo progetto d'impresa finanziaria, perché gli dicea forte, agitando la mano come un ventaglio: - ...
si se encontràran los accionistas para un gran banco agricola-colonizador...
- Ed io mi unii a loro, spinto da una più viva simpatia, in quegli ultimi giorni, per i figli di quel paese a cui tanti miei concittadini stavano per affidare le sorti della propria vita.
E cercavo sul loro viso le impressioni dell'animo.
Ma essi guardavano e non dicevano nulla.
Gli occhi loro, per altro, e ogni minimo atto rivelavan la soddisfazione d'orgoglio ch'ei risentivano al veder tutta quella gente, la quale andava a chieder sostentamento alla loro patria, la maggior parte per sempre, e i cui figliuoli a venire, nati cittadini della repubblica, avrebbero parlato la loro lingua e non più imparato la propria, e mostrato forse vergogna, come troppo spesso accade, della loro origine straniera.
Essi forse, guardandoli, si rappresentavano con l'immaginazione tutti quei mangiatori di terra e trafficanti liguri all'opera, e vedevan guizzare le barche cariche sulle acque del Paranà e dell'Uruguay, allungarsi a traverso alle foreste le nuove strade ferrate degli stati tropicali, alzarsi i canneti di zucchero nei campi di Tucuman, e i vigneti sui colli di Mendoza, e le piantagioni di tabacco nel Gran Chaco, e le case e i palazzi sorgere a mille a mille, e miriametri quadrati di deserto verdeggiare e indorarsi sotto la pioggia dei loro sudori.
Un'onda di cose mi venne allora alla bocca, da dir loro.
Voi accoglierete bene questa gente, non è vero? Sono volontari valorosi che vanno a ingrossare l'esercito col quale voi conquistate un mondo.
Son buoni, credetelo; sono operosi, lo vedrete, e sobrii, e pazienti, che non emigrano per arricchire, ma per trovar da mangiare ai loro figliuoli, e che s'affezioneranno facilmente alla terra che darà loro da vivere.
Sono poveri, ma non per non aver lavorato; sono incolti, ma non per colpa loro, e orgogliosi quando si tocca il loro paese, ma perché hanno la coscienza confusa d'una grandezza e d'una gloria antica; e qualche volta sono violenti; ma voi pure, nipoti dei conquistatori del Messico e del Perù, siete violenti.
E lasciate che amino ancora e vantino da lontano la loro patria, perché se fossero capaci di rinnegar la propria, non sarebbero capaci d'amar la vostra.
Proteggeteli dai trafficanti disonesti, rendete loro giustizia quando la chiedono, e non fate sentir loro, povera gente, che sono intrusi e tollerati in mezzo a voi.
Trattateli con bontà e con amorevolezza.
Ve ne saremo tanto grati! Sono nostro sangue, li amiamo, siete una razza generosa, ve li raccomandiamo con tutta l'anima nostra!
E non so che riserbo sciocco, - che in quel caso era peggio che sciocco, vile - mi trattenne dal dire quelle cose.
Essi m'avrebbero ascoltato con stupore, certo; ma forse non senza commozione.
Il mare era così bello! E pareva che ognuno lo dovesse rispecchiare dentro di sé.
Fin dal mattino s'eran visti all'orizzonte dei velieri e dei piroscafi di paesi diversi, diretti al Plata, e vari stormi d'uccelli erano venuti intorno al Galileo a gridargli il ben arrivato.
Finito quel rimescolìo per l'iscrizione, tutti s'erano quetati, e si mostravano inclinati alla benevolenza.
Parecchi emigranti che avevano ottenuto di entrare in prima classe a cercar sottoscrizioni per due lotterie, d'un orologio d'argento e d'una vecchia incisione della Madonna, a benefizio di due famiglie povere, raccolsero un monte di firme a sessanta centesimi: la estrazione, diceva il foglio, si sarebbe fatta la mattina del giorno dopo "con le garanzie volute, davanti al macello".
Dopo mezzodì, non nacque più alcun diverbio a bordo.
Le terze classi ebbero un piatto di braciole con patate che raddolcì molti cuori.
E anche il nostro desinare fu tale da far brillare di soddisfazione perfin l'occhio unico del genovese, e reso più saporito anche dall'idea di quel "qualche cosa dopo" che dice il Brillat-Savarin dover essere nell'aspettatazione dei commensali, perché un pranzo riesca davvero piacevole: e questo era per noi il pensiero dello spettacolo che ci avrebbe offerto il piroscafo il giorno dopo, all'apparire della terra.
I discorsi, che subivano già la forza d'attrazione dell'America, s'aggirarono tutti sui paesi vicini, come se già vi fossimo stati.
Fra tre giorni si sarebbe sentito il Poliuto al teatro Colon, e al Solis Crispino e la Comare, col Baldelli.
Si discusse il disegno della nuova piazza Vittoria a Buenos Ayres e quello del nuovo Ospedale italiano a Montevideo.
I presidenti delle due repubbliche furono notomizzati fibra per fibra, e si fecero molti commenti minuti e calorosi sui giornali benevoli e ostili alla nostra immigrazione nelle due capitali.
Solamente il garibaldino taceva, con un velo di tristezza sul viso, più fitto che gli altri giorni.
E tacevano anche i miei due vicini di camerino.
Ma sui loro visi c'era qualche cosa d'insolito: l'espressione dell'odio, come sempre; ma animata da un pensiero nuovo, come se al loro arrivo avesse a seguire qualche avvenimento, che ciascuno dei due sperava favorevole a sé e spiacevole all'altro, e da cui dovesse, in certo modo, esser decisa la loro contesa: e non si guardavano in faccia, ma s'indovinava una lotta muta e concitata fra loro, come se si pungessero i fianchi a pugnalate sotto la tovaglia, senza farsi scorgere.
Avendo steso la mano tutti e due insieme per prendere una saliera, e previsto a tempo che le loro mani si sarebber toccate, le ritirarono tutti e due nello stesso punto, e continuarono a mangiar senza sale.
E anche l'idea che, arrivato in America, non avrei più avuto davanti agli occhi quello spettacolo miserando, mi rallegrava.
A un certo punto osservai che mancavano la signora della Chartreuse e la madre della pianista, e non potendo supporre che con quel tempo patissero il mal di mare, ne domandai notizie all'agente, che sedeva tra me e l'avvocato.
Ma come! Non sapevo nulla? Avevo già la testa in America, dunque.
Oh! una scena da teatro.
Da vari giorni la "domatrice" aveva sentore che quell'altra sparlasse di lei, e indovinava l'argomento della maldicenza: lo vedeva riflesso nel viso di certi passeggieri, che a certe ore la guardavan sorridendo, e che mettevan gli occhi allo spiraglio dell'uscio, passando davanti al suo camerino.
Ma quel giorno la sua cameriera, incaricata di spiare, avea sentito tutto: quella serpe in gonnella la diceva affetta d'incipiente delirium tremens, e faceva delle descrizioni abbominevoli del suo camerino, - dove era pur stata varie volte a succhiarle il maraschino di Zara, - una vera cantina di liquorista, con le bottiglie fin sotto il cuscino del letto, dei bicchierini sporchi in tutti gli angoli, e una collezione completa di acque minerali, di polveri e di pasticche, per riparare la mattina agli sconcerti gastrici prodotti dalle bevute del giorno.
Ma oramai diceva che non v'era più riparo possibile, perché il male era troppo avanzato, e citava un giudizio desolante del medico, raccomandando ai signori di non passarle vicino col sigaro acceso.
Intesa questa relazione, in un momento appunto che aveva i fumi alla testa, la grossa signora non aveva fatto altro che correre difilata verso il camerino della buona amica, e incontratala a mezzo del corridoio, in presenza di parecchi, gliene aveva dette, a voce spiccata, tre - non più di tre - ma con l'accento e lo sguardo della sua professione, e di quelle che può ispirare soltanto la Chartreuse stagionata, quella vera autentica dei Frati benemeriti, quando è bevuta in dose conveniente.
L'altra, con una faccia imperterrita, gliene aveva risposto una sola, trisillabica, ma che valeva quelle tre messe in mazzo.
E allora...
le cameriere erano accorse, e le contendenti, convulse, erano rientrate tempestando ciascuna nel proprio camerino, dove erano svenute, mezz'ora dopo.
Ma, dicendo questo, l'agente pensava ad altro, e pareva che stesse osservando una corrispondenza di sguardi fra due persone lontane della tavola.
E infatti, dopo qualche minuto, gli intesi modulare a bassa voce il lungo grido di Amleto davanti al teatrino della reggia: - Oooooo profetica anima mia! - E subito mi afferrò per il braccio e mi confidò all'orecchio la sua maravigliosa scoperta.
- Guardi dunque, senza farsi scorgere, - mi disse poi.
Ed io guardai, e non tardai ad accertarmi del fatto.
Ogni due o tre minuti i begli occhi azzurri e vuoti della signora bionda si fissavano per qualche momento sul comandante, e sul largo faccione rosso e burbero di costui balenava un lampo, un impercettibile sorriso mezzo nascosto dalle sopracciglia aggrottate e dai baffi ispidi, somigliante a un piccolissimo tratto azzurro apparente per lo squarcio d'un cielo nuvoloso, e subito ricoperto; ma gli occhi azzurri rifissandolo, lo squarcio si riapriva e l'azzurro si rimostrava; e non c'era il minimo dubbio: il gioco gentile si ripeteva regolarmente, c'era una intesa fra il capetto biondo e il testone rosso, la sirena aveva cantato, l'orso polare aveva dato ascolto, il Galileo s'era arreso.
- Ah! ora capisco, - diceva l'agente, piccato, - perché la scena è andata in fumo! Ah! Porcaie a bordo no ne veuggio! Ah! pezzo d'un tartufo marino! Questo è troppo! - Ma in fondo era soddisfatto di essersi liberato dall'incubo di quel mistero, e quando salimmo sul cassero, si fregò le mani, dicendo: - E uno! Non resta più che a scoprire il fortunato a cui la signorina dedicherà il suo prossimo colpo di forbici...
se le rimane ancora qualche cosa da tagliare.
-
E lui e gli altri si spassarono di tutto cuore, più tardi, accennandosi la schiena rotonda del professore che, appoggiato al parapetto, dava delle spiegazioni al prete sulla costellazione dell'Orione.
Era una notte incantevole, un ridentissimo augurio per il buon termine del viaggio.
A occidente, sul cielo splendidamente stellato, s'alzava la luce zodiacale, in forma d'una grande piramide biancheggiante, che toccava quasi lo zenit col vertice, e abbracciava circa a un quarto dell'orizzonte.
Il tratto di via lattea che corre fra lo Scorpione e il Centauro e i quattro diamanti bellissimi della Croce del Sud, appariva mirabilmente vivo.
E le nubi di Magellano, le vaste nebulose solitarie che facevano battere il cuore e brillar la penna dell'Humboldt, formavano intorno al polo australe due maravigliose macchie bianche, sfumate nell'infinito.
E si vedevano stelle cadenti a ogni tratto, come una pioggia rada di fiori di fuoco, che strisciavano il cielo di luce argentea, rossigna, dorata, azzurra; ma più grandi assai in apparenza, per effetto della maggior purezza atmosferica, di quel che si vedevano sul nostro orizzonte.
La chiarezza del cielo era tale che il bastimento vi disegnava netti i suoi cordami e i suoi alberi neri, e guardando dalla piazzetta, si vedevano stelle fra le sartie, stelle fra i paterazzi, nei vani delle griselle, intorno alle antenne; e stelle pure si riflettevano nel mare quieto, in modo che non pareva di navigare, ma di volare sopra un naviglio aereo dentro agli splendori del firmamento.
Eppure quasi nessuno guardava.
Ciascuno di quei mille e settecento atomi viventi aveva dentro di sé una speranza, o un timore, o un rammarico, appetto al quale tutti quei milioni di mondi non gl'importavan di più d'un nuvoletto di polvere sollevato da terra col piede.
A prua, infatti, si sentiva un mormorio vivissimo di conversazioni; ma più raccolto e più eguale dell'altre sere; e non canti né grida: si capiva che tutti parlavano d'interessi, di faccende, di cose serie.
Al momento della separazione delle donne dagli uomini, si udirono dei: - Buona notte! - pieni di sottintesi, e cento voci vibranti: - A domani, dunque! - È l'ultima notte! - Domani a terra! - Fra ventiquattr'ore in America! - Ed eran già tutti sotto da un pezzo, che dalle scale dei dormitori veniva su ancora un bisbiglio sonoro e come la respirazione d'una moltitudine commossa.
Era il flusso d'un mare d'anime prodotto dall'avvicinarsi d'un mondo.
L'AMERICA
Che piacevole risvegliarsi! Quelle parole "oggi sentiremo la terra sotto i piedi" nelle quali s'esprimeva il pensiero di tutti, avevan per noi come un suono e una forza nuovi, e si provava a ripeterle una specie di piacer fisico, come quello che si sente stringendo il braccio intorno a una colonna di granito.
Oltre che per l'altre ragioni, si desiderava impazientemente d'arrivare anche per questa, che, in fine d'una lunga navigazione, s'è stanchi irritati da non poterne più di quella perpetua danza di linee, di quel continuo accorciarsi, piegarsi e ritorcersi a cui s'è costretti dall'angustia d'ogni cosa, e da quell'eterno odor di salsedine, di catrame e di legno.
Che allegrezza sarà riveder le strade, fiutar l'odore della campagna, e coricarsi fra quattro muri verticali, non sentendo più che la casa che ci ricetta ha un palpito di vita propria, da cui dipende la nostra! Per caso, s'era passati a notte fitta davanti alle isole Canarie e a quelle del capo Verde, e per la stessa ragione non s'era vista nemmeno quella piccola isola di Fernando de Noronha, del Brasile, che desideravano tutti per veder rotta almeno un momento la monotonia di quell'interminabile mare.
Non un palmo di terra dallo stretto in poi, in diciotto giorni.
Mi pareva che se ne avessi avuto una zolla nelle mani l'avrei rivoltata e odorata con piacere, come un frutto proibito.
Infine, tra poche ore ne avremmo avuto da saziarsi: due pezzi di trentotto milioni di chilometri quadrati, in forma di due belle pere allungate, equivalenti ciascuna a una settantina di Italie.
Siccome si credeva d'arrivare a Montevideo di pieno giorno, così, fin dalla mattina all'alba, cominciò fra gli emigranti un lavoro di ripulitura generale, affrettato e rude, che volevano salvare al possibile il decoro nazionale, non presentandosi all'America in aspetto di pezzenti lerci e selvatici.
L'acqua dolce essendo distribuita con profusione, per essere l'ultimo giorno, era un lavamento furioso, come d'una folla di cavatori usciti da una miniera di carbone, un tuffar di teste nelle gamelle, una musica di soffi e di sbuffi, e spruzzi d'acqua da ogni lato, che parea che piovesse.
Molti spingevano vigorosamente il pettine a traverso a foreste capillari rimaste vergini da Genova in poi; altri, coi piedi nudi, si pulivan le scarpe a sputi e a cenciate; e chi spazzolava, chi sbatteva, chi passava in rivista i suoi panni spiegazzati e spelati.
Il barbiere veneto, imitatore dei cani, aveva aperto bottega all'aria libera, vicino all'opera morta di sinistra, dove gli scorticandi, seduti in lunga fila come i turchi sulle piazze di Stambul, aspettavano il loro turno, grattandosi le guance a due mani e motteggiando fra loro.
Si vedevano biancheggiare a centinaia colli e braccia nude di bimbi scamiciati e di donne in gonnella.
Alcune si pettinavano l'una coll'altra, o spopolavano la testa ai ragazzi; altre rabbriccicavano in furia giacchette e calzoncini, o vuotavano sacche e valigie logore in cerca di panni freschi o di biancheria, e in quell'allegrezza che aveva ravvivato la cordialità, le famiglie si prestavano mille piccoli servizi, con grande ricambio d'insistenze e di ringraziamenti ad alta voce.
Un fremito di vita giovanile correva da tutte le parti e al disopra del mormorio vivo della folla, s'udivan di tratto in tratto delle grida: - Viva l'America! - o dei trilli acuti in falsetto, come li fanno i popolani dell'alta Italia, in fondo a ogni strofa di canzonetta.
Alla colazione, rallegrata da un suon di pifferi e di zampogne, fu fatta una distribuzione straordinaria di galletta, di cui tutti s'empiron le tasche, e il "cambusiere" mescè senza possa rum e acquavite come un cantiniere di reggimento il giorno della battaglia.
Dopo di che, tutti i passeggieri, appoggiati al parapetto o seduti, si voltarono verso occidente, ad aspettare l'apparizione del nuovo mondo.
Ma le ore passarono, e la terra non spuntava.
Il cielo era sparso di nuvole, ma l'orizzonte sgombro, e il mare presentava sempre la sua linea azzurra nettissima, senza un'ombra di promessa.
Dopo il mezzogiorno i passeggieri cominciarono a dar segni di stanchezza.
A quella gente che aveva avuto tanta pazienza per tre settimane, non ne rimaneva più un briciolo per le ultime ore.
E molti già s'indispettivano e si lagnavano.
Come mai non si vedeva nulla? Gli ufficiali avevan dunque sbagliato i calcoli? La terra si sarebbe già dovuta vedere.
Oramai non saremmo più arrivati in giornata.
E Dio sa quando si sarebbe arrivati.
- Piroscafi italiani! - era tutto detto: fortuna quando s'arrivava entro l'anno.
E facevan delle allusioni maligne, quando passava un ufficiale, guardandolo di mal occhio.
Molti, anzi, affettando di non creder più che s'arrivasse, scrollavan le spalle e voltavano la schiena al mare, fingendo di occuparsi d'altro.
Ma ogni volta che l'ufficiale del dispaccio, ch'era di guardia sul palco, appuntava il canocchiale, tutti fissavano gli occhi su di lui, in grande silenzio; e non ricominciava il mormorio se non quando era tolta ogni speranza dall'atto d'indifferenza con cui egli riabassava lo strumento.
Egli però non si moveva dall'estremità del terrazzino; il che faceva credere che s'aspettasse da un momento all'altro di veder qualche cosa.
Il contadino dal naso mozzo, intestato di voler esser il primo ad annunziare l'America, stava ritto a metà della scaletta del palco, pronto a cogliere a volo il primo movimento dell'ufficiale, per lanciare il grido, e ad ogni alzata del cannocchiale faceva con la mano verso la folla un gesto maestosamente buffo, come d'un tribuno che imponga silenzio alla moltitudine in un momento supremo.
A poppa, intanto, tutti pure aspettavano; le signore sedute, rivolte a occidente; gli uomini facendo dei nastri pel cassero, eccitati.
La signorina di Mestre stava al suo posto solito, tra il garibaldino e la zia, più pallida in viso, e più sfinita che gli altri giorni; ma non più triste; anzi più accesa e più vivente negli occhi, che non l'avessi mai vista, e con un'espressione di bontà straordinaria, che pareva una bellezza nuova che le fosse venuta, dopo il trabocco di sangue.
Per la prima volta era vestita tutta di nero, e la chiarezza diafana delle sue carni pigliava da quel vestito un risalto che metteva sgomento, come una faccia viva che uscisse di sotto a un panno mortuario.
Essa e la zia tenevan sulle ginocchia delle carte e dei piccoli involti di panni, che andavano raccomodando con la punta delle dita.
C'erano pure la madre della pianista e la signora grassa, sedute alle due estremità opposte del cassero; la prima con la sua solita faccia di isterica, che mostrava i bei denti, con un'espressione di ferocia rincrudita; l'altra col suo faccione benigno, ridipinto di beatitudine alcoolica, come se avesse tutto dimenticato.
Tutte le altre signore facevano coi loro vestiti chiari una macchia di colori allegri, come una filza di bandiere marine, spiegate in segno di festa.
Ma anche lì si cominciava a manifestar l'impazienza: i piedi stropicciavano il tavolato, le mani tormentavano i ventagli, le teste s'agitavano, le conversazioni andavano pigliando una tinta verdognola, e non si dicevano contro il comando le sciocchezze piccose degli emigranti, ma si pensavano, e schizzavan dagli occhi di tutti.
A una cert'ora, la signorina s'alzò, appoggiandosi al braccio della zia, e tutt'e due, coi loro involti, si diressero verso le terze classi.
Sulla piazzetta si unì a loro la cameriera veneta, che le aspettava, tenendo fra le braccia altre robe.
Essendo quella l'ultima visita ch'essa faceva a prua, curioso di vedere, presi per la passerella delle seconde classi, e passando per il castello centrale, andai sul palco di comando.
Aveva forse scelto quell'ora per esser meno osservata, essendo tutta l'attenzione dei passeggieri rivolta all'orizzonte.
Dal palco potei seguire con gli occhi tutti i suoi giri in mezzo alla folla, e fui maravigliato al vedere quanta gente conosceva, a quanti aveva fatto del bene in quei pochi giorni.
Rimise al contadino malato di febbre e a sua moglie il frutto della colletta; diede roba a un'altra famiglia, vicino all'albero di trinchetto; ad altri porse biglietti e lettere; poi s'accostò alla ragazza genovese, e non vidi bene, perché la gente s'era affollata, ma mi parve che le infilasse un anello nel dito.
I ragazzi le correvano incontro da ogni parte, un branco dei più piccoli la seguitava, ed essa passava una mano sulle fronti, e coll'altra dava dolci e soldi.
Andò a salutare la famiglia di Mestre, e baciò il piccolo Galileo.
Vari uomini le si avvicinarono col cappello basso, e stettero discorrendo un poco con lei, come se le chiedessero consiglio.
Qua e là dava strette di mano, e sembrava che si congedasse.
Il suo piccolo viso bianco e i suoi capelli di morta si perdevano nella folla, poi riapparivano: si nascose nell'ombra sotto il castello di prua, ricomparve alla porta della "cambusa" sparì per la scala dell'infermeria, la rividi accanto al verricello, in mezzo a un gruppo di donne che sporgevano verso di lei i bambini lattanti, perché la toccassero.
Dove passava, le faccie ridenti si ricomponevano, quelli che schiamazzavano, abbassavan la voce, tutti si scansavano e si voltavano.
E il suo volto mostrava una stanchezza mortale, ma sempre aveva quel sorriso, un tremolìo luminoso negli occhi velati e sulle labbra smorte, nel quale pareva che si fosse ridotta tutta la sua vita, come un ultimo luccicore di sole sopra una rosa bianca, già curvata verso terra.
Quando fu al passaggio coperto per tornar verso poppa, si fermò un momento e respirò, premendosi una mano sul petto.
Lì sopraggiunse la contadina di Mestre che le baciò la manica del vestito, e scappò.
Essa riprese il cammino, lentamente.
E la terra non spuntava! Ma già io non avevo più alcuna impazienza.
Ed ero stizzito con me stesso perché, dopo averla tanto sospirata, quell'imminenza dell'arrivo in America non mi destava più alcuna commozione.
Era un altro fenomeno morale simile a quello che avevo provato nei primi giorni del viaggio, in faccia al mar giallo; una specie di sincope del sentimento della curiosità e del piacere.
Come se non mi rimanesse uno solo dei mille ardenti desideri con cui ero partito, il pensiero della terra nuova non mi dava più che un senso di noia, accompagnato dalla preoccupazione meschina delle seccature dello sbarco, e dalla molestia d'un brucior di gola che m'aveva lasciato un sigaro cattivo.
E mi faceva perfino dispetto l'agitazione degli altri, - sciocchi, - che parevano smaniosi di ritornare alle fatiche e agli affanni d'ogni giorno, come se quelle tre settimane di navigazione non fossero state per tutti uno dei periodi meno tristi della vita.
Tanto che, per non vedere, m'andai a sedere nel camerino del Commissario, e vi rimasi un pezzo a rileggere un vecchio numero del Caffaro maledicendo, tra una colonna e l'altra, ai libri, ai racconti di viaggio, alle stampe e alle conferenze che ci rendono familiari i paesi più lontani, e ci mandano a vederli con la mente già piena e sazia della loro immagine, incapaci d'ogni forte impressione.
Dio mio, è così: mi dovrei vergognare di confessarlo: a poche miglia dal continente americano, io mi scervellavo sopra una sciarada del giornale genovese, della quale mi scappava il secondo
Il secondo è sempre in moto;
e correvo col pensiero tutti i regni della natura per rintracciar quel segreto, mentre il marinaio gobbo, indifferentissimo egli pure all'America, lustrava la maniglia d'ottone dell'uscio, canterellando una canzonetta ligure
Gh'ëa na votta na bælla figgia
con una voce strascicata e nasale, che mi addormentava.
A un tratto il canto cessò, come se l'attenzione del marinaio fosse improvvisamente attirata altrove, e udii dalla parte del palco un grido altissimo - lungo - interminabile - lamentevole:
- L'America!
Mi corse un brivido per le vene.
Fu come l'annunzio d'un grande avvenimento inatteso, la visione immensa e confusa d'un mondo, che mi ridestò tutt'in un punto la curiosità, la maraviglia, l'entusiasmo, la gioia, e mi fece scattare in piedi, con un'ondata di sangue alla fronte.
Un altro grido, ma di mille voci, rispose a quel primo, e nello stesso tempo il piroscafo s'inclinò fortemente a destra sotto il peso della folla accorrente.
Corsi sul cassero, cercai all'orizzonte...
Per qualche momento non vidi nulla.
Poi, aguzzando lo sguardo, distinsi una striscia rossastra che si perdeva a destra e a sinistra in due lingue sottili, simile a una nuvola leggerissima che lambisse la faccia del mare.
E stetti qualche minuto a guardare, stupito come gli altri, senza sapere di che.
Molte esclamazioni proruppero intorno a me.
- Estàmos a casa! - Ghe semmo finalmente! - Quatre heures, vingt-cinq minutes! esclamò il marsigliese, guardando l'orologio: l'heure que j'avais prevue.
- Ecco la vera tierra del progresso! - gridò il mugnaio.
- Il tenore disse semplicemente, con l'aria di dire una cosa profonda: - L'America! - La signora grassa, sovreccitata, chiamava l'uno e l'altro per nome, fraternamente, per pregarli che guardassero, che facessero festa a quel lembo di terra, ch'essa vedeva forse assai più vasto di noi.
La sola faccia che rimaneva chiusa era quella del garibaldino, e al vederlo, provai un nuovo senso di ripulsione per lui, parendomi che fosse troppo, che fosse una miseria ignobile alla fine quella di veder tutto l'universo morto perché son morte quattro povere illusioni nel nostro povero cuore.
E corsi subito a prua, dove al primo tumulto era seguito un grande silenzio.
Tutti stavano con gli occhi fissi su quella striscia di terra nuda, dove non vedevano nulla, immobili e assorti, come davanti alla faccia d'una sfinge, a cui volessero strappare il segreto del proprio avvenire, e come se al di là di quella macchia rossastra apparissero già al loro sguardo le vaste pianure su cui avrebbero curvato la fronte e lasciato le ossa.
Pochi parlavano.
Il piroscafo volava, la striscia di terra s'alzava e s'allungava.
Era la costa dell'Uruguay.
Non si vedeva né vegetazione né abitato.
Parecchi che s'aspettavano di scoprire una terra maravigliosa, parevan delusi; dicevano: - Ma è tale quale come i paesi nostri.
- In un crocchio parlavano di Garibaldi, che su quella costa aveva combattuto, e si capiva che il trovar dopo tanti giorni di viaggio una terra sconosciuta dove quel nome era vivo come nella patria, ingigantiva smisuratamente la sua gloria nel loro concetto.
Una contadina giovane, seduta vicino all'uscio del dormitorio, con un bimbo fra le braccia, piangeva, e suo marito la trattava di fabioca (scimunita), dandole del gomito nella spalla.
Domandai a una vicina che cos'avesse.
Un'idea, rispose.
La vista dell'America, come se soltanto al vederla si fosse persuasa d'aver abbandonato irrevocabilmente il suo paese, le aveva stretto il cuore, e s'era messa a piangere.
Mi spinsi oltre, vicino al castello di prua.
E trovai due operai torinesi seduti sull'opera morta...
Ah! questa non la scorderò mai più.
Sulle acque dell'oceano, in faccia al nuovo mondo e al nuovo avvenire, in quel momento solenne, discutevano intorno all'ubicazione precisa della trattoria di Casal Borgone: se fosse sul crocicchio di via Deposito e di via del Carmine, o di via del Carmine e di via dei Quartieri; e uno di essi s'arrabbiava.
In generale, le donne si mostravan più pensierose degli uomini; molte parevano attonite.
Di allegri veramente non c'erano che i giovanotti, che per l'allegrezza si pizzicottavano e si tiravan dei calci di traverso.
Dei vecchi, alcuni voltavan le spalle al mare, rincantucciati al loro posto solito, nell'atteggiamento di gente che non avesse più nulla da sperare da quel lembo di terra rossa, fuorché di morirvi in pace.
I due vecchi coniugi del castello di prua, seduti sulle loro due bitte, dormivano.
Ma poco tempo dopo, cessato il primo effetto dell'apparizione, come se fosse un'intesa, scoppiò a prua un'allegrezza smodata, un coro di canti e di fischi, e un gridìo di gente che s'affollava intorno all'osteria alzando i bicchieri e i bidoni, un bolli bolli da tutte le parti, da parere che in pochi minuti avessero tracannato delle brente di vin generoso.
Tutti i belli umori diedero spettacolo.
Il vecchio del castello centrale si mise a modulare i suoi gemiti imitativi, accoccolato in mezzo a un cerchio di gente che ridevano con la bocca da un orecchio all'altro; il contadino snasato rifaceva le facce delle donne atterrite dalla tempesta, provocando una tempesta d'applausi; poi scese il saltimbanco capelluto dal castello di prua, con la sua faccia tetra, a far la ruota sopra coperta, fra due ali di donne in visibilio.
E in un accesso di gioia l'ex portinaio dalla testa pelata, stracciato l'album famoso delle sudicerie, ne distribuì i fogli ai suoi compagni, i quali si sparsero tra la folla, formando altrettanti cerchi sghignazzanti; di modo che di lì a poco non fu più che un solo accesso clamoroso di grassa ilarità pornografica che scosse tutte le pance e squarciò tutte le bocche dalla cucina al macello, accompagnato da un chiasso assordante di suon di strumenti, di versi da briachi e di urlate, sul quale s'alzava di tanto in tanto il grido lungo e lamentevole del barbiere, latrante alla luna.
Il sole intanto era andato sotto, diritto davanti a noi, di là dalla terra, e si vedeva un crepuscolo stupendo, bello quanto i più belli che avevamo visto sui tropici; spettacolo frequente in quella parte d'America, per effetto della grande quantità di vapori che s'alzano dalle acque del Plata e dei due fiumi enormi che lo formano; i quali vapori, accumulandosi in alto, quando l'aria è queta, si tingono di luce e la sfumano e la rifrangono con una forza di colori che vince ogni fantasìa.
Non appariva più all'orizzonte che una zona fiammeggiante, ma rotta in mille forme di cattedrali d'oro, di piramidi di rubini, di torri di ferro rovente e d'archi trionfali di bragia, che si sfasciavano lentamente, per dar luogo ad altre architetture più basse e più bizzarre, le quali finirono con presentare l'aspetto delle rovine ardenti d'una città sterminata, e poi d'una serie di giganteschi occhi sanguigni, che ci guardassero.
E di sopra il cielo era oscuro, e il mare di sotto, nero.
A quella vista, s'era rifatto il silenzio a prua, e gli emigranti guardavano, trasecolati, come se quello fosse un fenomeno arcano, proprio di quel paese.
S'intravvidero alcuni isolotti: Lobos a sinistra, Gorriti a destra, poi l'isola di Flores, poi i fanali dei banchi d'Archimede.
Il silenzio era così profondo a prua, che si sentiva distintamente lo strepito della macchina.
Il piroscafo filava come una barca sur un lago.
Un emigrante esclamò: - Che bel mare!
- Non siamo più in mare, - osservò un marinaio, ch'era accanto a me.
- Siamo nel fiume.
L'emigrante e i suoi vicini si voltarono a cercare l'altra riva, e non vedendo che la linea netta dell'orizzonte marino, rimasero increduli.
Ma navigavamo già di fatto nel Plata, la cui riva destra era a più di cento miglia da noi.
Quando l'ultima luce crepuscolare disparve, vedemmo scintillare i fanali di Montevideo, e una striscia lontana e confusa di case, rischiarata qua e là vagamente, e una selva di bastimenti, di cui non si vedevan che le punte.
Oramai si sapeva che non si sarebbe più sbarcati, e la folla era stanca delle commozioni della giornata; ma tutti rimasero sopra coperta per gustare il piacere della fermata.
Di lì a poco, in fatti, il piroscafo cominciò a rallentare il corso e l'anelito; poi parve appena che si movesse; e infine quel mostruoso cuore di ferro e di fuoco che da ventidue giorni batteva affannosamente, diede l'ultimo palpito, e il colosso s'arrestò, morto.
A un fischio che suonò sul palco, le due àncore enormi si staccarono dai suoi fianchi, e caddero fragorosamente, trascinando con la rapidità del fulmine le loro grandi catene, che sollevaron scintille dai due occhi di ferro; il mare gorgogliò sul davanti; il piroscafo tremò, e ritacque.
I suoi due giganteschi artigli avevano afferrato il fondo del fiume.
Gli emigranti stettero ancora qualche minuto ad assaporare la sensazione nuova dell'immobilità e del silenzio, e poi scesero a lunghe file, lentamente, nei dormitori, e anche i passeggieri di prima, non allettati dal movimento dell'aria, si ritirarono.
Ed io rimasi quasi solo, stupito che, dopo aver tante volte trovato il viaggio insopportabilmente lungo, mi paresse in quel momento così breve, e vago come un sogno, mentre ne ricordavo tante cose.
Non avendo mai visto nulla per via, che mi segnasse le distanze nella mente con immagini ben distinte le une dall'altre, tutte le giornate mi si confondevano all'immaginazione in una sola, e mi pareva d'aver percorso quello spazio sterminato di un volo.
Nessun momento del viaggio, fuorché la tempesta, mi rimase come quello stampato nell'anima.
Il fiume smisurato era come immobile, quasi che le sue acque riposassero stanche del corso di duemila miglia, che avevan fatto dalle montagne del Brasile; il cielo era oscuro e tranquillo, Montevideo dormiva, nella rada nessun movimento e nessun rumore, il piroscafo muto; un silenzio altissimo pesava su tutte le cose; e mi parea che venisse di lontano, dagli altri grandi fiumi, dalle pianure sterminate, dalle foreste immense, dalle mille cime delle Ande: il silenzio misterioso e formidabile d'un continente assopito.
Mi riscosse dalla meditazione il comandante, che mi passò accanto fregandosi le mani, - cosa insolita, - come se dentro alla sua testa irta d'orso marino pregodesse una notte beata.
Fui tentato di ripetergli il suo ritornello: - Porcaie a bordo...
Ma egli mi prevenne domandandomi col viso serio: - Che cosa faranno in casa sua a quest'ora?
Guardai l'orologio e risposi: - A quest'ora la mia casa è al buio, e tutti dormono.
Egli si mise a ridere, fregandosi le mani.
- Anche vosciâ sciâ gh'è cheito! - disse.
- (Anche lei c'è cascato.) - A quest'ora in casa sua ci batte il sole, e i suoi ragazzi domandano il caffè e latte.
Non ci avevo pensato.
Ma il buon comandante, che era veramente contento, mi domandò ancora se, prima di imbarcarmi, avessi pregato l'armatore di avvertire la famiglia appena ricevuto l'annunzio dell'arrivo.
Risposi di sì.
- Ebbene, - disse, - fra tre ore la sua famiglia saprà che è arrivato in America in buona salute.
Non avevo pensato neanche a questo, e discesi, contento anch'io, a dormire il mio ultimo sonno nel ventre del Galileo.
SUL RIO DE LA PLATA
Dormire? Mentita speme.
Come accade a tutti dopo una giornata d'agitazione alla quale si sappia che ne seguirà un'altra non meno agitata, i passeggieri non dormirono che quanto voleva irresistibilmente la stanchezza: verso le due dopo mezzanotte quasi tutti si svegliarono, e tra sospiri di signore, sbadigli virili e conversazioni sommesse, che in quel silenzio del bastimento immobile sonavano come un ronzio di tafani, non vi fu più quiete.
Un'ora prima dell'alba si sentirono dei passi affrettati e la voce del medico, accorso per uno svenimento della signorina di Mestre, alla quale aveva dato un crollo lo sforzo fatto il dì innanzi per salir sul cassero e far la sua ultima visita a prua.
Poi cominciò il piccolo brasiliano a strillare e la negra a cantar la sua nenia.
E allora tutti saltaron giù dalle cuccette e si misero ad apparecchiare rumorosamente le proprie robe, chiacchierando senza riguardi.
Quando allo spuntare del giorno, dopo essersi scanagliati per mezz'ora nei corridoi, il cameriere e le cameriere entrarono col caffè nei camerini, trovaron già i passeggieri in piedi, lavati e strigliati, con la mancia alla mano.
Ruy Blas, presentandomi il vassoio, mi fece i suoi auguri di buona permanenza in America col suo porgere corretto di cameriere da palco scenico, ma con una voce così languida e cert'occhi di triglia così pesti, che anche un bambino v'avrebbe letto il proposito di mostrare una grande mestizia per la sua separazione imminente dalla misteriosa creatura che l'amava.
Mentre io sorbivo il caffè egli guardava il cielo per il finestrino, mordendosi il labbro di sotto, come per reprimere la voce del cor ferito; e poi, prendendo la mancia, corresse l'umiltà dell'atto con un inchino elegante e pieno di dignità.
Uscendo subito dopo di lui, lo vidi entrare nel camerino del prete; del quale intesi poco dopo la grossa voce che contava lentamente: - Dos, tres, cinco, seis...
-lire, m'immagino, che Ruy Blas doveva ricevere nella mano aperta, come un accattone, fremendo di vergogna per la sua regina.
Sopra coperta, trovai il comandante e gli ufficiali in faccende.
Erano saliti a bordo allora un impiegato gallonato del porto di Montevideo e un medico, - quello un omone con un fil di voce, questo un mezz'uomo con una voce di gran cassa; - i quali, dopo essersi informati dello stato sanitario dei passeggieri, si recarono a prua a contare il personale d'equipaggio.
Tutti i passeggieri di terza, intanto, s'andavano radunando sul cassero centrale per sfilare davanti all'impiegato uraguayo che li doveva numerare, e al medico, che avrebbe fatto in disparte le facce sospette.
Dal castello centrale si dovevano avanzare a uno a uno, passare sul ponte che correva di sopra alla "piazzetta" e poi, scendendo dal cassero per la scaletta di destra, tornare a prua.
Sull'ampio castello centrale non c'era più un palmo di spazio vuoto: una folla fitta come un reggimento in colonna serrata lo copriva da un capo all'altro, non levando che un leggiero mormorìo.
Il cielo era rannuvolato; il fiume immenso, d'un color giallo di mota; e la città di Montevideo, lontana, non appariva che come una lunga striscia biancastra sopra la riva bruna, rilevata dalla parte d'occidente in un colle solitario, il Cerro, memore di Garibaldi: un paesaggio vasto e semplice, che aspettava il sole, in silenzio.
Lontano fumavano dei vaporini che venivano verso di noi.
Salii sul cassero per vedere l'ultima volta i miei mille e seicento compagni di viaggio.
Arrivarono pochi minuti dopo l'impiegato e il dottore uruguayo, il comandante, gli ufficiali, il medico di bordo.
E la triste processione incominciò.
Triste, non solo in sé medesima, ma perché quella numerazione della folla come d'un armento, del quale non importava a nessuno di conoscere i nomi, faceva pensare che tutta quella gente fosse contata per essere venduta, e che non ci passassero davanti cittadini d'uno Stato d'Europa, ma vittime d'una razzìa di ladri di carne umana fatta sopra una spiaggia dell'Africa o dell'Asia.
I primi passarono lentamente.
Ma a un atto d'impazienza dell'impiegato del porto, il comandante fece un cenno, e allora cominciarono ad affrettare il passo, a sfilare quasi correndo.
Le famiglie passavano unite, il padre primo, le donne dopo, coi bimbi in collo e i ragazzi per mano, i vecchi dietro; quasi tutti portando sotto il braccio o sulle spalle gl'involti della roba più preziosa, che non s'eran fidati di lasciare nei dormitori.
Molti erano puliti, e vestiti dei panni migliori, che avevan tenuti in serbo per quel giorno; molti altri più cenciosi che alla partenza, imbrattati di tutto il sudiciume che si può raccattare strusciandosi per tre settimane in tutti gli angoli d'un bastimento, con le barbe lunghe, col collo nudo, con le dita dei piedi fuor delle scarpe; alcuni perfino senza cappello; e più d'uno si teneva chiusa a due mani la giacchetta senza bottoni, per nascondere la nudità irsuta del petto, che traspariva.
Belle ragazze, vecchi inarcati, giovanotti di vent'anni, operai col camiciotto da lavoro, pastori dalle lunghe capigliature, contadine calabresi dal busto verde, zampitti, brianzole con le raggere di spille nelle trecce, montanare piemontesi con la cuffia bianca, si succedevano, l'uno mettendo il piede sull'orma dell'altro, come comparse sopra un ponte di teatro, in uno spettacolo che rappresentasse la fuga d'un popolo.
Alcuni passavano saltellando, per ostentazione buffonesca d'allegrezza; altri con faccia torva, non guardando in viso nessuno, come se fossero offesi di quella berlina d'un momento.
I borghesi, le mezze signore che portavano ancora in dosso qualche segno dell'antica agiatezza, passavan con la testa bassa, vergognandosi.
I vecchi lenti e le donne impacciate dagli involti erano spinti da parte, o cacciati innanzi con un urtone da quei che sopravvenivano, brutalmente; i bimbi piangevano, per paura di esser buttati giù; gli urtati bestemmiavano.
Quante facce di mia conoscenza vedevo passare! Ecco l'ometto del telegramma alla moglie, con la sua faccia piena di rughe facete, che ha ancora l'aria di crederci; ecco il vecchio dal gabbano verde che corre coi capelli grigi al vento, gettando un'occhiata di sfida e di disprezzo ai passeggieri di prima affollati sul cassero; ecco il saltimbanco tatuato, le due coriste scarmiglione, la famiglia di Mestre, col piccolo Galileo che fa colazione correndo; ecco il portinaio pornografo, la bella genovese che passa col viso roseo e gli occhi bassi, la grossa bolognese che misura il ponte a passi imperatorii, col suo inseparabile borsone sul fianco, e l'omicida putativo del castello di prua, e la madonnina di Capracotta, e il barbiere latrante, e la povera vedova dell'assassinato.
Via via che sfilavano, mi ripassavan per la mente tutti gli accidenti tristi e comici di quella strana vita di ventidue giorni, e tutti i sentimenti mutevoli di simpatia, di dispetto, di affetto e di diffidenza che quella gente m'aveva ispirati; ma che ora erano sopraffatti tutti quanti dal sentimento unico e profondo d'una pietà dolorosa e piena di tenerezza.
E non finivan mai di passare, come se si fossero raddoppiati durante la notte.
Ancora famiglie dietro famiglie, ragazzi dietro ragazzi, faccie di città e di campagna, dell'alta e della bassa Italia, figure di buona gente, di briganti, di infermieri, d'asceti, di vecchi soldati, di mendichi, di ribelli, sempre più rapidamente correnti, come se gl'incalzasse il terrore di non arrivare in tempo in America a trovare la loro parte di terra e di pane.
Oh l'interminabile miseranda sfilata! E l'immaginazione, come uno scherno, mi rappresentava ostinatamente, di là da quella miseria affannata, le baldorie patriottiche degli sfaccendati, dei benestanti e degli illusi, urlanti d'entusiasmo carnevalesco nelle piazze d'Italia imbandierate e splendenti.
E provavo un senso d'umiliazione, che mi faceva sfuggire lo sguardo de' miei compagni di viaggio stranieri, di cui mi giungevano all'orecchio come ingiurie al mio paese le esclamazioni affettate di compassione e di stupore.
E intanto seguitavano a passar panni laceri, e canizie tristi, e donne sparute, e bimbi senza patria, e nudità, e vergogne e dolori.
Lo spettacolo durò una mezz'ora, che mi parve eterna.
Passò fra gli ultimi, lentamente, il frate dal viso di cera, colle mani infilate nelle maniche.
Poi passò il drappello degli svizzeri col berretto rosso.
E come Dio volle, fu finita.
Allora, dal primo vaporino arrivato salì sul piroscafo un branco di gente, parenti ed amici dei passeggieri, che si sparpagliarono a prua e a poppa, cercando con lo sguardo e chiamando per nome le persone; e cominciò da ogni parte un grande scambio di baci, d'abbracci e di saluti.
Tre signori s'avvicinarono al supposto "ladro" e mentre noi ci aspettavamo che l'arrestassero, tutti e tre si scappellarono e s'inchinarono profondamente, e l'uno disse: - Monsieur le ministre...
- Caspita! Tutti rimasero stupiti.
A giudicar le persone dai connotati! Ma l'attenzione di tutti fu attirata subito altrove da una scena penosa.
Un giovanotto messo bene, e bello, ma antipatico, corse incontro ai miei due vicini di camerino, che si slanciarono tutti e due insieme verso di lui, esclamando: - Attilio! - Ma a due passi di distanza s'arrestarono, aspettando ch'egli scegliesse l'uno o l'altro da abbracciar pel primo, come se quella preferenza dovesse essere l'espressione d'un giudizio decisivo del loro passato e d'una sentenza irrevocabile del loro avvenire.
Il giovane titubò un momento, non commosso però, guardandoli entrambi, e poi si gittò fra le braccia della signora, che lo strinse al petto con un'apparenza di grandissima tenerezza, smentita all'istante dallo sguardo satanico di trionfo che lanciò a suo marito.
Questi impallidì come un morto, e si guardò intorno: tutti temettero che stramazzasse sul tavolato.
Ma restò su, facendo un grande sforzo, e sorrise...
di un sorriso da metter compassione e paura.
Scioltosi dalla madre, il giovane s'avvicinò a lui, e gli diede sulle guance smorte un bacio freddo, che quegli non ebbe la forza di rendere.
Tutti voltarono gli occhi in là, con un senso di ribrezzo, come alla vista d'un assassinio.
E io me n'andai subito verso prua, senz'aver più il coraggio di girare uno sguardo su quel disgraziato.
Ma qui un'altra scena pietosa m'aspettava.
Un crocchio di vecchi, donne e uomini, circondavano il Commissario, chiedendogli protezione e consiglio, affannati, spaventati, con le labbra tremanti.
Erano di quei sessagenari soli che non potevano sbarcare senza che un parente prossimo si presentasse all'arrivo a farsi mallevadore dei loro mezzi di sussistenza.
Ora i parenti che aspettavano non s'erano fatti vedere, e naturalmente, perché essi dovevano sbarcare a Buenos Aires; ma confondendo in quel momento l'Uruguay con l'Argentina, e trovandosi soli, si credevano perduti.
Che cosa sarebbe accaduto di loro? Non si può dire l'angoscia e l'avvilimento di quella povera gente, che dopo aver abbandonato l'Europa, si credevano respinti dall'America, come inutili carcasse umane, neanche più buone a ingrassare la terra, e già immaginavano un viaggio di ritorno disperato alla patria, dove non avevano più affetti, né casa, né pane.
Il Commissario cercava di persuaderli, che non s'era nell'Argentina, ma nell'Uruguay, che i loro parenti si sarebbero presentati a Buenos Aires, dall'altra parte di quel fiume che vedevano, che si rassicurassero, che s'angustiavano senza perché.
Ma quelli non intendevano ragione, erano come istupiditi dall'affanno, e parevano anche più miseri e più infelici in mezzo all'allegrezza chiassosa dei giovani che ogni momento li urtavano, passando, e gridavan loro nell'orecchio: - Allegri, vecchi! - Viva la repubblica! - Viva l'America! - Viva la Plata!
Stentai a liberare per un momento da loro il Commissario, per salutarlo, e da lui ebbi ancora notizia del giovane scrivano, il quale, disperato di doversi separare dalla genovese, che sbarcava a Montevideo, era stato preso da un accesso di convulsioni e metteva sottosopra il dormitorio.
Poi andai a salutare gli altri ufficiali, che avrei riveduto di là a due mesi a Buenos Aires, dopo altre due traversate dell'oceano.
Volli anche salutare il mio povero gobbo, che trovai sulla porta della cucina, con una padella alla mano.
- Oh! finalmente! - esclamò, tirando un respiro di soddisfazione, - ci avremo ora dozze giorni senza donne! - Eppure - gli dissi - voi finirete col pigliar moglie.
- Mi - rispose, toccandosi il petto col dito - piggià moggê? - Poi in italiano, con una curiosa intonazione declamatoria: - Questo non sarà giammai! - E mi soggiunse nell'orecchio, contento: - Dozze giorni! - ma vedendo avvicinarsi il comandante, disse in fretta: - Scignoria, bon viaggio! - e strettami la mano, mi voltò il popone, e scomparve.
Intanto altri vaporini s'erano avvicinati, ed uno toccava la scala reale.
Tornai sul cassero a salutare i passeggieri di prima che scendevano, in mezzo a un tramestìo di valigie, a uno scambio vivace di strette di mano e di buoni auguri.
Ed ebbi allora una prova di più di quanto sia difficile il conoscer la gente per viaggio.
Certi passeggieri, con cui avevo avuto per tutto quel tempo una dimestichezza quasi d'amico, se n'andavano senza dir crepa o salutando appena col cappello, come se m'avessero già dimenticato; altri coi quali non avevo mai scambiato una parola, si vennero ad accomiatare da me con una espansione affettuosa e sincera, che mi fece rimanere.
E fra molti altri interveniva la stessa cosa.
Il marsigliese fu cordiale: mi ripeté che amava l'Italia, perché gli uomini come lui erano superiori agli odi dei governi, e che avrebbe fatto il possibile per conciliar gli animi degli italiani e dei francesi nell'Argentina.
- Tachez d'en faire autant parmi vos compatriotes.
Quant'à moi, on me connaît dans les deux colonies.
On sait - concluse con un gesto solenne - que j'apporte la paix! Adieu.
- L'agente di cambio si presentò a salutare gli sposi, i quali s'intimidirono, presentendo la frecciata del Parto.
- Oramai - disse loro - non troveranno più alcuna difficoltà per la lingua in America, perché...
sia detto senza rimprovero, un gran bell'esercizio l'hanno fatto! - E quelli scapparono giù per la scala.
Allora egli apostrofò l'avvocato, che stava per scendere, con un involto rotondo sotto il braccio, che doveva essere un salvavite: - Avvocato, ora sarà tranquillo.
- Ma quegli, lanciando uno sguardo obliquo sul fiume, brontolò: - Non si sa mai.
Alle volte questo sporco rio è anche più infame dell'oceano atlantico...
- E cominciò a scendere con grandi precauzioni, non rispondendo ai saluti di nessuno.
Discesero la signora bionda e suo marito, i miei vicini di camerino col figliuolo, la "domatrice", la pianista e sua madre, i francesi, il prete, i passeggieri di seconda, ed altri.
Quando tutti furon giù, seduti sulla piccola poppa, l'agente mi diede una gomitata in un fianco, esclamando: - Eureka! - e mi fece un cenno col viso.
Guardai a destra sul cassero del Galileo, e vidi affacciato al parapetto, in un atteggiamento studiato di amante pensieroso e afflitto, Ruy Blas, che teneva lo sguardo fisso sul vaporino, e seguendo la direzione del suo sguardo, andai a posare il mio sul viso della piccola pianista, impassibile come sempre, ma con gli occhi rivolti a lui, con una fissità acuta e tenace, che non lasciava dubbio, che prometteva per la prima occasione una di quelle lettere matte e di quelle recisioni temerarie in cui si sfogavano da lontano le sue furibonde passioncelle compresse.
- Ah la piccola Maria di Neubourg - esclamò l'agente, - regina delle gatte morte! - Ma già il vaporino s'allontanava.
Quasi tutti ci salutarono con la mano.
La signora grassa mandò un bacio al Galileo con un gesto impetuoso.
Osservai ancora una volta il mio povero vicino di camerino, seduto in disparte dal figliuolo e dalla madre, per il quale cominciava una nuova vita di angoscie e di torture.
E colsi a volo un curioso saluto della signora svizzera, la quale, non sapendo a chi rivolgersi particolarmente dei molti amici che la guardavan dal cassero, abbracciò con un largo e dolce sguardo di gratitudine tutta la poppa del Galileo.
E l'ultimo che notai fu il professore, seduto accanto a lei, con la schiena arrotondata, sorridente con gli occhi socchiusi e la lingua a un angolo della bocca, in aria di beffarsi della moglie, degli amanti, dell'Atlantico, del vecchio continente e del nuovo.
Poi tutti i visi si confusero e si perdettero ai miei occhi per sempre.
Un altro vaporino s'era avvicinato in quel frattempo, sul quale dovevano scendere gli argentini, la famiglia brasiliana e tutti gli altri.
Ma nessuno, per delicatezza, volle scendere prima della signorina di Mestre, che si sapeva dover essere portata, e che ancora non s'era vista in coperta quella mattina.
Il comandante, interrogato, scrollava il capo.
Tutti stettero aspettando alla porta del salone, in due ali.
Prima uscì il garibaldino che, pigliando per curiosità quell'aspettazione rispettosa, girò intorno uno sguardo sprezzante.
Poi comparve la signorina, seduta sopra una seggiola a bracciuoli, portata da due marinai, e accanto la zia, con gli occhi rossi.
La povera malata, vestita di nero, bianca come un cadavere, teneva la testa appoggiata sulla spalliera e le mani sulle ginocchia, come se non avesse più forza di muoverle; ma nei suoi occhi che quasi non avevan più sguardo e sulla sua bocca da cui pareva che non uscisse più alito, errava ancora quel suo sorriso leggerissimo, d'una mestizia e d'una dolcezza infinita.
Quando passò, tutti si scopersero, ed essa rispose con un movimento soave delle labbra, senza parola.
I marinai si soffermarono vicino allo sportello della scala.
Il comandante, tenendo il berretto in mano, la salutò, con quel laconismo secco con cui gli uomini burberi nascondono la commozione: - Buon viaggio, signorina...
guarisca! - E si voltò bruscamente per ordinare che si facessero stare indietro gli emigranti ch'erano accorsi, e che a ogni costo si volevano affollare intorno alla ragazza, a cui avrebbero levato il respiro.
Respinti, salirono brontolando sul castello centrale, per vederla scendere e partire.
Il garibaldino fu l'ultimo a salutarla, mentre era già sul piccolo ripiano della scala.
Essa gli porse la mano, ch'egli baciò, e poi, alzando l'indice in aria di rimprovero sorridente e amorevole, gli disse ancora una parola, ch'io non intesi.
Egli chinò il capo, senza rispondere.
I due marinai cominciarono a scendere con grande cautela, l'uno sorreggendo la seggiola pel davanti, l'altro per la spalliera, e avvertendo l'inferma che si tenesse forte ai bracciuoli: la zia le teneva dietro, ansiosa, raccomandandole di non guardare l'acqua.
Quando furono in fondo alla scala, un marinaio del vaporino aiutò gli altri due, e, senza scosse, la deposero a poppa, rivolta verso il Galileo.
Tutti gli altri discesero e presero posto: il solo garibaldino rimase a bordo, appoggiato al parapetto, poco lontano da me.
Il vaporino si mosse.
Allora tra gli emigranti, che s'erano affollati al parapetto del castello centrale, proruppe l'ammirazione e la gratitudine per quella creatura angelica, che avevan visto tante volte in mezzo a loro, impietosita delle loro miserie, dolce con tutti come una sorella, e da cui tanti di essi avevan ricevuto conforti e benefizi: non s'intese un grido, ma un mormorìo lungo di saluti, in cui parve che traboccasse tutto quello che le amarezze e i rancori d'un'esistenza travagliata avevan lasciato di buono e d'affettuoso in quella moltitudine.
- Buon viaggio, signorina! - Dio la benedica! - Dio la faccia guarire! - Si ricordi di noi! - Buon viaggio alla nostra amica! - Addio! - Addio! - E sventolavano i cappelli e le pezzuole.
Essa rispose con un saluto stanco della mano, e poi, con la mano stessa, alzando ancora una volta gli occhi velati e dolcissimi verso il suo amico, rifece quell'atto dell'indice, come per dirgli: - Ricordatevi!
Il vaporino era già lontano, e la sua figura spiccava ancora distintissima a poppa, come un fior nero in mezzo a un mazzo di vari colori confusi.
Quando non apparve più che una macchietta nera piccolissima, si vide qualche cosa di bianco muoversi sopra di lei: era lo sventolìo d'un fazzoletto.
- Era per lui.
- Gli diede uno sguardo.
Ah! era troppo! Neppure in quel momento si scoteva! Ma nell'atto che dicevo questo tra me, la sua fronte si contrasse, le sue labbra tremarono, il suo petto si gonfiò, e tutt'a un tratto un singhiozzo gli scoppiò dal cuore, uno solo, netto, profondo, violento, come il grido d'un uomo a cui tutta l'anima si sollevi come un cavallone dell'oceano.
Poi si coprì il viso con le mani.
Era il pianto finalmente! Era forse la bontà, l'amore, la patria, la pietà delle miserie umane, erano tutte le forti e dolci virtù della sua giovinezza generosa che rientravano impetuosamente nel suo largo petto di ferro per il vano che v'aveva aperto quella piccola mano di moribonda; era forse l'umanità che riafferrava il suo soldato, il quale le si rigettava sul seno dopo un lungo oblìo, come a una madre, domandandole perdono, e promettendole di ricominciare ad amarla e a servirla come nei begli anni della fede e dell'entusiasmo.
La visione era svanita, la creatura benefica sarebbe morta; ma forse quel suo ultimo sorriso, che non era più d'una creatura umana, gli avrebbe rischiarato il cammino fino al suo termine, e quello sventolìo bianco sarebbe rimasto per sempre sull'orizzonte della sua vita, come l'insegna della sua redenzione.
Egli continuò a rimanere immobile contro al parapetto, con le braccia incrociate, come inchiodato là da un pensiero nuovo e profondo che assorbisse tutta l'anima sua, ed era là ancora quando, ritto sopra un nuovo vaporino in mezzo a un gruppo d'amici, io vedevo il colossale Galileo a poco a poco abbassarsi e accorciarsi, mostrando però sempre lungo i suoi parapetti le mille teste degli emigranti, come il formicolìo d'una folla affacciata agli spalti d'una fortezza solitaria in mezzo a una pianura senza fine.
E riandando rapidamente quel viaggio di ventidue giorni, mi pareva davvero d'essere vissuto in un mondo a parte, il quale, riproducendo in piccolo gli avvenimenti e le passioni dell'universo, m'avesse agevolato e chiarito il giudizio intorno agli uomini e alla vita.
Molta tristezza, molte brutture, molte colpe; ma assai più miserie e dolori.
La maggior parte delle creature umane è più infelice che malvagia e soffre di più di quella che faccia soffrire.
Dopo aver bene odiato e sprezzato gli uomini, senz'altro frutto che di amareggiarci la vita e d'inasprire intorno a noi la malvagità che ce li rese odiosi e spregevoli, noi ritorniamo all'unico sentimento sapiente ed utile, che è quello d'una grande pietà per tutti; dalla quale, a poco a poco, gli altri affetti buoni e fecondi rinascono, confortati dalla santa speranza che, nonostante le contrarie apparenze passeggiere, l'immenso peso dei dolori scemi lentamente nel mondo, e l'anima umana migliori.
Quando misi piede a terra, mi voltai a guardare ancora una volta il Galileo, e il cuore mi batté nel dirgli addio, come se fosse un lembo natante del mio paese che m'avesse portato fin là.
Esso non era più che un tratto nero sull'orizzonte del fiume smisurato, ma si vedeva ancora la bandiera, che sventolava sotto il primo raggio del sole d'America, come un ultimo saluto dell'Italia che raccomandasse alla nuova madre i suoi figliuoli raminghi.
FINE
Note:
1 Non è il Galileo della Società di Navigazione generale.
2 La tremarella.
3 È una raffica di donne maleducate.
4 Quella signora mi comincia a stomacare.
5 Perché non gli ha messo il sale sulla bocca?
6 Sul suo giuramento.
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