SULL'OCEANO, di Edmondo De Amicis - pagina 8
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Ora mentre egli giocava nel salone o passeggiava a prua, la signora e una sua amica avevano preso l'abitudine d'andargli a metter tutto sottosopra per farlo poi ammattire a riordinare.
E il gioco era riuscito bene parecchie volte.
Ma un giorno essendosi arrischiata sola la svizzerella a fare il solito arruffio, era sopraggiunto all'impensata l'argentino e, montato sulle furie, aveva chiuso l'uscio del camerino per obbligarla a rimettere ogni cosa al suo posto.
Senonché le cose spostate essendo molte, il lavoro di riordinamento era durato un pezzo, e levatasi in quel frattempo una burrasca per effetto d'un colpo di vento improvviso, la signora aveva dovuto rimaner chiusa là dentro per varie ore, mentre di sotto, pei corridoi, il marito spaventato la chiamava da ogni parte ad alte grida, e voleva che si gettasse una lancia in mare per ripescarla, senz'accorgersi della ridente commiserazione che lo circondava.
Nondimeno tutto era finito senza guai.
Ma in questo viaggio pareva che il signore e la signora non dessero segno di conoscersi.
Io mi voltai a guardar lui, in fondo alla tavola: era un bruno tra i trentotto e i quaranta, di profilo energico, con l'occhialetto: una faccia d'uomo, infatti, da non permettere che gli si violasse impunemente il domicilio.
Quanto al marito professore, disse l'agente, era un bel capo: appassionato, sebbene avesse una faccia più letteraria che scientifica, per gli studi di meccanica nautica: passava le giornate in grevi meditazioni davanti alla macchina, ai timoni, ai verricelli, a ogni più piccolo ordigno del piroscafo, facendosi dare dagli uffiziali delle spiegazioni minute, che andava poi a ripetere a prua, per il gusto di sbocconcellare al popolo il pane della scienza, mentre altri gli addentava il suo a poppa.
Ma in quel momento io stavo osservando, accanto all'argentino, un signore biondo slavato, con due favoriti che parevan due salici piangenti di capelli, come quei che si vedono nelle vetrine dei parrucchieri; il quale girava intorno degli occhi di pesce sospettosi, e non parlava a nessuno.
Domandai all'agente se sapeva chi fosse.
Oh! un bel caso.
Si sospettava che fosse un ladro fuggitivo.
Ne correva la voce sul Galileo.
Era un francese.
Non si sapeva quale dei passeggieri, leggendo il Figaro arrivato a Genova il giorno stesso della partenza, aveva creduto di riconoscere una maravigliosa rassomiglianza fra quella faccia strana e diffidente, e certi connotati che dava il giornale parigino di un cassiere di non so quale casa bancaria di Lione, scappato tre giorni prima, lasciando un vuoto di macchina pneumatica.
Egli avrebbe fatto delle investigazioni: alla peggio, sperava di scoprire il segreto all'arrivo, quando fosse salita a bordo la polizia.
Della coppia matrimoniale che sedea dirimpetto a costui, non aveva ancora chiesto informazioni: erano i miei due vicini di camerino, quelli della spazzola: la signora, sulla quarantina, piccoletta, con due occhi freddi, e un perpetuo sorriso forzato sulle labbra sottili; non brutta, ma di quelle persone a cui l'animo ha guastato il viso, le quali, a primo aspetto, ispirano ripugnanza per cagion del male che debbono fare agli altri, e compassione per quello che debbono soffrire esse medesime: il marito, una figura di maggior di cavalleria in riposo, d'animo forte, pareva; ma domato da una natura più forte della sua, e logorato da un'afflizione sorda e immutabile.
Non si parlavano mai, come se non si conoscessero, e non erano mai insieme, fuorché a tavola; ma il mio vicino aveva osservato che lei saettava a lui delle terribili occhiate di traverso, quando le pareva che fissasse qualche signora: all'affetto morto era sopravvissuta la gelosia dell'orgoglio.
Una coppia male accoppiata, insomma, come due forzati stretti da una catena, fra i quali ci doveva essere un'avversione profonda, e un mistero.
Quello che conosceva meglio di tutti era il comandante: bravo marinaio, rozzo e irascibile, possessore d'un vocabolario maravigliosamente ricco di sacrati e d'ingiurie genovesi, che prodigava al basso personale dell'equipaggio: vere litanie d'improperi, condotte con un crescendo di effetto irresistibile; e altero della vigoria dei suoi pugni, dei quali s'era molto servito durante i suoi vent'anni di onorato comando.
Aveva una fissazione, quella d'una severità assoluta in fatto di morale.
Porcaie a bordo no ne véuggio.
- Non voglio porcherie a bordo - era il suo intercalare.
Voleva il bastimento casto come un monastero, e credeva d'ottenerlo.
All'occasione dava delle lezioni memorabili.
In uno degli ultimi viaggi, avendo scoperto una sera che due passeggieri di diverso sesso, non legati né dal codice né dalla chiesa, erano addormentati in un camerino di coperta, egli aveva fatto inchiodare una grand'asse a traverso all'uscio, e ce l'aveva lasciata fino a che i due, il dì seguente, morsi dalla fame, dopo aver picchiato furiosamente, erano stati costretti a uscire coram populo, mëzi morti da-a vergêugna.
Ma aveva rischiato d'ammalare dalla rabbia nell'ultima traversata, portando da Buenos Ayres a Genova un'intera compagnia lirica, e un corpo di ballo di cento e venti gambe; a tener a segno le quali non ci sarebbero stati sul piroscafo abbastanza assi né chiodi; e tutta la sua eloquenza minacciosa nella lingua del scì non aveva impedito che il Galileo si convertisse in un paradiso maomettano, filante dodici miglia all'ora.
In condizioni ordinarie, peraltro, quando non era soverchiato dal numero e dall'audacia del nemico, era rigoroso al punto da non tollerare nemmeno un corteggiamento discreto.
Ma si vantava di far stare tutti a segno senza mancare menomamente alle leggi della cortesia, di saper dir tutto a tutti senza offendere.
Quando un passeggiere si stringeva troppo intorno a una signora, egli lo chiamava in disparte, e gli diceva rispettosamente: - Mi scusi, lei comincia a diventar nauseante (angoscioso).
Porcaie a bordo no ne vêuggio.
Del rimanente, un galantuomo.
Il vecchio maestoso che gli stava accanto - l'Hamerling -, era un chileno, un gran signore, chiamato a bordo quello che fa forare una montagna, perché aveva fatto quel po' di viaggio dal suo paese (trentacinque giorni di mare) per andare a comprare delle perforatrici in Inghilterra, non trattenendosi in Europa, dallo sbarco all'imbarco, che due settimane precise.
Serio, come sono i chileni in generale, e di modi aristocratici, aveva bazzicato nei primi giorni la brigata degli argentini; ma questi avendolo punto in una disputa sull'eterna questione dei confini meridionali delle due repubbliche, egli se n'era scostato, e non parlava più che col comandante e col prete.
Altri non conosceva, per il momento, il mio vicino.
Ma andava spiando un giovane toscano sbarbatello e azzimato, seduto a tavola davanti alla moglie del professore, addosso alla quale lasciava gli occhi, assorto a tal segno che qualche volta gli rimaneva la forchetta per aria, a mezza via tra il piatto e la bocca, come colpita anch'essa d'ammirazione.
Costui aveva l'aspetto d'un Don Giovannino affamato, che facesse la prima volata lunga fuori di casa; ma dotato, sotto quell'apparenza di primo amoroso esordiente, d'un'audacia unica; e mentre circuiva la svizzera, che doveva aver conosciuto a terra, faceva ogni momento delle escursioni a prua, fiutando l'aria come un poledro stallino, la sera in special modo, con molto rischio di farsi spolverare dagli emigranti i panni attillati, ch'ei cambiava due volte al giorno.
Ciò dicendo, l'agente fece rotolare un'arancia fin quasi sul piatto dello sposo, e tese improvvisamente la mano, dicendo: - Favorisca...
- Povero sposo! Proprio in quel momento, approfittando della solita confusione d'ogni fin di pasto, egli lasciava spenzolare il braccio destro sotto la tavola, mentre la sposa teneva nascosto nello stesso modo il braccio sinistro: alla improvvisa domanda, le due mani risalirono vivamente sopra la mensa, separate, è vero, ma troppo tardi: la "casta porpora" aveva già tradito il segreto.
- Son troppo felici, - mi disse sotto voce l'agente; - gli voglio amareggiare la vita.
- Poi s'alzò, e mezz'ora dopo, salendo sul cassero, lo vidi sul castello centrale, che discorreva con un prete delle seconde classi.
Ma queste, quasi spopolate, non dovevano offrire gran pascolo alla sua curiosità.
C'eran due preti vecchi che leggevano quasi sempre il breviario; una vecchia signora sola, con gli occhiali verdi, che sfogliava dalla mattina alla sera una raccolta di antichi giornali illustrati, e una famiglia numerosa, tutta vestita a lutto, che formava in mezzo al piroscafo un gruppo nero e triste, immobile per ore intere.
Solamente i due ragazzi più piccoli facevano qualche volta, per il ponte pénsile, una scappata fin sul cassero di poppa, dove la signorina dalla croce nera li carezzava mestamente, con le sue manine affilate d'inferma.
RANCORI E AMORI
Uno spruzzo d'acqua ricevuto in pieno viso la mattina all'alba, nel punto che aprivo il finestrino per respirare, mi fece stare in cuccetta tutto il giorno dopo, con un turbante bagnato intorno al capo, a meditare sulla brutalità del gran padre Oceàno: lo schiaffo era stato così violento e appoggiato bene, che m'aveva mandato a battere della contraccassa del cervello nella parete opposta al camerino, e fatto ricadere stordito, in un lago d'acqua, con la bocca piena di sale.
Per quest'accidente non potei fare che la mattina del nono giorno la mia prima visita agli emigranti.
Ruy Blas, porgendomi dignitosamente il caffè, m'annunziò che il tempo era bello; ma più che il suo decotto, mi svegliò il solito concerto mattutino dei gorgheggi del tenore e del gnaulío del bimbo brasiliano, accompagnati dalle note del pianoforte, che doveva esser sonato da quel bel tometto della signorina della lettera.
Fra questi rumori, mi ferì l'orecchio una discussione concitata che veniva dal camerino accanto, occupato dalla signora della spazzola e da suo marito.
Oh miseria! Non capivo che qualche parola qua e là; ma lo stridore e l'accento di quelle due voci, ferme nella loro concitazione, e animate da un sentimento meno caldo e più tristo dell'ira, rivelavano la consuetudine della disputa nata di nulla, involontaria quasi, come uno straripamento improvviso di pensieri e di sensi maligni, ch'ei lasciassero andare per non morir soffocati.
Il dialogo era rotto da risa sardoniche e da parole tronche, ripetute parecchie volte or dall'uno or dall'altro, sullo stesso tuono, come un ritornello ingiurioso, e da certi: - Taci! Taci! - piuttosto che detti, fischiati, in cui non si distingueva più la voce dell'uomo da quella della donna, e parevan lacerati dai denti.
Era come una lotta sommessa di soffi avvelenati, cento volte più penosa a sentirsi che le percosse e le grida.
Che tremenda cosa quell'odio coniugale dentro a quella segreta, nel mezzo dell'oceano, quelle due creature avviticchiate per mordersi, che portavano da un mondo all'altro l'inferno che le straziava! Tutt'a un tratto tacquero, e pochi minuti dopo, mentre io uscivo, uscivano essi pure, vestiti di tutto punto, e apparentemente impassibili; ma, arrivati alle due scalette che conducevano in coperta, voltarono l'uno a destra l'altro a sinistra, senza guardarsi.
Pel corridoio m'imbattei nel giovine toscano, attillato, che stava in sentinella, e passando davanti all'uscio della signora svizzera, mi parve di veder scintillare al fessolino un occhio azzurro.
Poi m'urtai nell'agente, il quale mi disse ex-abrupto: - Ma sa che quegli sposi mi seccano! - Aveva sentito che la sposa, la sera, diceva le orazioni.
E poi...
mille noie.
Fra le altre cose, a tempo perso, studiavano la grammatica spagnuola: coniugavano dei verbi a mezza voce, interrompendosi a ogni tempo per darsi dei baci.
Giusto la sera avanti aveva inteso un passato remoto insopportabile.
Voleva farsi cambiar di camerino.
E aveva notizie nuove da darmi intorno a nuovi personaggi; ma lo pregai di serbarle a più tardi, e andai difilato a prua, col proposito di mescolarmi cogli emigranti, e di entrare in discorso con loro.
Era l'ora della pulizia, la prua affollata, il cielo chiaro: tutto pareva propizio.
Ma non tardai ad accorgermi che l'impresa era meno facile di quello che credevo.
Mentre passavo in mezzo alla gente seduta, badando a non pestare i piedi a nessuno, m'intesi dire alle spalle: - Largo ai signori! - e voltandomi, incontrai lo sguardo d'un contadino, il quale mi fissò sogghignando con un'aria che confermava arditamente il senso sarcastico dell'esclamazione.
Un poco più in là, avendo steso la mano per carezzare un bambino, sua madre lo tirò a sé con cattivo garbo, senza guardarmi.
Non posso dire la pena che ne provai.
Io non avevo pensato allo stato d'animo in cui era naturale che si trovasse molta di quella gente mentre erano ancora tumultuanti in essa le memorie della vita intollerabile, per troncar la quale avevan deciso di lasciar la patria, e acceso tuttavia il risentimento contro quella svariata falange di proprietari, esattori, fattori, avvocati, agenti, autorità, designati da loro col nome generico di signori, e creduti congiurati tutti insieme ai loro danni, e autori primi della loro miseria.
Per essi io ero un rappresentante di quella classe.
E neppure avevo pensato che dovesse riuscir loro particolarmente odioso, in quello stato d'animo, un abitante di quel piccolo mondo privilegiato di poppa, immagine dell'altro a cui s'eran sottratti; il quale li accompagnava anche sul mare, come un vampiro, che li volesse andare a dissanguare fino in America.
Ciò posto, era impossibile che comprendessero il sentimento rispettoso e benevolo che mi animava, e imprudente l'attaccar discorso così di punto in bianco con alcuno di loro.
Se l'avessi fatto, m'avrebbero creduto mosso da una curiosità crudele di sentir racconti di guai, o preso per un intrigante, per qualche impresario mestatore, imbarcatosi sul Galileo per accaparrar lavoratori di sottomano, senza l'incomodo della concorrenza.
Queste riflessioni fecero cadere improvvisamente tutte le mie speranze.
Allora buttai via il sigaro, e cominciai a girare guardando gli alberi e i cordami, come se non m'occupassi che del piroscafo; ma tendendo l'orecchio.
Molti gruppi fissi s'eran già formati, come accade sempre, fra emigranti della stessa provincia o della stessa professione.
La maggior parte eran di contadini.
E non mi fu difficile di cogliere l'argomento predominante delle conversazioni: il triste stato della classe agricola in Italia; troppa concorrenza di lavoratori, tutta a vantaggio dei proprietari e dei fittavoli; - salari scarsi, - viveri cari, - tasse eccessive, - stagioni senza lavoro, cattive annate, - padroni ingordi, - nessuna speranza di migliorare il proprio stato.
I discorsi, per lo più, avevan forma di racconti: racconti di miserie, di birbonate e d'ingiustizie.
In un crocchio, in cui pareva che dominasse come una nota d'allegria amara, ridevan della rabbia che avrebbero divorata i signori quando si fossero ritrovati senza braccia, costretti a raddoppiare i salari, o a dar le loro terre per un boccone di pane.
- Quando saremo andati via tutti, - diceva uno, - creperanno di fame anche loro.
- E un altro: - Non passa dieci anni, dà fuori la rivoluzione.
- Ma quelli che lanciavan le frasi più arrischiate, parlavan più basso, e dopo aver data intorno un'occhiata, perché temevano molti, come poi seppi, che a bordo ci fosse un servizio segreto di polizia, per conto del Governo.
C'erano dei crocchi di contadini calabresi, con le loro mantelline a cappuccio, e i loro sandali, legati con le zampitte; ma pochi di essi parlavano.
In altri gruppi si discorreva del mare e dell'America: e si riconoscevan facilmente quelli che v'eran già stati, all'attenzione con cui gli altri li stavano a sentire, e alla voce alta, al tono di sicurezza col quale sdottoravano; perché è incredibile quanto possa in molti la vanità anche in quelle angustie, quanto sia forte il prurito di farsi conoscere, di fabbricarsi un piedestallo anche tra quella povera folla, per mostrarsi superiori alla miseria in cui son ridotti e da cui son circondati.
Quelli che udivo parlare più spesso erano i liguri, e quasi si sarebbero riconosciuti, senza sentirli, all'aspetto sicuro, e quasi baldanzoso, derivante dalla coscienza dello spirito commerciale e marinaresco e dei cinquant'anni d'emigrazione fortunata della loro razza: avevan l'aria o se la davano, di trovarsi sul piroscafo a loro agio, come in casa propria.
I montanari, per contro, quasi tutti immobili e taciturni, e come istupiditi dallo spettacolo di quell'immenso piano uniforme, tanto diverso da quello angusto, rotto, intimo delle loro montagne.
Si vedevano poi, tra i moltissimi ritti impalati come automi, o accovacciati come fiere, parecchi di quegli spiriti allegri e leggieri, che le novità e il contatto della folla eccitano come il vino: e questi gironzavano di crocchio in crocchio e rivolgevano la parola da tutte le parti, ridendo alla gente e al mare, come se avessero saputo di trovar dei mucchi d'oro allo sbarco.
E già dalle molte coppie d'uomini e anche di donne che chiacchieravano tranquillamente, seduti l'uno di fronte all'altro, come sull'uscio di casa, fumando o lavorando, si capiva che s'erano strette molte di quelle amicizie di viaggio, alcune delle quali perdurano, o si riappiccano, dopo molti anni, in America, e rimangono le predilette, improntate per tutta la vita di quel primo bisogno, che le fece nascere, di espandersi e di farsi coraggio a vicenda dinanzi all'avvenire misterioso.
Delle donne facevan cerchio, coi bimbi in braccio, come ai crocicchi delle strade.
Vicino alla cambusa, l'osteria delle terze, - vidi le coriste lombarde, ridenti con disinvoltura teatrale, in mezzo a un gruppo di giovanotti svizzeri; i quali, forse con intenzione politica, portavano tutti un berretto di panno rosso, e supplivano con una mimica troppo eloquente alla scarsa conoscenza della grammatica meneghina.
Incontrai la grossa bolognese, col suo inseparabile borsone a tracolla, saettato da molti sguardi curiosi, la quale passeggiava sola, a passi di prima donna, guardandosi ogni momento ai piedi, con una smorfia di nausea, per scansare le lordure.
Il tavolato, infatti, sparso di pezzetti di carta, di bucce di mela, di briciole di gallette, d'un po' d'ogni cosa, aveva l'apparenza d'un campo dove avesse bivaccato un reggimento.
E, in generale, le facce e i panni dei soldati non discordavano dall'aspetto del terreno.
Molti visi, anzi, pareva che serbassero ancora intatte le scaglie del dì della partenza.
Ma trattenni dentro, osservandoli, ogni parola di rimprovero, poiché pensai agli emigranti tedeschi che trovano a Brema, prima d'imbarcarsi, vitto, ricovero e bagni, per rimettersi dal viaggio di terra; mentre i nostri dormono sui marciapiedi.
Mi diressi dalla parte dei cernieri dell'acqua dolce.
La bella genovese era sempre là, col suo giubbino bianco e con la gonnella azzurra, tra il piccolo fratello e il padre, occupata a cucire: pulita e fresca come un fiore.
Ma gli ammiratori si erano raffittiti: aveva ora intorno, a varie distanze, una dozzina di passeggieri, che la covavan con gli occhi, e scherzavano tra loro, parlandosi negli orecchi, con certi ghigni e baleni nello sguardo, che non lasciavano incertezza sull'indole della loro ammirazione.
Altri s'avvicinavano, s'alzavano in punta dei piedi per vederla, e poi se n'andavano.
Era già famosa, dunque, e sarebbe stata lei, senza dubbio, il "grande successo" del viaggio nella società di prua.
Ma la celebrità non l'aveva mutata di un'ombra.
Ogni tanto essa alzava gli occhi azzurri, tranquillissimi, come se invece d'uomini, avesse avuto attorno degli alberi, e sempre con la stessa placidità graziosa riabbassava il capo sul lavoro, ripresentando come inconsapevolmente a tutti quegli sguardi il suo bellissimo collo bianco e il viluppo magnifico delle sue trecce dorate.
Ah! povera cucina della terza classe! Voltandomi verso il finestrino, vidi la faccia vermiglia del cuoco, con la fronte corrugata e gli occhi fissi.
Fuor d'ogni dubbio, divampava una passione tra le cazzaruole.
La salute pubblica era in pericolo.
Mentre l'osservavo, vidi che il suo sguardo, deviando dalla ragazza, pigliava un'espressione più truce, ed io, seguendolo, riuscii con gli occhi sopra un viso del cerchio degli ammiratori, che mi distrasse da lui.
Era un giovine di forse meno di vent'anni, spersonito e imberbe, con due spallucce misere che parevano un attaccapanni, un che di mezzo, all'aspetto, tra il maestro di villaggio e lo scrivano, di quelli che vanno in America a cercare un impieguccio: seduto sopra un barile ritto, egli teneva lo sguardo confitto nella ragazza con un'espressione d'amore così ardente, d'adorazione così umile, che avrebbe strappato un'occhiata di compassione a una donna di marmo.
Aveva l'aria d'esser solo a bordo: portava una cintura di cuoio giallo ai fianchi, che doveva contenere tutto il suo peculio.
L'osservai per un pezzo, e sempre lo vidi con quegli occhi fissi, umidi, animati di un leggerissimo sorriso triste, come di pietà per sé stesso, e con tutta la persona immobile, nell'atteggiamento di chi si contenta d'ammirare, e non aspetta né spera nulla, e starebbe lì per la vita.
In tutto quel tempo, la ragazza non mostrò d'accorgersi di lui.
Egli languiva là, solitario, come uno stilita sulla colonna, e il calore della sua povera fiamma ignorata andava disperso nello spazio come il fumo del Galileo.
Di là andai sul castello di prua, che era pieno di gente.
Salendo, intesi dire accanto a me: - Già, vegnen chì al teater.
Quel vegnen era per me, naturalmente.
Qui fui accolto peggio che altrove, con occhiataccie e con voltate di spalle, e non con questo soltanto: sub terris tonuisse putes.
Mi venne in mente, e non m'ingannavo, che fosse quella una specie di montagna, dove si raccogliessero gli emigranti di idee più rivoluzionarie, quelli che avevan bisogno d'appartarsi per tener dei discorsi arrischiati, e che di là, come da un focolare di malcontento, dovessero muovere le proteste contro il vitto e le congiure contro il regolamento.
Si vedevan delle facce ardite e scure, e degli atteggiamenti di bravi in riposo.
Dovevan essere tutti celibi, o di quegli emigranti che lasciano a casa la moglie, dopo due o tre anni di matrimonio: categoria molto numerosa, o perché sian spinti a emigrare dai bisogni nascenti della famiglia, o perché, fatto il primo esperimento della vita coniugale, e seccatisi, ne vogliano uscire per quella via.
In un crocchio, riconobbi il vecchio lungo che aveva mostrato il pugno alla patria la sera della partenza: un tipo di avventuriere scarno, con gli occhi accesi, con certe corde del collo che gli volean crepare la pelle, vestito d'un logoro gabbano verde, che pareva uno spoglio di commediante: scoperto il capo, con le ciocche grigie al vento.
E parlava forte, con accento toscano, gesticolando con l'indice in alto.
Intesi, girando alla larga, la parola pagnottisti, e ricevetti tra capo e collo una guardataccia a fendente, che mi fece allungare il passo.
Vicino alla boccaporta del molinello, sonava un piccolo pifferaro; ma il vento si portava via le note, e nessuno gli badava.
Alcuni, seduti in cerchio sul tavolato, giocavano alle carte.
E all'estrema punta del piroscafo, sopra il tagliamare stava in piedi una strana figura di saltimbanco, con una lunga faccia ossuta e olivastra illuminata da due grand'occhi verdi, coi capelli neri cadenti sulle spalle, e le braccia seminude incrociate sul petto, sur una delle quali eran tatuate le iniziali AS e una croce: e così ritto e tetro in quella solitudine, ora levato su ora portato giù dal movimento forte della prua, come se danzasse per aria, pareva l'immagine personificata di tutte le tristezze e di tutte le miserie accumulate su quelle tavole, il simbolo vivente della esistenza errabonda e del destino incerto di tutti.
V'era una sola donna lassù, una vecchia, seduta sopra una bitta accanto a suo marito, pure vecchio; tutti e due con le braccia incrociate sulle ginocchia, e la fronte chinata sulle braccia, in modo che non si vedevano i visi, ma solo i capelli grigi e radi, e i due colli rugosi, che mostravan passata la settantina, allungati in un atteggiamento di abbandono e di stanchezza mortale.
Che andavano a fare in America? A raggiungere dei figliuoli, forse.
Nulla avevo ancor visto a bordo di più compassionevole di quelle due vecchiaie disfatte, e quasi già afferrate dalla morte, che emigravano alla terra della lotta e dell'avvenire.
Mi chinai a guardarli: dormivano.
A pochi passi da loro, ritto contro il parapetto, incappucciato e solitario, c'era il frate che andava alla Terra del Fuoco; una faccia di cera, con due occhi vuoti, impassibile.
Scendendo dal castello di prua, mi trovai faccia a faccia col medico: un napoletano, Giovanni Nicotera pretto sputato, ma con gli occhi e i modi d'un altro, distratti e flemmatici: caso non raro di rassomiglianza fisica fra persone di natura opposta.
Scesi con lui nell'infermeria, una specie di stanzone oblungo, rischiarato dall'alto, con due ordini di cuccette all'intorno.
C'era un bambino malato di rosolia, un amore di bambino, coi capelli biondi arricciolati, rosso dalla febbre, e accanto a lui, in piedi, una campagnuola dei dintorni di Napoli, un pezzo di donna, che appena visto il medico, si mise a piangere, soffocando i singhiozzi nelle mani.
Il medico esaminò il bambino, poi le disse in tuono di rimprovero: - La malattia fa il suo corso.
Non v'avete a inquietare.
Levatevi quell'ideaccia dal capo.
- E mi spiegò che certe donnacole le avevano sconvolto l'anima dicendole che, se fosse seguita una disgrazia, le avrebbero buttato il bambino in mare: a quest'idea essa si disperava.
Poi domandò forte, voltandosi da un'altra parte: - E voi, come va? - Allora vidi spuntare di dentro a una cuccetta bassa la testa d'un vecchio macilento; il quale, malgrado che il medico vi si opponesse, volle cacciar fuori le gambe, e mettersi a sedere sull'orlo della sua buca.
Era vestito.
Rispose con un filo di voce: - Non c'è tanto male.
- Il medico lo esaminò, e crollò il capo.
Aveva una polmonite grave, s'era dovuto coricare il dì dopo della partenza.
Era un contadino pinerolese, solo, che andava all'Argentina a raggiungere un suo figliuolo.
Io gli domandai in che parte dell'Argentina si trovasse.
Non lo sapeva.
Il suo figliuolo minore era andato all'Argentina tre anni prima, lasciandolo a casa con l'altro, che gli era morto.
Allora quello gli aveva fatto scrivere che andasse con lui, mandandogli un buono per il viaggio, ma senza dargli l'indirizzo preciso perché lavorava alle strade e mutava sede.
Gli aveva però indicato il modo di ritrovarlo.
E dicendo questo il povero vecchio ficcò la mano scarna in una tasca del petto, e ne cavò una manata di carte logore e unte, che incominciò a far scorrere con le dita tremanti.
In quel punto un movimento brusco del piroscafo lo fece urtar forte col capo calvo contro il tetto della cuccetta: egli vi passò la mano su, per sentir se c'era sangue e riprese a far passare i fogli: buste lacere, carte con cifre - forse gli ultimi conti del padrone - una ricevuta, un piccolo calendario.
Trovò finalmente un mezzo foglio sgualcito, dove era scritto a caratteri grossi, ma schiccherati d'inchiostro e quasi illeggibili, il nome d'un villaggio della provincia di Buenos Ayres, nel quale, al tal numero della tal via, egli avrebbe trovato ospitalità in una famiglia piemontese, presso di cui, dentro il mese, sarebbe venuto a prenderlo un patriotta, suo compagno di lavoro, che l'avrebbe condotto dov'era il figliolo: 'l me Carlo.
Con quelle indicazioni, vecchio, malato, ignaro di tutto, era partito per l'America! - Ho una gran paura -, disse il medico uscendo -, che sia partito troppo tardi.
E volle che andassi con lui a vedere il "presepio".
In un cantuccio di prua, formato da una stia di tacchini e da una grossa botte addossata all'opera morta, - largo appena da vuotarvi un sacco di carbone -, s'era fatto il covo una famiglia di cinque persone, che vi passavan la giornata, pigiate e appiccicate in modo fra sé e alle pareti, da far pensare che non si fossero ficcati là che per gioco.
Era una famiglia di contadini, dei dintorni di Mestre: marito e moglie ancor giovani: lei incinta avanzata; due gemelli maschi di sei anni, e una ragazzina sui nove, che aveva il capo fasciato.
Questa faceva la calza, sul davanti, e i marmocchi biondi erano imprigionati fra le gambe del padre, che fumava la pipa, con le spalle al parapetto, porgendo un braccio alla moglie, che gli rimendava la manica.
Poveri, ma puliti: sei visi che spiravano una cert'aria di bontà e di rassegnazione serena.
All'avvicinarsi del medico, l'uomo s'alzò sorridendo, e gli disse che la putela stava meglio: s'era ferita due giorni innanzi ruzzolando per la scala del dormitorio.
- E come va questa cucina? - gli domandò il medico.
Il contadino andava ogni giorno in cucina, con altri emigranti, a sbucciar patate e a sgranar fagiuoli sotto la direzione dei sottocuochi, che davan loro in compenso qualche bicchier di vino.
- La va ben -, rispose - almanco se beve.
- Ma quel capo-cogo era d'un umore! Poi, interrogato, raccontò la sua storia.
Uno zio gli aveva lasciato un po' di terreno, tanto da poterci campare, o quasi, lavorando per due.
Ma co' no ghe xè fortuna, ogni cosa va alla diavola.
Sul podere c'era qualche ipoteca, e poi...
cento e dieci lire d'imposta, due annate cattive da principio: insomma, egli s'era rotto la schiena per cinque anni senza riuscire a cavarsela.
E sì che la muger sfondava al lavoro quanto un uomo; ma eran cinque bocche, e tre non aiutavano.
Stroncarsi l'anima, esser sempre indebitato, e polenta e sempre polenta, e veder i figliuoli che deperivano di giorno in giorno, non era una cosa che potesse durare.
Poi una lunga malattia della ragazza.
Da ultimo il fulmine gli aveva ammazzato una vacca.
E allora, buona notte.
Aveva venduto tutto, voleva un po' vedere se in America ci fosse modo di strappar la vita.
Buona volontà e coraggio non gli mancavano...
Ma co' no ghe xè fortuna! Poi disse con premura: - Saludè, putei, che vien la paronçina- E fui molto stupito di veder venire innanzi, in mezzo alla folla di prua, la signorina dalla croce nera, col suo vestito color verdemare, appoggiata al braccio della sua compagna, più pallida, più esile che non l'avessi mai vista.
S'avvicinò alla famiglia, domandò notizie alla ragazza, in veneziano, e passò la mano sulle teste dei gemelli: poi cavò di tasca un piccolo pacco, che doveva esser di frutta o confetti, e lo porse loro con una certa grazia stanca di malata, e col suo sorriso malinconico, d'una grande dolcezza.
Frattanto il medico, tiratomi indietro, mi diceva che era essa pure di Mestre, e che aveva riconosciuto quella famiglia di contadini il giorno della partenza, mentre s'imbarcavano: era figliuola d'un ingegnere, vedovo, il quale dirigeva i lavori d'una strada ferrata nell'interno dell'Uruguay, da due anni; e andava con la zia, che aveva un anno solo più di lei, per vederlo "ancora una volta." Io chiedevo spiegazione di queste ultime parole, quando la signorina tossì, e non ebbi più bisogno di finir la frase.
E occorreva ancora che il medico mi accennasse una donna seduta là vicino, sola, la quale guardava quella famiglia con due occhi vitrei, e come atterriti, in cui appariva il barlume d'un sentimento d'invidia, e il pensiero immobile d'un affetto perduto.
Era una veneta, quella pure, che andava a raggiungere un suo fratello a Rosario, poiché due mesi innanzi, in una rissa, le avevano pugnalato il marito.
E tutta questa miseria è italiana! - pensavo ritornando a poppa.
E ogni piroscafo che parte da Genova n'è pieno, e ne parton da Napoli, da Messina, da Venezia, da Marsiglia, ogni settimana, tutto l'anno, da decine d'anni! E ancora si potevan chiamare fortunati, per il viaggio almeno, quegli emigranti del Galileo, in confronto ai tanti altri che, negli anni andati, per mancanza di posti in stiva, erano stati accampati come bestiame sopra coperta, dove avevan vissuto per settimane inzuppati d'acqua e patito un freddo di morte; e agli altri moltissimi che avevan rischiato di crepar di fame e di sete in bastimenti sprovvisti di tutto, o di morir avvelenati dal merluzzo avariato o dall'acqua corrotta.
E n'erano morti.
E pensavo ai molti altri che, imbarcati per l'America da agenzie infami, erano stati sbarcati a tradimento in un porto d'Europa, dove avevan dovuto tender la mano per le vie; o avendo pagato per viaggiare in un piroscafo, erano stati cacciati in un legno a vela, e tenuti in mare sei mesi; o credendo di esser condotti al Plata, dove li aspettavano i parenti e il clima del loro paese, erano stati gittati sulla costa del Brasile, dove li avevan decimati il clima torrido e la febbre gialla.
E pensando a tutte queste infamie e alle migliaia di miei concittadini che, in grandi città straniere, campan la vita coi più degradanti mestieri, e ai branchi d'istrioni affamati che spargiamo alle quattro plaghe dei venti, e alla tratta miseranda dei fanciulli, e ad altre cose, provavo un senso d'invidia amara per tutti coloro che possono girare il mondo senza trovare in ogni parte miserie e dolori del proprio sangue.
Ma a raddolcire ogni amarezza, il buon Dio aveva messo a bordo due commessi viaggiatori francesi.
Uno era parigino, un buon giovane, benché un poco lezioso; ma una faccia, poveretto, che mi pareva d'averla vista per la prima volta in un'opera illustrata del Darwin, al capitolo delle catarrine.
L'altro l'ho già accennato: era un marsigliese di cinquant'anni, con busto di Patagone e le gambe corte, di cui una arcata, che strascicava; e aveva una faccia di Napoleone I gonfiato, d'una gravita che faceva parere doppiamente buffe le continue e grosse corbellerie che gli uscivan di bocca.
Si spacciava per corrispondente commerciale del Journal des Débats; ma non ci credeva nessuno; e si piccava di letteratura, citando a ogni proposito un libro solo, che era il suo vangelo, e di cui non aveva mai letto che il titolo: il dizionario del Littré, un ouvrage qui resterà dans les siècles.
Oltre di ciò si vantava di conoscere a fondo l'Italia, e parlava un italiano da far scappare i pescicani.
Ma il più lepido era questo, che non avendo mai avuto in Italia, come si capiva dai suoi discorsi, altro che avventure da canti di strada, parlava in cattedra del bel sesso italiano, facendo mille sottili distinzioni fisiologiche e psicologiche, alla Stendhal, fra le signore delle nostre città grandi, come se avesse fatto i suoi studi sul fiore di tutte le aristocrazie, in qualità di Ambasciatore di Francia.
Del resto, un modo di ragionare in tutte le cose, assai comune fra i francesi della piccola borghesia, a scappatoie e frasi fatte, delle quali si potrebbe considerare come tipo la seguente, opposta da lui a un argentino, che diceva la birra nociva: - J'ai assisté à l'enterrement de bien des gens qui n'en buvaient pas.
Ma il suo forte erano le avventure galanti, ch'egli raccontava così tra la burla e la vanteria, con dei gesti da attore, stando in piedi, e che terminava sempre facendo un frullo con le dita e una piroetta sopra un tallone, per ripiantarsi in faccia all'uditore con un: - Et voilà! - come un giocoliere che vuol l'applauso.
Quella mattina appunto egli e il suo collega, che gli sedeva di fronte a tavola, ci rallegrarono tutti con una discussione, non so come nata, intorno a quanto si spendesse a Parigi da uno dei così detti Marchands de vin per mangiare da galantuomo.
Dopo non molte parole, avendo l'attenzione dei commensali acceso l'amor proprio di tutti e due, il parigino, stizzito, si lasciò scappare di bocca con un tuono di compatimento, che il suo contraddittore non conosceva Parigi.
Il marsigliese scattò come una molla.
- J'ai fait vingt-cinq voyages a Paris, monsieur!
- Et moi, - rispose l'altro alzandosi, in mezzo al silenzio generale; - je l'habite!
Ma il viso, l'accento, il gesto furono così solenni, che provocarono una risata fragorosa, la quale soffocò quasi la risposta del marsigliese inviperito: - ...Vous prenez la chose sur un ton...
Nous nous moquons pas mal de Paris...
Thiers qui a sauvé deux fois la France...
Ma l'altro era così felice del trionfo del suo moi je l'habite, che non rispose più, contentandosi di rivolgere ai suoi vicini poche parole; fra cui intesi queste: - ...
Thiers, une vilaine figure de polichinelle...
Dopo di che tutti si alzaron da tavola, ridendo ancora.
E quel giorno, essendo il tempo bellissimo, due ore prima di desinare tutto il "bel mondo" era in coperta; eccettuati gli argentini, che a quell'ora solevano fare una specie di lunch nazionale con le loro squisite carni conservate, di cui s'erano portati a bordo un magazzino.
Il cassero aveva l'aspetto d'una vasta terrazza di casa di bagni.
Dei passeggieri si dondolavano sulle lunghe seggiole di paglia, sfogliando dei volumi gialli del Charpentier; molti passeggiavano, a due a due.
Il vecchio chileno andava in su e in giù col prete napoletano, che scoteva per aria le sue lunghe mestole come per afferrare a volo dei biglietti di banca; e ogni volta che mi passava accanto, coglievo una delle sue frasi.
Yo creo que con un capital de docientos mil patacones...
Vea Usted, la véndida de las cédulas hipotecarias provinciales...
In fondo, dalla parte del timone a mano, biancheggiava la signora bionda, con un nastro azzurro nei capelli, ritta contro il parapetto, verso il mare, accanto allo sbarbatello toscano; e si capiva che parlavano di cose indifferenti, del mare, dell'America; ma, benché non si guardassero, si capiva pure, da un leggero sorriso continuo che tremolava sul viso di tutti e due, che il discorso indifferente non doveva essere che l'accompagnamento esteriore d'un duetto intimo molto bene intonato.
Avendo cercato con gli occhi il marito, lo vidi sotto, sulla piazzetta, profondamente attento al discorso d'un ufficiale di bordo che gli spiegava il meccanismo del sestante a canocchiale.
Sur uno dei due lunghi sedili del mezzo c'era la signorina di Mestre e sua zia.
Osservai questa bene per la prima volta: era un esempio, non raro a vedersi, d'uno sbaglio della natura, la quale aveva imprigionato un'anima femminile in un corpo di maschio, dal viso largo e ossuto, dalle mani grosse, dalla voce rude.
Tutta la femminilità di quella povera ragazza pareva ridotta nei suoi piccoli occhi grigi, che eran pieni di bontà e di gentilezza, e da cui traspariva chiaramente ch'ella aveva coscienza di quella discordanza sgradevole tra la sua persona e il suo spirito, e che da un pezzo era rassegnata a non piacere, e a starsene in disparte, quasi fuori dei due sessi, cercando in ogni modo di passare inosservata.
Ma quella timida rassegnazione, appunto, e quell'ombra come di vergogna che velava i suoi occhi, ispiravano un sentimento così tra la pietà e la simpatia, che in qualche momento la faceva parer diversa affatto da quella che era.
A un tratto, con molta maraviglia, vidi il garibaldino avvicinarsi e sedere accanto alla nipote, salutando rispettosamente, ma con un atto che rivelava una conoscenza di vari giorni.
Era la prima volta che lo vedevo in colloquio con un'anima nata.
In che maniera potevano aver fatto relazione? La signorina diceva qualche parola ogni tanto, girando gli occhi chiari e lenti sull'orizzonte, ed egli l'ascoltava, in un atteggiamento di accondiscendenza e di rispetto, fissando il tavolato.
M'immaginai fin da quel primo momento che il soffio leggero che usciva da quella bocca pallida dovesse risuscitare a poco a poco nell'anima di quell'uomo gli affetti morti e sepolti; ma, per allora, non ne appariva alcun indizio sul viso di lui, acre, malgrado l'espressione rispettosa, e immobile.
Stava leggendo, dall'altra parte del sedile, la mia vicina di camerino, vestita con troppo sfoggio per un piroscafo; ma il movimento irrequieto dei suoi piccoli piedi senza collo, dava a vedere che non seguiva la lettura col pensiero.
La battaglia della mattina, peraltro, non aveva cacciato dalla sua bocca il solito sorriso nervoso, il quale tradiva una forza indomabile nella lotta domestica, la capacità di sforacchiare a colpi di spillo il cuore o il cervello d'un marito per trent'anni filati.
Che ci poteva mai essere fra loro? Un "malinteso della carne" come fra quella coppia coniugale del Germinal? Nessuna colpa dell'uno o dell'altro, ch'io potessi immaginare, era una causa sufficiente a spiegar l'avversione che li separava, poiché il marito, che non aveva aspetto di un tristo, avrebbe perdonato, ed essa non pareva un'anima così delicata, da portar aperta per tutta l'esistenza la ferita d'un tradimento.
Eppure, avrei giurato che quelle due creature non si sarebbero riconciliate mai più, e che la via che percorrevano insieme li avrebbe condotti a un delitto.
Ma chi più attirava l'attenzione, fra tutta quella gente, era la famiglia brasiliana, marito e moglie con tre fanciulli grandicelli, e uno lattante, tenuto in collo da una piccola negra popputa come un'ottentotta; tutti stretti in un gruppo sul sedile vicino all'albero di mezzana, silenziosi, che parevano statue: e giravano tutti insieme i loro grandi occhi neri sopra le persone che passavano, come se un meccanismo solo li movesse.
Il padre e la madre stavano appiccicati, come se fossero gelosi l'un dell'altro, e avevano l'aria di gente ricca; ma inselvatichita forse nella solitudine d'una di quelle fazendas dell'interno del Brasile, formicolanti di schiavi negri, e circondate di campi sterminati di zuccaro e di caffè; alle quali non si giunge che in lunghi giorni di cammino a traverso a fitte foreste.
Stava sul sedile di fronte al loro, ricamando, con le spalle rivolte al mare, la signorina pianista: e osservai il garbo con cui maneggiava le piccole forbici, e l'arte fina con la quale guardava lungamente tutti, senza che alcuno potesse incontrare il suo sguardo, e senza che nei suoi occhi freddi scintillasse la più leggera espressione di curiosità.
Sua madre, intanto, discorreva con l'agente di cambio che le stava davanti in piedi, e dal sorriso di questo, si capiva che essa doveva fare a pezzi con delicata ferocia qualcuno o parecchi della compagnia.
Un vivo lampo d'invidia che le passò sugli occhi mi annunzio l'apparizione della signora argentina, non più veduta da due giorni; la quale veniva innanzi, vestita elegante e semplice, appoggiandosi al braccio di suo marito, con un passo e un sorriso di convalescente, che non nascondeva la compiacenza d'esser guardata da tutti.
Era davvero un bell'esemplare della bellezza opulenta del sangue creolo: i capelli e gli occhi nerissimi, velati dai lunghi peli delle palpebre; la carnagione bruna e calda, d'una maravigliosa freschezza, e un'ondulazione graziosissima nell'andatura, che assottigliava e alleggeriva all'occhio la pienezza formosa della persona.
E in quell'andatura, e nello sguardo, e nei modi, visibilissima l'alterezza lieta della porteña, a cui si consente il primato sul bel sesso dell'America latina, la sicurezza ardita della donna nata in una società di lotta e d'avventure, la quale rispetta lei sola e l'educa fin da bambina a sopportare coraggiosamente i rovesci della fortuna.
A passo lento, con una disinvoltura sorridente di padrona di casa, fece il giro del cassero, come di una sala da ballo, e s'andò a sedere vicino alla bussola; alla vera, quella che ella non avrebbe potuto far perdere, per fortuna di tutti.
Intanto s'andavano formando e sciogliendo vari crocchi di passeggieri, e così io mi trovai un momento in compagnia del genovese monocolo, che aveva sul viso l'espressione solita d'una noia infinita, su cui il solo pensiero del cibo sornuotava, come un guizzo di luce sopra un'acqua morta.
Io gli domandai che cosa gli paresse della cucina del Galileo.
Egli scrollò il capo e stette un po' pensieroso; poi, con lo stesso accento con cui avrebbe detto: Mi pare che la Russia abusi della tolleranza europea, rispose: - Ecco...
io son franco: mi pare che si abusi dei piatti in umido.
...È la mia opinione, almeno.
Aveva però stima del cuoco, che era stato all'Hôtel Feder: forte nei piatti dolci, duecento cinquanta lire al mese, un bell'uomo.
E si offerse di presentarmelo.
Io rimandai la presentazione a un altro giorno.
- Giusto! disse allora, guardando l'orologio; - vado a dare un'occhiata.
Oggi ci dovrebb'essere del pasticcio di fegato.
- E lasciò il posto all'avvocato marofobo che passava in quel momento, stravolto, come sempre.
Costui si soffermò a sentire il commesso marsigliese che decantava il mare con le consuete espressioni di fabbrica: - Mais, regardez-donc! Est-ce beau! Est-ce imposant! Est-ce grand! J'adore la mer, moi.
L'avvocato scrollò le spalle, indispettito.
Il mare bello! Quella era un'idea strana! L'uomo, in casa sua, trova tutto bello, come un cretino.
Belle le montagne, bella la pianura; il cielo sereno, bello, il cielo in tempesta, bello; bello dove c'è vegetazione, bello dove non ce n'è.
È stupido! Per me il mare non è che un immenso pantano...
E adesso che cosa succede? - S'era inteso un colpo dell'elice più forte degli altri.
Egli si guardò intorno con diffidenza.
Ma il buffo era che, parlando del mare, egli non vi fissava mai gli occhi: girava tutt'al più un'occhiata rapidissima rasente gli orli del bastimento, come un soldato atterrito getta uno sguardo sul nemico che s'avanza contro la fortezza.
- Si consoli, però - gli dissi - che abbiamo un buon mare.
- Ah! mi faccia il favore -, rispose andandosene -; un buon mare! In meno d'un'ora potremmo esser tutti inginocchiati a raccomandarci l'anima! - In quel punto sopraggiunse l'agente di cambio a darmi parte d'una scoperta.
Quella signora grassa, col viso rosso, seduta lì vicino, che la mattina era sempre di cattivo umore, e la sera tutta espansiva? Era svelato il mistero.
Beveva come un tegolo.
Si diceva che fosse una domatrice, e che avesse il serraglio al Chilì.
Positivamente: aveva nella cabina una vera bottega di liquori dolci, d'ogni paese e colore, che sorseggiava dal mezzogiorno in poi, senza interruzione, in una collezione di piccolissimi bicchierini fattisi fabbricare apposta, veri uccelli mosca della cristalleria, con cui cercava di dissimulare a sé medesima il suo vizio.
Lo aveva saputo dalla madre della pianista.
Lei e la sua cameriera pigliavano una mezza cotta insieme ogni sera, regolarmente, e quando erano a punto, attaccavano discorso col primo venuto, dicendo delle stramberie dell'altro mondo.
Sotto i calori, se ne sarebbero intese.
In quel momento essa stava discorrendo con un passeggiere di alta statura, a cui non avevo mai fatto molta attenzione: una figura di vecchio giramondo, che mostrava sulla collottola una lunga striscia rossa.
Anche su quello lì correva una voce: si diceva ch'egli fosse un antico capitano marittimo, un cane, e quel segno rosso, la traccia d'un tentativo d'impiccagione fatto dai suoi marinai, molti anni addietro, in alto mare.
Il crocchio diede in una risata, per cui l'"impiccato" si voltò.
E oramai quel soprannome gli sarebbe rimasto.
Già ce n'erano altri in corso.
A un passeggiere che non parlava con nessuno, perché aveva il naso a becco e le orecchie ad ansa di una certa testa dell'Uomo delinquente del Lombroso, era stato posto il nomignolo di "incendiario".
Il francese sospetto del Figaro si chiamava addirittura il ladro.
E un altro, non so perché, era designato comunemente col titolo di Direttore della società di spurgo inodoro.
Alla prima occasione, peraltro, facendo conoscenza, gli uni stringevano la mano agli altri da buoni amici.
- To' - disse a un tratto l'agente.
- La svizzera e il toscano sono scomparsi! Scappo sotto a dare un'occhiata.
- Gli osservai che quello che sospettava era impossibile, perché sotto c'eran le cameriere.
Al contrario! - rispose.
- Sentinelle avanzate per annunciar l'arrivo del nemico: con uno sbruffo! - E scappò.
Io cercai di nuovo il professore, e lo vidi a pochi passi da me, che meditava profondamente sull'ago calamitato.
Se ne staccò appunto nel momento che l'agente ritornava, con la faccia d'un cacciatore che ha fatto presa.
- Abbiamo un po' di movimento, - gli disse quegli, placidamente.
- Già, - rispose l'agente; - di beccheggio.
- Con questi scherzi amorevoli si passava il tempo.
Il mare non si godeva che sul far della notte, dopo che i passeggieri l'avevano sgombrato, tranne due o tre solitari.
A quell'ora, quando sul cielo ancora un po' chiaro a occidente, il mare intagliava una linea nera purissima, ed essendo tutto nero, come un mare di pece, non attirava gli occhi in alcun punto determinato, era piacevole abbandonarsi a quel va e vieni di pensieri slegati e laceri, che somiglia al movimento delle immagini nel sogno; a cui battevano la misura i colpi cadenzati dell'elice.
Ma i pensieri, a quell'ora, pigliano il color del mare.
Davanti a quella faccia sconfinata delle acque che non mostra alcuna traccia né dell'uomo né del tempo, lo scopo del nostro viaggio, i nostri interessi, il nostro paese, tutto ci appar così lontano, confuso, piccolo, misero! E pensare che tre giorni prima di partire siamo stati feriti nell'anima dal saluto freddo d'un conoscente incontrato in via Barbaroux...
Che pietà! Ora quelli paion ricordi d'un'altra esistenza, che risorgono un momento appena, e precipitano, s'affogano in quell'abisso smisurato che ci si apre sotto ed intorno.
E ci abbandoniamo al mare sopra una nave immaginaria che vada e vada senza posa, di là dalle ultime terre, per quell'immenso oceano australe, da cui tutti i continenti apparirebbero a un Micromega come raggruppati, rattratti nell'altro emisfero per la paura della sua solitudine.
Ma in quella solitudine si perde e si sgomenta la fantasia, e rivola con desiderio impetuoso fra la razza umana, in mezzo alle creature più amate, in quella stanza, dove sono raccolti quei visi, al chiarore d'un lume, che brilla ora alla nostra mente come un sole.
Ma quei visi non sorridono, e su tutti è dipinta un'inquietudine pensierosa, e l'idea che ogni giro dell'elice accresce la distanza enorme che ci separa da loro, ci rattrista.
Distanza enorme? Per scemarla nel nostro concetto, ci proviamo a rimpicciolire il pianeta col paragone dell'universo: una goccia d'acqua sopra una molecola di mota: quale distanza possono interporre gl'infusori fra loro? Ma il pensiero è forzatamente ricondotto alla comparazione del mondo con noi medesimi, e il sentimento consueto della maraviglia rinasce.
Sì, un'enorme distanza ci divide.
Scacciamo dunque l'immagine di quei visi.
Ripensiamo al mare, addormentiamo la mente sopra queste acque infinite.
Che bel mare! E che pace! Eppure anche questa solitudine solenne quanti orrori ha veduti! Ha veduto passare gli avventurieri ingordi d'oro, che affilavano le armi per i macelli infami del nuovo mondo, rivolte di schiavi schiacciate nel sangue dentro alle stive dei negrieri, lunghi martirii di equipaggi famelici, naufragi orrendi nelle tenebre, agonie forsennate di famiglie avviticchiate alle sommità degli alberi, e urlanti col viso al cielo il nome di Dio, soffocato dall'onda.
E questo potrebbe seguire a noi, per lo scoppio d'una caldaia, questa notte, fra un'ora, fra un minuto.
Rabbrividendo, ci raffiguriamo allora la discesa lenta del nostro cadavere, giù di zona in zona, a traverso ad altrettanti mondi diversi di piante, di pesci, di crostacei, di molluschi, lungo una verticale di otto mila metri, fino all'oscurità fredda di quella distesa sterminata di fango vivente e di scheletri microscopici che forma il fondo del mare...
L'enigma della vita
Là sotto ondeggia e mormora...
Di chi son questi versi? Ah! il mio buon Panzacchi! Che farà ora? E qui ci si presenta la visione d'una serata festosa del Circolo degli artisti di Torino, come un gran cerchio luminoso che corra sul mare col piroscafo, e in cui girano, brillano cento visi conosciuti, e par di sentire le risa e le voci.
Poi, a un tratto, si spegne.
Lampi, sogni, tutte le amicizie, tutte le gioie, tutte le opere umane: la realtà eterna non è che questa formidabile massa d'acqua che fascia quattro quinti della terra, e questa terra, questa testa spaventosa, col cocuzzolo di ghiaccio e il cervello di fuoco, che fugge urlando e piangendo nell'infinito.
Oh mistero! Prodigio! Se si potesse restar qui, in un'isola, per secoli e secoli, con la fronte nelle mani, a pensare, pensare, pur di riuscire a comprendere una volta, anche per la durata d'un lampo!
Duu! Cinqu! Vot!! Tucc! Mi riscossero queste grida d'un gruppo d'emigranti lombardi che giocavano ogni sera alla mora sul castello centrale.
A quell'ora, nel salone di sotto, si giocava agli scacchi e al domino; i passeggieri che dormivano in coperta ricevevan gli amici nei camerini illuminati, dove bevevano il Bordeaux o la birra; e a prua, intorno all'osteria, c'era ressa di passeggieri, che si presentavano col loro buono, debitamente firmato dal Commissario, per una tazza di caffè, per un bicchierino di rum, per un mezzo litro di vino, tanto per festeggiare la giornata finita.
Andai a prua, a zonzare un poco, come un malvivente, sotto la protezione dell'oscurità, nella quale apparivano come ombre dei gruppi di donne coi bimbi addormentati sul seno, degli uomini che trincavano soli, in disparte, dei giovanotti che andavano in volta, tra la folla, con dei musi di cani da caccia, ficcando gli occhi in tutti i canti.
E quella sera, per la prima volta, assistetti alla separazione dei due sessi, che si faceva sotto la sorveglianza del piccolo marinaio gobbo, incaricato di mandar le donne a dormire.
Erano corsi, dalla partenza, nove giorni di vita claustrale all'aria aperta: gli affetti matrimoniali s'erano riattizzati un poco, e oltre alle legittime, s'eran formate delle coppie nuove, in cui quella maniera di vita produceva lo stesso effetto che nelle altre.
Ma il gobbetto grigio doveva spartirle tutte egualmente, senza considerazione di alcun diritto legale, e ogni sera alle dieci, puntuale e inesorabile come il vecchio Silva, compariva con la lanterna alla mano, e cominciava a girare per tutti gli angoli, a sciogliere amplessi e a troncar colloqui amorosi, dicendo ogni cinque passi: - A letto! A letto, donne! A letto, ragazze! Era una scena delle più comiche.
Le coppie resistevano; separate qui, s'andavano a riattaccare più in là, tra il macello e il lavatoio, all'ombra della cambusa, dietro ai gabbioni, nei passaggi coperti, in tutti i luoghi dove non battesse il lume d'un fanale.
E il povero gobbo ritornava sui suoi passi, ripetendo pazientemente: - Andemmo, donne! Andemmo, figgie, che l'è oôa! - qualche volta, per ingranziarsi le renitenti, diceva: - Andemmo, scignôe! - A capo d'un quarto d'ora, le donne sfilavano in processione, in mezzo a due ali d'uomini, come a una passeggiata di gala, e sparivano l'una dopo l'altra, per le porticine dei dormitori, giù nel ventre del bastimento.
Alcune tornavano indietro a porgere ancora una volta i bimbi al bacio del marito, o a stringere e ristringere la mano ai nuovi amici; altre si soffermavano a chiamare i ragazzetti rimasti indietro: - Gioanniiin! - Baccicciiin! - Putela! - Picciriddu! - Piccinitt! - Gennariello! - e la lanterna tenuta in alto dal gobbetto rischiarava degli sguardi languidi di belle ragazze, degli occhi lustri di giovanotti, delle facce di mariti scontenti, a cui il regolamento pesava.
- Andemmo! Andemmo! continuava a gridare il gobbetto.
- Un po' ciù presto, scignôe! - Finalmente, anche la coda della processione fu sotto.
Ma il gobbo, che conosceva i suoi polli, tornò a fare un giro a prua, sicuro di trovarci ancora qualche amoretto rintanato, qualche peccato mortale racchiocciolato al buio; e ce lo trovò in fatti, come ce lo trovava ogni sera.
Seguitandolo a pochi passi, sentii le sue esclamazioni di padre guardiano scandalizzato, e le sue minacce, a cui rispondevano delle voci maschili, che lo mandavano al diavolo, ed altre, più dolci, che parea che negassero o domandassero grazia.
Ma egli non fece grazia, e vidi passare di corsa delle donne col capo basso, coi capelli in disordine, che cercavan di nascondersi agli sguardi dei curiosi, e sparivano, inseguite da una scarica di colpi di tosse.
Spazzato che ebbe gli ultimi rimasugli d'amore, il vecchio gobbo si fermò con la sua lanterna davanti a me, e asciugandosi la fronte con la mano: - Anche questa giornataccia è finita! - esclamò.
- Ah! che mestê! - Ma sul suo viso rozzo di buon diavolaccio, mentre guardava giù per la scala del dormitorio, si leggeva un sentimento di pietà per tutta quella miseria, e fors'anche per tutti quei desideri che aveva cacciati là sotto "d'ordine superiore".
- È un duro dovere, eh? - gli dissi, per attaccare discorso, e sentire una delle sue sentenze filosofiche.
Egli mi guardò in viso, alzando un po' la lanterna, e, dopo un momento di riflessione, disse sentenziosamente: - Quando un ommo si trova nella posizione che mi trovo mi, di giudicare il mondo com'è che si presenta a bordo, poveri e scignori, e le cose che succedono in mare, da ridere e da piangere, tanto donne che uomini, ma ancora più le donne che gli uomini, mi creda, scignore, quello lì si forma un'idea, che non si stupisce più di niente, e compatisce tutto.
- Detto questo s'allontanò; e scomparsi a poco a poco anche gli uomini, il piroscafo rimase queto e in silenzio, come uno smisurato animale che scorresse sulle acque assopito, non facendo sentir altro che le pulsazioni regolari del suo cuore mostruoso.
SUL TROPICO DEL CANCRO
Il giorno dopo si doveva passare il tropico del Cancro.
Me ne diede l'annunzio la mattina presto il solito cameriere, abbassando gli occhi: poiché aveva fra l'altre anche questa civetteria, d'abbassare gli occhi, mentre parlava, come per non lasciarsi leggere nell'anima la gioia del suo ultimo trionfo amoroso.
Il tropico del Cancro! Era l'annunzio sgradito di quasi tremila miglia di zona torrida che s'avevano a percorrere prima di risentire la carezza fresca degli alisei dell'altro emisfero, e al solo pensarvi mi pareva di sentirmi filare due gocciole tepide giù dalle tempie.
Misi il viso al finestrino: una maraviglia! L'oceano placidissimo, tutto argento e rosa, coperto d'un velo diafano di vapori a cui il sole nascente dava l'aspetto d'un leggerissimo polverìo luminoso, e a poche miglia lontano, in mezzo a quella bellezza immensa e virginea dell'acqua e dell'aria, un bastimento grande, che pareva immobile, con tutte le vele aperte e candide, come un gigantesco cigno dall'ali tese, che ci guardasse.
Apro, e mi vien nella fronte e nel petto un soffio delizioso d'aria marina, che mi ricorre per le vene, e mi riscote tutto, come l'alito d'un mondo ringiovanito.
Il bastimento era un veliere svedese che veniva probabilmente dal Capo di Buona Speranza, il primo che incontravamo dopo Gibilterra.
Per pochi minuti mi biancheggiò agli occhi nella chiarezza di quell'aurora incantevole, simpatico come il saluto d'un amico: poi si nascose; e allora l'oceano mi parve più solitario e più silenzioso di prima; ma benigno sempre, come non l'avevo visto ancora, e d'una bellezza gentile, che faceva immaginare all'orizzonte le rive d'un giardino infinito.
Era una di quelle mattine in cui i passeggieri si vanno incontro sul cassero col viso ridente e con le mani tese, come se il primo soffio d'aria avesse portato a ciascun di loro una buona notizia.
Ma quel bel tempo a capo di poche ore s'intorbidò, il cielo si coperse di nuvole, e l'aria divenne greve e calda, come se avessimo fatto un salto dalla primavera nell'estate.
Eravamo entrati in quella grande massa di vapori, antico terrore dei naviganti, che il caldo dell'equatore solleva dall'oceano e ammonta su tutta la zona intertropicale: e che le creature fortunate di Giulio Verne, quando viaggiano per il cielo, vedono come una fascia oscura tesa attorno al nostro pianeta, simile alle strisce della faccia di Giove.
Il bel mare della mattina era stato l'ultimo sorriso della zona temperata, blandita dall'ultimo soffio degli alisei.
Ora navigavamo nella regione della nebbia, degli acquazzoni e dell'uggia.
E se ne mostrarono subito gli effetti nelle terze classi.
L'agente mi venne a cercare nel salone.
- Venga a vedere, - mi disse, - le baruffe chiozzotte.
Lo spettacolo comincia.
Un gruppo di donne s'era levato a rumore per la distribuzione dell'acqua dolce; della quale, oltre al numero dei litri fissati per ciascun rancio, un marinaio doveva fornire una certa quantità a ogni donna che ne domandasse per suo uso particolare.
Ora alcune si lagnavano che a loro fosse stata negata, mentre ad altre era stata concessa.
Ma la quistione era intricata, era uno scoppio di risentimenti che covavano da un pezzo contro un'ingiustizia creduta interessata e abituale: le vecchie dicevano che s'usava preferenza alle giovani, che facevan le civette; queste affermavano il contrario: le preferite eran le vecchie, che avevan dei soldi, e ungevano il distributore; altre poi si lagnavano che le meglio trattate fossero le signore, per servilità: le signore! certe povere diavole che di signorile non avevan più che il vestito usato e le memorie.
Le protestanti più inviperite s'erano affollate vicino alla cucina, in un angolo dove pendeva da un gancio un grosso vitello sparato.
Quando io arrivai, c'era già il Commissario, circondato da quindici o venti ciabattone, rosse come gallinacci, che parlavano tutte insieme in tre o quattro dialetti, segnando con l'indice accusatore il marinaio, un barbone di frate cappuccino, impassibile tra quel cianìo, come una statua in mezzo a un girone di vento.
- Ma se non ci capisco nulla! - rispondeva con la sua placidità solita il Commissario.
- Fatemi il santo piacere di parlare una alla volta.
- E lo sguardo di qualcuna delle più giovani si raddolciva un momento sulle guance rosee e sulle mani bianche di quel bel giovanotto; ma balenava negli occhi delle altre quell'ira livida, che divampa nelle donne del popolo ogni volta che leticano, anche per una cosa di nulla, con gente delle classi superiori, e che vien da un cumulo di rancori antichi e confusi, estranei alla cagion del momento.
- Inn balossad! - si sentiva dire.
- Pure nui avimmo pagato, signurì.
- A l'è ora d'finila! - E le querele femminili erano sostenute dal brontolìo sordo d'una schiera d'uomini, i quali, spassandosela in cuor loro come a uno spettacolo, istigavano però il malcontento per ispirito di classe e anche un poco per tutta una certa coscienza baldanzosa di futuri cittadini repubblicani.
Finalmente il Commissario ottenne un po' di silenzio, e una donna sola parlò.
Io non vedevo altro che una capigliatura scarduffata e un indice minaccioso che tagliava l'aria, battendo il tempo a una parlantina di raganella; quando uno scoppio d'esclamazioni coperse quella voce: - Non è vero! - Tazé vu! - Busiarda! - Che 'l me senta mi! - A l'è n'onta! - E già nel serra serra qualche bambino piangeva, ed eran lì lì per menar le unghie...
All'improvviso s'udì da un'altra parte uno strillo acuto di donna, si vide accorrer gente vicino all'albero di trinchetto, e in pochi momenti formarsi una folla, di mezzo a cui si alzò uno scroscio di risa e parve che partisse una notizia; la quale rapidamente propagandosi, propagò la risata fino agli ultimi accorsi, e fece accorrer altri da ogni banda; tanto che in breve fu tutto un rimescolìo e un ridere dalle cucine al castello di prua.
Ma un ridere grasso e sguaiato, accompagnato da uno strizzar d'occhi e da un ricambiarsi di colpi di gomito e di spalla, che diceva aperto la natura della sorgente comica da cui derivava.
E tale fu la curiosità destata da quel ridere, che le stesse litiganti, dimenticando a un tratto il loro piato, si dispersero qua e là, per domandare che cosa fosse accaduto.
Era accaduto che due pesci volanti, spiccando il volo ad arco sopra il piroscafo e urtando tutti e due quasi ad un punto nelle sartie, erano cascati sopra coperta, e l'uno aveva battuto tra le ruote del verricello, l'altro s'era andato a cacciare a capo fitto nell'incrociatura del fazzoletto da collo d'una ragazza, ma proprio tra i due rialti fioriti, come se avesse avuto l'intenzione di proseguire il cammino.
Quando la folla s'aperse, la ragazza scappò a nascondersi dietro al macello, e un emigrante burlone portò in giro il pesce inverecondo, vociando non so che cosa, a modo degli spiegatori dei serragli, fin che il Commissario lo fece tacere con un cenno.
Ma le buffonate e le risa continuarono per un altro pezzo, e le due belle rondini marine, scintillanti come l'argento, passando di mano in mano, ammirate e commentate con discorsi infiniti, servirono a quietare un poco l'irritazione nascente delle "classi lavoratrici".
Intanto io notai tra la folla parecchi passeggieri di prima, il marsigliese, il toscano, il tenore; i quali dovevano aver l'abitudine di far delle corse d'esploratori nelle terze classi.
Quella che dava più nell'occhio era la faccia di Napoleone idropico del marsigliese, il quale gironzava intorno alla boccaporta del dormitorio femminile, dondolando sulle gambe arcate il suo lungo busto di Patagone.
Mi disse poi l'agente di cambio che fin dal primo giorno del viaggio egli aveva iniziato una serie di visite regolari al bel sesso emigrante, con delle intenzioni di seduttore, alle quali alludeva socchiudendo un occhio: - Il y a quelque chose à faire par là, savez vous? - E aveva cercato di agevolarsi la via ostentando con gli uomini una certa simpatia nazionale, riscalducciata di socialismo; ma pare che oltre al trovar poca corrispondenza nei più, fosse stato salutato da alcuni con certe apostrofi da levare il pelo.
Le persone gentili d'animo e di coltura, nelle quali è innato e fortificato dall'educazione il sentimento dell'eguaglianza, non immaginano quanto sia ancora comune nella nostra borghesia democratica il disprezzo quasi inconscio del popolo, e come sian pochi quelli che gli sanno parlare senza umiliarlo, anche quando se lo vogliono ingraziare, fingendo di trattarlo da pari a pari.
Vista dunque la mala riuscita dei primi tentativi, il marsigliese aveva diradato le visite, e ridotto il suo scopo a una semplice "ricerca artistica" della bellezza: e scopriva ogni tanto una bellezza, infatti, della quale faceva la descrizione a tavola, vantandosi di distinguere i vari tipi d'Italia, sentenziando sul naso toscano, sulla bocca veneta, sulle "attaccature" lombarde, con una sicumera impossibile a immaginarsi, e benché più d'uno gli avesse già provato che pigliava la Calabria per la Val d'Aosta, e altri granchi colossali, egli tirava via imperterrito a dar lezioni a tutti quanti.
La bouche de la femme toscane...
Le type genois, messieurs...
J'ai remarqué que l'angle facial napolitain...
Il y a là une nuance, je vous assure...
Era uno spasso.
Ma alla colazione di quella mattina non riuscì neppur lui a rallegrare i commensali, che sentivano i primi influssi del tropico, e la cui musoneria stonava lepidamente con le vesti chiare e coi panciotti bianchi che quell'estate improvvisa aveva fatti apparire.
Solo per qualche minuto egli ci ricreò con una discussione sulle teorie malthusiane, nella quale lo tirarono per celia gli argentini, e principalmente intorno al vecchio quesito, se l'emigrazione sia un rimedio sufficiente al troppo rapido accrescersi della popolazione d'un paese.
Digiuno affatto del Malthus, ma cocciuto a mostrarsi al fatto di tutto, egli sosteneva avventatamente che l'emigrazione spopolava gli Stati, che l'Europa, fra cent'anni, sarebbe stata mezza deserta, con gli orsi e i lupi alle porte delle capitali.
Gli altri affermavano di no: locuras! (pazzie): in tutti i paesi le nascite superando le morti, non solo, ma nei paesi abbandonati moltiplicandosi più facilmente la specie per effetto dell'agevolazione dei matrimoni, prodotta da una più favorevole proporzione tra i mezzi di sussistenza e il numero degli abitanti, ne seguiva che i vuoti fossero sempre colmati ad esuberanza.
La prova era che nei paesi donde più si emigra non si esperimenta, alla lunga, una diminuzione sensibile di miseria.
- Pas possible! - rispondeva il marsigliese arditamente.
- Prouvez-moi cela! - Ma quelli, con la prontezza e la memoria mirabile che li distingue, citavano: anche negli anni delle maggiori emigrazioni, dice il Malthus, il popolo d'Inghilterra non cessò d'essere in preda al bisogno.
- Malthus n'a pas dit cela! - Come? Come? - Ma quegli senza insistere né disdirsi, batteva la campagna.
- Stuart Mill, - continuavano gli altri, - ha detto che l'emigrazione non dispensa dalla necessità di combattere l'aumento della popolazione.
Convenite che ha detto questo? - E l'altro, francamente: - Pas précisément, messieurs.
- E non conosceva Stuart Mill più del Malthus, e s'incaponiva, fra le risate dei suoi contradittori, che capivano il gioco.
Fu quella l'unica nota gaia della colazione.
L'orizzonte nebbioso, il mare grigio, il caldo che cominciava a far luccicare le fronti tennero chiuse tutte le altre bocche dal principio alla fine.
Non c'era che la signora bionda che serbasse la faccia fresca come una mela rosa, gittando un doppio zampillo continuo di parole negli orecchi del marito che aveva a sinistra e del tenore che aveva a destra, ed esortando tratto tratto, con uno sguardo pietoso, il toscanello che le sedeva davanti, a non ingelosirsi del suo nuovo amico.
E si dovette ancora a lei un soffio d'ilarità che passò per i crocchi sbadiglianti sul cassero, durante l'ora grave della chilificazione.
Correva di bocca in bocca fin dalla mattina un ingenuo sproposito che rivelava quanto fossero incomplete e confuse le idee geografiche sotto quella capricciosa capigliatura d'oro.
L'agente, incontrandola, le aveva detto: - Signora, quest'oggi passeremo il tropico del Cancro.
- Ed essa aveva risposto con allegrezza: - Oh finalmente! almeno si vedrà qualche cosa.
Io però non capivo ancora come a bordo fosse possibile d'annoiarsi: anzi mi rallegrava la vista degli annoiati per la stessa ragione che si prova più piacevole il sentimento della salute in mezzo a gente che soffra il mal di mare.
E quel giorno non mi poteva mancare lo spettacolo: tra il tocco e le quattro specialmente, che è sempre l'ora più terribile, incominciai a veder delle facce da far dire: - A momenti costui si decompone, e bisognerà spazzarlo fuor di coperta.
- Non era la noia che il Leopardi chiama il più grande dei sentimenti umani; ma un imbecillimento compassionevole, che si manifestava in una cascaggine generale di palpebre, di guance, di labbra, come se le facce fossero fatte di carne lessa.
Fra i più martoriati, trovai il genovese, che stava affacciato all'osteriggio della macchina, con un viso su cui non appariva più nemmeno un riflesso moribondo d'intelligenza.
- Che cosa fa qui? - gli domandai; - come non è in cucina? - N'era uscito allora: nessuna novità.
I tagliatelli domani...
forse; ma non era accertato.
E mi spiegò perché stesse là a guardare per lungo tempo il movimento monotono di un'asta di stantuffo; una teoria sulla noia, sua personale.
- Ho osservou, diceva, che la noia deriva dal non poter fare a meno che pensare a cose spiacevoli.
Dunque, per scacciar la noia, non c'è altro rimedio che di non pensare, come le bestie.
Ebbene, io mi metto qui, immobile, a guardare il saliscendi di quello stantuffo.
A poco a poco, in meno di venti minuti, mi riduco in uno stato di completo istupidimento, un vero asino; allora non penso più a niente e non mi annoio più.
No gh'è atro.
Io diedi in una risata; ma egli rimase serio, e tornò a guardar lo stantuffo con l'occhio dilatato e fisso d'un morto.
Stavo per dirgli che, per cacciar la noia, sarebbe stato meglio discendere addirittura a veder la macchina; ma parendomi che si trovasse già quasi nello stato desiderato, me ne astenni.
E discesi io.
Un'osservazione appunto mi veniva fatta ogni giorno, passando di là: quella macchina maravigliosa, non dieci forse dei mille e settecento passeggieri del Galileo sarebbero stati in grado di dire che cosa fosse, e neppure avevan curiosità di saperlo.
Così di cento altri miracoli meccanici dell'ingegno umano, dei quali ci serviamo e andiamo alteri, noi siamo poco meno ignoranti dei selvaggi che disprezziamo perché li ignorano.
Eppure non solamente per l'ignorante che non n'ha altra idea da quella d'un pentolone gigantesco e d'un intrico misterioso di ruote, ma anche per chi ne acquistò qualche nozione nei libri, è un piacere nuovo e grande la prima volta che si decide a infilare il camiciotto turchino d'un macchinista e a discendere in quell'inferno tenebroso e sonoro, di cui non aveva mai visto che il fumo per aria.
Quando s'è arrivati in fondo e si leva il capo a guardare in su, dove non appare più il giorno che come un barlume, ci pare d'essere calati dal tetto giù fra le fondamenta d'un alto edifizio; e alla vista di tutte quelle scalette di ferro ripidissime che s'alzano l'una sull'altra, di quelle griglie orizzontali che girano sul nostro capo, di quella varietà di cilindri, di tubi colossali e d'ordigni d'ogni fatta, agitati da una vita furiosa, formanti tutti assieme non so che spaurevole mostro di metallo, che occupa con le sue cento membra palesi e celate quasi una terza parte del piroscafo enorme, si rimane immobili dalla maraviglia, umiliati di non comprendere, di sentirsi così piccoli e deboli davanti a quel prodigio di forza.
Cresce ancora l'ammirazione quando si penetra nel vulcano che da vita a ogni cosa, fra quelle sei smisurate caldaie, sei case d'acciaio, divise da quattro strade che s'incrociano, simili a un quartiere chiuso e infocato, dove molti uomini neri e seminudi, dai volti e dagli occhi accesi, ingoiando a ogni tratto delle ondate d'acqua, lavorano senza posa a pascere trentasei bocche roventi, le quali divorano in ventiquattr'ore cento tonnellate di carbone, sotto il soffio di sei colossali trombe a vento, ruggenti come gole di leoni.
Par di ritornare alla vita quando, uscendo di là grondanti di sudore, ci ritroviamo davanti alla macchina, dove pure ci pareva, poco innanzi, d'esser quasi sepolti.
E non di meno si stenta un pezzo ancora a riavere la mente libera.
Il macchinista ha un bello spiegare.
Quel movimento vertiginoso di stantuffi, di bilancieri e di turbine, che gl'ingrassatori rasentano con un'apparenza di noncuranza che fa rabbrividire; quel frastuono assordante che producono insieme lo strepito metallico delle manovelle, i fischi delle valvole atmosferiche, il rumor sordo delle pompe ad aria e i colpi secchi degli eccentrici; quel va e vieni di spettri coi lumi alla mano, che salgono e scendono per le scalette, spariscono nelle tenebre, riappariscono di sopra e di sotto, facendo scintillare per tutto acciaio, ferro, rame, bronzo, e rischiarando di volo forme strane, movimenti incompresi, passaggi e profondità sconosciute, tutto questo ci confonde nel capo anche le poche idee nette che avevamo prima di scendere.
E ci sentiamo rassicurati davanti alla grandezza poderosa dei meccanismi; ma scema questo sentimento a poco a poco, al veder con che cura minuta i macchinisti li vigilano, e con che attenzione inquieta stanno a sentire se in quel concerto uniforme di suoni scappi la più leggera nota stonata, e se fra quei vari odori abituali si avverta menomamente il bruciato; e come corrono a toccare qua e là se la temperatura dei metalli superi quel dato grado, a vedere se spunti in qualche parte un indizio di fumo sospetto, a mantenere costante la pioggia d'olio che da cinquanta lubricatori scende di continuo su tutte le articolazioni dell'immane corpo.
Perché quel corpo immane, che affronta e vince le tempeste dell'oceano, è delicato come un organismo umano, e il più piccolo turbamento del più piccolo dei suoi membri lo sconturba tutto, e vuole un rimedio immediato.
A un corpo vivo egli rassomiglia infatti, assetato, come gli uomini che gli danno il pasto, dall'incendio ch'egli bolle nel ventre, e costretto a tracannar senza tregua dal mare un torrente d'acqua, ch'egli rigetta in fontane fumanti; e tutto quel complesso di ordigni è come un torso titanico, di cui tutti gli sforzi convergono nell'impulso formidabile d'un lunghissimo braccio di ferro, col quale gira la gran vite di bronzo, che lacera l'onda e muove tutto.
Si guarda e vengono in mente le antiche liburne, con le tre coppie di ruote ad ali, mosse da buoi; e s'immagina con un senso d'alterezza lo stupore che inchioderebbe là un antico a quella vista, e il grido d'ammirazione che gli uscirebbe dal petto! Egli però non potrebbe immaginar mai quanto quella maraviglia sia costata ai suoi simili: un secolo di tentativi sfortunati, un altro secolo di trasformazioni continue, una legione di grandi ingegni che spesero intere vite attorno a un perfezionamento che un altro successivo fece cader nell'oblio, e poi il martirio del Papin, il suicidio di John Pitch, il marchese di Jouffroy ridotto alla miseria, il Fulton beffeggiato, il Sauvage impazzito, una sequela interminabile d'ingiustizie e di lotte miserande, da lasciare in dubbio, leggendo la storia delle grandi invenzioni, se basti l'esempio del genio e della costanza eroica di chi le fece, a consolare la coscienza umana dell'ignoranza caparbia, della cupidigia feroce, dell'invidia infame che le ha combattute, e che, potendo, le avrebbe uccise.
Tutto questo dice con le sue cento voci aspre e affannose quel colosso mirabile, destinato forse anch'esso a parere ai nostri nipoti lontani un rozzo e debole apparecchio di principianti.
Risalendo, incontrai sulla sommità della scala il grande prete, il quale, accennandomi con una mano la macchina, mi rizzò l'indice dell'altra davanti al viso, come un cero.
Non capii.
Voleva dirmi che la macchina del Galileo era costata un milione.
Lo ringraziai, scansando il dito, e mi ritrovai sopra coperta a tempo giusto per vedere per la prima volta il mio Commissario nell'esercizio delle sue funzioni di pretore, e in una causa curiosissima.
Entrava in quel momento nel suo ufficio la grossa bolognese di prua, con una faccia di leonessa ferita, e col suo inseparabile borsone a tracolla.
L'uscio non essendo mascherato che da una sottile tendina verde, si sentiva qualche parola.
Povero Commissario! Non tardai ad avere un'idea della santissima pazienza che egli doveva esercitare in quella specie di sedute.
La voce della querelante incominciò concitata dalla collera, piena di superbia e di minacce.
Non capii altro se non che si lagnava d'un'ingiuria, e che questa doveva essere una supposizione che aveva fatta un passeggiero sopra il contenuto del suo borsone misterioso.
Riferiva il fatto, chiedeva la punizione dell'ingiuriatore, intimava al Commissario di fare il suo dovere.
Questi la richiamò al rispetto della carica e le raccomandò di calmarsi, promettendo di domandare informazioni.
A quelle parole, la voce di lei si raddolcì un poco, e mi parve che incominciasse un racconto, con un'intonazione sentimentale, che s'alzava grado a grado al drammatico.
Sì, era la sua autobiografia, una delle solite: una famiglia distinta; un parente che scriveva nei giornali, e che avrebbe messi tutti a segno; la madre, il padre, una buona educazione, e poi delle disgrazie, l'ingiustizia della sorte, una vita illibata...
A un tratto, la crisi inevitabile: uno scoppio di pianto.
Allora udii la voce del Commissario che la confortava.
E intanto si era formato davanti all'uscio un gruppo di donne e d'uomini della terza classe, fra i quali una faccia buffa di contadino, a cui mancava la punta del naso, e che doveva essere il reo, che s'andava scolpando: Infine...
non ho mica detto d'esser sicuro, io...: non ho fatto altro che una supposizione...
- Era il reo.
Infatti, essendosi affacciato all'uscio il Commissario, egli disse: - Son io, - ed entrò.
Subito s'udì un'eruzione d'improperi bolognesi, che mandarono all'aria la famiglia distinta: - Carogna d'un fastidi! At el feghet d'avgnìrom dinanz? At ciap pr'el col, brott purzèll! brott grògn d'un vilan seinza educazion! - Poi s'intesero le tre voci insieme, poi quella sola del colpevole.
Diamine! La cagion della lite era proprio il contenuto ipotetico di quella famosa borsa, intorno al quale si beccavano il cervello da nove giorni tutti i capi ameni di prua, facendo le più bizzarre congetture del mondo.
Ma la parola incriminata non s'intese.
S'intese però il Commissario fare una risciacquata al contadino, minacciandogli i ferri, e questi chieder scusa, e la bolognese brontolare ancora; dopo di che l'uno uscì a capo basso e l'altra a fronte alta; ed io, alzata la tendina verde, vidi il giudice buttato a traverso al divano, con le mani sui fianchi, soffocato da un accesso d'ilarità, e spossato dallo sforzo che aveva fatto per contenerlo.
Qual era dunque la supposizione? Che cosa ci doveva essere in quella benedetta borsa?...
Oh! Impossibile indovinarlo! Una delle più buffonesche stramberie che possano passare pel capo d'un burlone impertinente; una pensata di cui avrebbe riso sotto i baffi anche il più arcigno moralista, e a cui l'autore delle Baruffe chiozzotte, salvo il rispetto, avrebbe potuto apporre il suo nome.
E fui costretto anch'io a chieder aiuto al divano.
Ma dovetti alzarmi subito perché entrava un'altra donna a lagnarsi d'una voce che avevano "messa in giro" a suo carico.
Povero Commissario! - gli dissi uscendo; la giornata è cominciata male e minaccia di finir peggio.
Eh! questo non è nulla! - rispose con la sua dolce rassegnazione.
E data un'occhiata al termometro: Vedrà - soggiunse quando saremo ai trentasei gradi.
E ripresa la sua faccia di pretore, si rivolse alla nuova venuta.
Ma già il caldo aveva guastato le cose anche a poppa, come potei vedere benissimo la sera.
Era una cosa da far compassione davvero.
Fra quei quattro gatti, che dieci giorni prima non si conoscevano, che dopo altri dieci giorni si sarebbero separati per sempre, che avrebbero dovuto tutti non pensare ad altro che agli affetti o agli interessi che avevan lasciati in Europa o da cui erano attesi in America, là, su quelle quattro tavole sospese sopra l'abisso, s'era già ordita una trama intricata d'antipatie e d'inimicizie: astii nazionali fra il chileno e gli argentini, fra il peruviano e il chileno, fra gli italiani e i francesi; picche fra italiani di province diverse; gelosie miserabili d'ambizione fra le signore; una fungaia di passioncelle vergognose, che si manifestavano in sguardi maligni, e in ostentazioni reciproche di trascuranza o di avversione.
Una metà dei passeggieri avrebbe messo le dita negli occhi all'altra metà.
E non conto le altre sudicerie.
E così nelle terze come nelle prime.
Veramente, se il Galileo fosse andato a fondo tutt'a un tratto, non avrebbe affogato un grande carico di nobili sensi.
Le due sole persone che, a giudizio d'occhio, avrebbero meritato di sornuotare, erano la signorina di Mestre e il garibaldino, che anche quella sera stavan seduti vicini, discorrendo.
La relazione, mi disse l'agente di cambio, era nata da questo: che lui era stato compagno d'armi d'un fratello della ragazza, ferito a Bezzecca, e morto in un ospedale di Brescia.
Certo, egli doveva vivere col pensiero al di sopra delle misere passioni degli altri, poiché il suo viso esprimeva una così ferma noncuranza di sé, della vita, della gente, un così alto e freddo disprezzo d'ogni bassezza, che nessuno se gli avvicinava, come se tutti avessero fiutato in lui un nemico d'istinto.
Essa parlava; egli l'ascoltava, rispettoso, ma impassibile.
E mi colpì, e mi rimase nella mente come l'impressione più viva di quella giornata, il modo come si separarono, la sera tardi: vedo ancora davanti a quella larva bianca, a quel viso di morta, su cui non balenava più altro che un raggio di speranza in un'altra vita, alzarsi e chinare il capo quel bel colosso sdegnoso, segnato dell'impronta del suicidio.
L'OCEANO GIALLO
Arrivato a questo punto, trovo sulla copertina della carta del Berghaus, sulla quale segnavo ogni giorno qualche ricordo, le parole: 11° giorno, colpo apoplettico spirituale.
E mi riviene in mente un fatto psicologico singolare, che seguì in me quel giorno, e che presto o tardi, in una lunga traversata, segue a tutti, credo, passata che sia la prima novità della vita di bordo.
Una bella mattina, al primo salire sul cassero, vi piomba la noia sull'anima, inaspettata, come una mazzata sulla nuca: uno scoloramento improvviso d'ogni cosa, un disgusto inesprimibile di quella vita e di quello spettacolo, il senso di soffocazione di chi, addormentatosi all'aria libera, si svegli con le corde ai polsi, sotto la vôlta d'una prigione.
In quel momento vi pare di esser per mare da un tempo immemorabile, come i passeggieri del bastimento fantastico di Edgardo Poe, e l'idea di aver da passare ancora due settimane su quelle quattro assi, in mezzo a quel gruppo di moribondi di noia, vi atterrisce.
No, non è possibile che vi resistiate, vi piglierà prima d'arrivare qualche strana malattia cerebrale, non ancor conosciuta.
Dio eterno! In che maniera liberarsi da quel supplizio! Scrivere! Ma il bastimento, come altri già disse, ferisce lo scrittore in una delle sue facoltà più delicate, che è il senso dell'armonia: il rumor dell'elice gli fa ripeter venti volte in una pagina la stessa parola.
Leggere? Ma per obbligarvi a scrivere, appunto, avete cacciato tutti i libri nei bauli destinati alla stiva.
Sul serio, voi pensate a pigliare un narcotico, o siete tentati di stordirvi col cognac, o di far l'esperimento, come il genovese, con lo stantuffo della macchina.
Oh! poter trovare qualche cosa di nuovo! Cento lire per il Corriere mercantile di questa mattina! Una libbra di sangue per un'isola! Una rivolta a bordo, una tempesta, il mondo a soqquadro, pur di uscire per un giorno da quest'orribile stato!
Il mare si mostrava quella mattina in uno dei suoi aspetti più brutti e più odiosi: immobile sotto una vôlta bassa di nuvole gonfie e inerti, di colore giallo sporco, d'un'apparenza viscida, come se fosse tutta una belletta di terra grassa, in cui un rampone da pesca avesse a rimanere confitto come una stecca nel mastice; e pareva che non vi dovessero guizzare dei pesci, ma delle bestie deformi e immonde, del suo stesso colore.
Un aspetto simile presentano forse le pianure della regione occidentale del Mar Caspio, quando son coperte dalle eruzioni dei vulcani di fango.
Se fosse vero che questo immenso mare, salato come il sangue, e dotato d'una circolazione, d'un polso e d'un cuore, non è un elemento inorganico, ma uno smisurato animale vivente e pensante, avrei detto quella mattina ch'egli volgeva in mente i più sconci pensieri, farneticando in uno stato di mezzo assopimento, come un bruto briaco.
Ma neanche risvegliava l'idea della vita, poiché non v'era un respiro di vento, e sulla sua faccia non appariva né una contrazione né una ruga.
Dava l'immagine di quell'angolo d'oceano deserto, rimasto per molto tempo inesplorato, che si stende fra la corrente di Humboldt e quella che le va incontro al centro del Pacifico, posto fuori delle grandi vie della navigazione, dove non si vede né vela, né balena, né gavotta, né alcione; dai confini del quale tutto fugge, ogni indizio di vita dispare; e se il vento o la tempesta vi gettano qualche volta un bastimento smarrito, pare ai navigatori di esser caduti nelle acque d'un mondo morto.
Ma fortunatamente questi accessi di noia sono come il dolor di gomiti, terribili, ma brevi.
Giovò anche a liberarmene il comandante, che quella mattina, a colazione, era in vena di chiacchierare, e pieno di buon umore, benché trasparisse poco dal suo cipiglio di piccolo Ercole dai peli rossi.
Per il solito, quello era il suo miglior momento.
Esaminati i calcoli astronomici degli ufficiali, puntata la sua carta, computato il cammino fatto e quello da farsi, se nelle ultime ventiquattr'ore il Galileo avea filato bene, e se non c'erano novità spiacevoli a bordo, egli sedeva a tavola stropicciandosi le mani, e teneva viva la conversazione.
Ma pure in quei giorni esordiva con qualche invettiva marinaresca contro i camerieri, così, per abitudine, e per dare un avvertimento salutare.
A uno che gli faceva delle scuse, diceva: Va via, impostò! A un tratto minacciava due maschae (due schiaffi).
A un terzo: - Mïa, sae, che se començo a giastemmâ! (bada, sai, che se comincio a bestemmiare!) E minacciava schiaffi e pedate particolarmente a Ruy-Blas, il quale rispondeva con un finissimo sorriso, come se dicesse: - Infuria, tiranno! Hai la potenza, ma non l'amore.
- Veramente, per una tavola dove c'eran signore, quel linguaggio era un po' troppo...
colorito.
Ma noi scusavamo, pensando ai molti comandanti d'altre nazioni, che son perfetti gentiluomini a tavola, e beoni furiosi in camerino, e ci pareva che, trattandosi d'affidar la vita a qualcuno, fosse preferibile un rusticone temperante a un gentiluomo briaco.
Quella mattina, come sempre, diede una presa di mascalzone a destra e una presa di porco a sinistra, e poi cominciò a mangiare e a discorrere lentamente.
Ricordo quella conversazione, tutta di carattere marino schietto, per la crudele tortura a cui mise il povero avvocato mio vicino.
Fu prima la signora grassa, la supposta domatrice di belve, la quale mise il discorso sopra una brutta via, domandando al comandante, con una mancanza d'opportunità che tradiva la Chartreuse mattutina, quale fosse la cagione più frequente dei naufragi.
Il comandante, con la bocca piena di pane, rispose che si contavano cinquanta e più maniere di naufragio: scoppi di caldaia, incendi, vie d'acqua, uragani, cicloni, tifoni, rocce, banchi di fondo, abbordi e via dicendo.
Metà dei naufragi, peraltro, si poteva affermare che derivassero da ignoranza professionale, da imprevidenza, da trascuratezza, da difetti di costruzione dei legni; insomma da cause evitabili.
Un anno sull'altro, seguivano da sei mila naufragi, tra bastimenti e barche; e, scià notte, non comprendendo nella statistica la China, il Giappone e la Malesia.
L'avvocato, fin dalle prime parole, s'era rannuvolato, e faceva mostra di non ascoltare; ma si vedeva che una curiosità malata lo costringeva a prestar orecchio.
E fu peggio quando la signora, con uno di quei salti che fan le donne nella conversazione, uscì a domandare al comandante che cosa credeva che si provasse, che si vedesse, quando s'andava giù, sotto l'acqua.
- Cose se pruva, - rispose il Comandante, - no savieivo.
Cosa si vede...
Ecco.
Per un certo tratto si vede ancora la luce, una luce velata, livida; poi...
si è come in un chiarore crepuscolare, dicono, di un color rosso...
sinistro; e poi...
buona notte: un'oscurità completa, una grande diminuzione di temperatura, fino a zero gradi.
Si gela.
Però - soggiunse, rivolgendosi all'avvocato, come se dicesse per consolarlo, - può anch'essere che non ci sia oscurità assoluta, si possono dare degli accidenti di fosforescenza...
poco allegri, in ogni caso.
L'avvocato cominciava a dar dei segni d'impazienza, brontolando: - Discorsi da farsi a bordo...
vo' via da tavola, io...
educazione di villan cornuti...
Allora il vecchio chileno, il genovese monocolo e il comandante cominciarono a citare e a descrivere naufragi celebri, l'uno più orrendo dell'altro, con quell'indifferenza per la morte che suole scender nell'anima per il canale cibario, quando si siede a una buona tavola; e vennero su su dalla zattera famosa della Medusa fino all'Atlas, sparito tra Marsiglia ed Algeri senza che se ne sia mai saputo notizia.
Il comandante ricordò i piroscafi inglesi Nautilus, Newton-Colville e un altro, partiti da Danzica per l'Inghilterra nel dicembre del 1866, e svaniti come tre ombre, senza che si sia mai saputo né dove, né quando, né come.
L'avvocato smise di mangiare.
Ma il comandante continuò.
Con l'eloquenza che spiegan tutti parlando d'un fatto in cui rischiaron la vita, si mise a descrivere una tempesta spaventevole che l'aveva colto sulle coste d'Inghilterra, quando comandava ancora un bastimento a vela, e arrivato al momento supremo, imitò con una nota di testa, ma con grande verosimiglianza, il grido lungo e disperato che aveva messo il timoniere: - Andemmo a fooooooondo!
A quelle parole l'avvocato s'alzò e, sbattuto il tovagliolo sulla tavola, se n'andò a passi concitati, masticando degli accidenti, che guai se n'arrivava uno al suo indirizzo.
Ma siccome gli seguiva spesso d'alzarsi prima degli altri, il comandante non ci badò, per fortuna.
Povero avvocato! Non era ancora uscito che si cambiò discorso ex abrupto, come se fino allora non si fosse parlato che per far dispetto a lui.
Prese la parola il comandante, e cominciò a dare alla conversazione quel colorito vario e stranissimo e quell'andamento matto, che le può dare solamente il comandante d'uno di quei piroscafi transatlantici, per il quale i luoghi lontanissimi che egli tocca, e in cui vive tutta la sua vita, sono come uniti e confusi in un solo, sempre e tutto presente al suo pensiero.
Dall'ultima rappresentazione del Fra Diavolo al Paganini di Genova saltò a una quistione che aveva avuto il mese avanti a San Vincenzo del Capo Verde con la negra dalle mammelle caprine, che fabbricava fiori di penne d'uccello; attaccò non so che avventura domestica del provveditore di carbone di Gibilterra con un pettegolezzo del porto di Rio Janeiro; e da una colazione a cui era stato invitato a Las Palmas, nelle isole Canarie, cascò addosso a un impiegato imbroglione della dogana di Montevideo.
A me pareva di sentir parlare un uomo miracoloso che vivesse ad un punto in tre continenti, e per cui lo spazio ed il tempo non esistessero.
E notai che le persone con le quali aveva che fare nei porti dei suoi tre mondi, erano le sole che rimanessero fisse e distinte nel suo pensiero; che quell'altre innumerevoli che egli imbarcava e sbarcava di continuo, passavan per la sua mente come per il suo piroscafo, senza lasciarvi altra traccia che una reminiscenza sbiadita, E poi, una conoscenza sui generis dei vari paesi, come si può acquistare a guardarli di sull'uscio: aveva sulla punta delle dita, per esempio, i prezzi del mercato dei legumi, e quasi nessuna idea della storia e della forma di governo.
E così delle varie lingue, non possedeva che i sostantivi e i verbi d'una certa categoria, le monete di rame, per dir così, della conversazione, e una grammatica sola per tutte.
E nel giudicare le cose del mondo, una certa ingenuità di collegiale adulto, che va in società una volta al mese; cognizioni e opinioni fuor dell'uso, poste a una gran distanza le une dalle altre, e d'una faccia sola, appunto come le città a cui egli approdava, di cui non vedeva che il panorama marino.
L'ultimo suo aneddoto fu una lite attaccata nel 1868 con un sensale di grano di Odessa, e risolta, secondo il solito, con una generosa elargizione di briscole, - delle sue.
- E ghe n'ho dte! E glie n'ho date! disse.
Poi finì, parlando soltanto ai suoi vicini, con un elogio serio e ragionato di sua moglie, una donna economica, casalinga, piena di buon senso, che egli avrebbe voluto aver incontrata e sposata dieci anni prima.
Alzatosi da tavola, si fermò all'uscita del salone, come soleva fare quand'era contento di sé, per veder sfilare i passeggieri, a cui faceva un leggiero cenno di saluto, con un aspetto di gravita benigna.
Stando vicino a lui, colsi a volo uno sguardo severo che lanciò alla signora bionda, il cui contegno pareva che cominciasse a urtare i suoi principii rigorosi di moralità marittima, e forse più in quel momento ch'era ancora caldo dell'apologia di sua moglie.
Ma la signora passò ridendo, senz'avvedersene.
Quasi nello stesso tempo rimasi stupito di vedergli alzare il berretto e fare un mezzo inchino, in aria di grande rispetto, alla signorina di Mestre, che passava a braccetto con la zia.
Quando fu passata, egli si voltò a' vicini, e disse gravemente: - Quella figgia lì...
a l'è un angeo.
Il caldo essendo forte a quell'ora, quasi tutti rimasero lungo tempo sul cassero, all'ombra della tenda: e io ebbi modo d'osservare meglio che la sera innanzi i cambiamenti che s'erano fatti in quegli ultimi giorni nelle relazioni tra i passeggieri.
Un'amenità! Persone che nella prima settimana avevan dato segno di non potersi patire, erano stretti ora in una conversazione che pareva amichevole; altre che da principio eran come cucite l'una all'altra, ora sembrava che si sca
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